Boko Haram: geopolitica di una strage

Fino a pochi mesi fa il nome “Boko Haram” non destava particolare attenzione tra gli osservatori internazionali. Un gruppo di fanatici terroristi come gli altri, si pensava. Ad Aprile, il rapimento di 300 liceali in un liceo di Chibok nel nord est del paese ha posto il gruppo di miliziani sotto i riflettori, tra lo sdegno e l’immobilismo internazionale. Poi, alcuni giorni fa, il massacro di 2.000 persone, ancora ad opera loro.

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Anche questa volta però poco si è parlato di Boko Haram, delle vittime di una barbarie senza fine, in un mondo scosso e stordito dall’azione terroristica contro la rivista francese Charlie Hebdo. Ma il crescendo della violenza in Nigeria è inarrestabile. Ora che le vittime di Boko Haram sono quasi 13.000 e il governo nigeriano non riesce ad arginare la scia di sangue causata dai miliziani, è arrivato il momento di agire per fermare il terrore e la distruzione causate dai terroristi con mosse e azioni internazionali. Ma fermare Boko Haram è difficile, lo è stato anche al suo nascere quando il governo nigeriano avrebbe avuto più possibilità di contastarlo, ma non ci è riuscito, forse sottovalutando i terroristi.

Boko Haram nasce nel nord della Nigeria nello stato del Borno, nella Savana africana a nord est del paese. Con 140 milioni di abitanti, in Nigeria convivono un sud ricco e cristiano con il nord, povero di religione musulmana in cui vige, in alcune zone, la Sharia.

Il Borno, dove nasce e si sviluppa Boko Haram è uno dei 36 stati che compongono la Nigeria. Il territorio, costituito da foreste in cui è possibile nascondersi, è caratterizzato da piccoli villaggi evangelizzati nel 1800 da missionari irlandesi. Da allora convivono in pace cristiani e musulmani.

Questo fino al 2001, quando un guerrigliero, Ustaz Mohammed Yusuf fonda il “Gruppo della gente della Sunna per la propaganda religiosa e la Sharia”.

Il gruppo terroristico ha vita facile: le foreste impenetrabili, la corruzione e la disoccupazione aiutano il gruppo a diffondersi e acquisire adepti e guerriglieri con un solo scopo: instaurare la Sharia in tutto il paese.

Boko Haram smette di essere un piccolo gruppo di guerriglieri nel 2009: il salto di qualità che lo fa salire alle cronache internazionali avviene grazie a degli scontri tra miliziani e forze governatrici nigeriane, i morti sono oltre 700. Il governo nigeriano, forse sottovalutando il problema, non è mai riuscito a contrastare il gruppo terroristico, che oggi può contare su finanziamenti importanti: gli stessi finanziatori di Al-Qaeda.

Dai primi scontri tra miliziani ed esercito l’escalation di orrore e massacri, in un crescendo da paura ha avuto un solo obiettivo: estirpare la cultura occidentale che per loro è peccato. Non solo: intendono convertire i cristiani all’Islam e indurre i musulmani moderati alla Jihad.

Da qui il rapimento di 300 liceali in un liceo di Chibok dello scorso aprile. Tutto il pianeta si è mobilitato per salvare le ragazze ma “sono tutte sposate e convertite”, ha tuonato il capo di Boko Haram, Abubakar Shekau (nuovo leader del gruppo). Delle ragazze cristiane rapite, ancora un centinaio rimangono in mano ai guerriglieri, ma la triste vicenda ha avuto il merito di accendere i riflettori della comunità internazionale sulle violenze perpetrare dai terroristi di Boko Haram. Il rapimento delle ragazze ha indotto gli Stati Uniti a collaborare col governo di Abuja, da qui la nascita di un patto militare tra gli stati che si affacciano sul lago Ciad per sconfiggere il gruppo terroristico. Il patto è fallito e i miliziani hanno proclamato lo scorso agosto il Califfato Islamico nei territori controllati. Ma la scia di sangue causata da Boko Haram è lunghissima e solo all’inizio.

