Boko Haram, la furia jihadista in Nigeria

Nel Continente africano la proliferazione delle cellule terroristiche locali è facilitata dall’assenza di istituzioni governative in grado di rispondere in modo adeguato alle minacce incombenti. Per tale motivo, l’Africa rappresenta un fronte particolarmente sensibile alle minacce del fondamentalismo islamico. Infatti, sono innumerevoli i gruppi che popolano la vasta galassia jihadista africana, e tra questi merita un’attenzione speciale Boko Haram, oggetto della presente analisi.

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Prima di vederne gli sviluppi e l’operato, occorre fornire qualche dato introduttivo relativo all’organizzazione terroristica nigeriana: dal 2009 ha perpetrato più di 3400 attacchi armati provocando all’incirca 36.000 vittime. Nel 2018 il gruppo è stato responsabile di 732 morti, il 43% in meno rispetto all’anno precedente e l’89% in meno in confronto al picco raggiunto nel 2014, quando le vittime correlate alla furia di Boko Haram furono 6.600. Nonostante un netto calo del numero delle attività terroristiche negli ultimi anni, l’organizzazione jihadista ricopre il quarto posto nella classifica dei gruppi terroristici più letali al mondo (secondo il Global Terrorism Index – dati del 2018) e “vanta” il primo posto nell’Africa Subsahariana.

Detto ciò, cos’è Boko Haram e qual è stata la sua evoluzione?

Boko Haram (la cui traduzione sarebbe “Westernization Is Sacrilege”) è stato fondato nel 2002 da Mohammed Yusuf, un predicatore appartenente al movimento Izala, un gruppo islamico salafita radicato nella regione di Maiduguri (nel Borno) – nel nord-est della Nigeria. Egli ha cominciato a “radicalizzare” il suo discorso, attaccando gli aspetti secolari della società nigeriana e accusando l’Occidente di aver contribuito ad incrementare la corruzione dilagante nel Paese. Pertanto, dal punto di vista ideologico, Boko Haram è nato in opposizione alla “Westernization”, la quale andava ad impattare in negativo sui valori islamici. Nel 2002 Yusuf ha istituito una scuola religiosa nella regione del Maiduguri, attraendo studenti provenienti dalle località più arretrate della Nigeria. L’intento del predicatore salafita era quello di convertire questi ragazzi e reclutare futuri jihadisti legati alla causa della nuova organizzazione emergente.

Nei primi anni di attività Boko Haram ambiva principalmente ad allontanarsi dalla società e non aveva alcun focus politico. Dal 2009, però, le tensioni fra il gruppo islamico e le autorità nigeriane sono aumentate drammaticamente e sono culminate con l’uccisione di 700 esponenti di Boko Haram da parte dell’esercito. La massiccia controffensiva delle forze armate nigeriane ha portato anche all’arresto (e alla successiva uccisione) del leader Yusuf e di altri esponenti di rilievo. Dunque, verso la fine del 2009 Boko Haram appariva come un’organizzazione estremamente fragile, frammentata al suo interno e inattiva. Tuttavia, l’anno successivo il gruppo jihadista è riuscito a ristrutturarsi intorno alla nuova leadership di Abubakar Shekau, vice di Yusuf. Da questo momento, l’organizzazione ha iniziato ad intraprendere una nuova strategia, finalizzata a vendicare il suo defunto leader e destabilizzare (rovesciare) il governo nigeriano. Di conseguenza, il 2010 ha registrato un aumento della frequenza e della letalità degli attacchi dei miliziani di Boko Haram. Le offensive armate avvenivano principalmente nelle zone centro-settentrionali/settentrionali del Paese e i target erano anzitutto le forze di polizia/sicurezza e obiettivi politici, nonché chiese e scuole cristiane. Nell’agosto del 2011 l’organizzazione ha perpetrato il suo primo attentato di rilevanza internazionale – contro un edificio dell’Onu ad Abuja (capitale nigeriana).

Da un punto di vista meramente organizzativo, la struttura di Boko Haram sin dall’inizio non era del tutto chiara ed omogenea. Dopo la morte del leader storico Yusuf, sussistevano diverse fazioni (talvolta in contrapposizione tra loro) all’interno del gruppo e tra queste la più influente era indubbiamente quella guidata Shekau. Dal 2010 Boko Haram ha iniziato ad istaurare dei legami con altre cellule jihadiste operanti in Africa, come al Shabaab e al Qaeda nel Maghreb (AQIM). Secondo diversi esperti, il rapporto con AQIM ha contribuito allo sviluppo (in termini di letalità e sofisticatezza) dei metodi d’azione dell’organizzazione nigeriana.

Per quanto concerne la contrapposizione tra governo e Boko Haram, il primo ha adottato una strategia di confronto prettamente militare per rispondere alle offensive degli estremisti. Gli sforzi delle autorità (nonostante la dura repressione attuata) non sono serviti ad attenuare la violenza del gruppo, il quale nel frattempo ha continuato ad esercitare saldamente la propria influenza nelle aree rurali settentrionali del Paese. Quindi, col tempo l’organizzazione nigeriana ha intensificato le proprie azioni e, come visto poc’anzi, nel 2014 ha raggiunto l’apice del numero dei morti commessi (6600). Ed è proprio in questo anno che Boko Haram si è reso protagonista del rapimento di più di 250 studentesse laiche a Chibok (nel Borno), destando enorme scalpore a livello internazionale.

Il 2015 è stato un altro anno alquanto significante per la storia della cellula terroristica, che ha proclamato la sua fedeltà allo Stato Islamico – assumendo il nome di ISWAP (o ISWA). Nei mesi successivi si sono accentuati ancor di più i contrasti e le divisioni interne e Shekau è stato estromesso dalla guida dell’organizzazione. Al suo posto è subentrato Abu al-Barnawi, figlio del fondatore Mohammed Yusuf. Pertanto, dal 2016 il gruppo jihadista è composto da due fazioni