È l’otto gennaio scorso, il mondo è inorridito e forse distratto da ciò che è accaduto a Parigi quando dalla Nigeria arrivano immagini da apocalisse: i morti nella città di Baka sono circa 2.000. La strage è opera dei miliziani giudati da Shekau.

Cadaveri ovunque, villaggi incendiati e un gesto che più di ogni altro dimostra la crudeltà di Boko Haram: l’omicidio di una donna che stava partorendo. La strage di Baka, passata quasi inosservata sui media internazionali, assume proporzioni inimaginabili, la carneficina è senza precedenti, con i cadaveri che giacciono per le strade, interi villaggi incendiati e rasi al suolo: migliaia di profughi sono in fuga nel tentativo di raggiungere la salvezza attraversando il lago Ciad. Non solo, la paura arriva anche in Camerun: il presidente camerunense Biya ha rivolto un appello alla comunità internazionale chiedendo aiuto per evitare lo sconfinamento di Boko Haram in Camerun, già avvenuto più volte nei mesi scorsi.

La carneficina di gennaio ha segnato il punto di violenza più alto da quando il leader di Boko Haram Shekau ha giurato fedeltà al capo dell’Isis Al Baghdadi, con continue stragi e attacchi kamikaze.

Ed è con un attacco kamikaze che Boko Haram ha dimostrato ancora una volta di essere capace di una crudeltà che non conosce limite: l’uso di bambine kamikaze. Il 10 gennaio in un mercato di Maiduguri esplode una bomba. Si tratta di un attentato kamikaze. L’attentatrice, imbottita di eslosivo, è una bambina di soli 10 anni. Il giorno dopo, in un altro mercato, questa volta a Potiscum, le bambine kamikaze sono due. Hanno 10 e 15 anni. Probabilmente si tratta di bambine rapite da Boko Haram nei mesi precedenti.

Tutto questo avviene a poche settimane dalle elezioni presidenziali del febbraio 2015. L’escalation di violenze perpetrate da Boko Haram a danno dei civili, non solo cristiani, ma anche musulmani, rientra anche nelle dinamiche politiche interne alla Nigeria.

L’attuale presidente, il cristiano Goodluck Jonathan (che proviene dal sud della Nigeria) ha la pesante responsabilità di non aver fermato sul nascere Boko Haram. Da più parti inoltre è stato accusato di aver cercato di nascondere il rapimento delle ragazze rapite di Chibok ed ora continua a tacere di fronte ai massacri di gennaio pensando alla sua campagna elettorale, lasciando i civili del nord in balia dei terroristi. Nessun commento giunge dal presidente nigeriano davanti alle stragi di Baka. Solo silenzio. A sfidarlo nelle elezioni presidenziali sarà un ex membro della dittatura militare Muhammadu Buhari, musulmano.

Le elezioni arrivano in un momento economicamente positivo per la Nigeria, diventata la prima economia del continente africano. Ma i progressi economici portano l’enessima divisione nello stato nigeriano. A godere del boom economico è ancora una volta il sud ricco di petrolio del presidente Jonathan. Il nord musulmano rimane arretrato, non beneficiario dalla crescita economica che ha coinvolto il sud del paese e in balia delle violenze di Boko Haram che attualmente controlla la quasi totalità dello stato del Borno e in minima parte lo stato di Yobe.

Si teme che in vista delle elezioni gli attacchi di Boko Haram possano aumentare, per incutere timore nella popolazione e scoraggiarla nel voto. I quasi 13.000 morti causati dai terroristi non hanno ancora però costretto le potenze mondiali a prendere posizioni forti e decisi per sconfiggere i terroristi.

In un quadro internazionale quasi totalmente taciturno, Francia e Ghana prospettano l’invio di armi e munizioni per aiutare l’esercito nigeriano. Tacciono invece gli Usa, tace l’Onu e tutto il resto della comunità internazionale. Un silenzio che favorisce l’avanzata del gruppo terrorista, che intanto continua a dilagare e che pochi giorni fa ha rapito 80 persone, tra cui 50 ragazzi in Camerun.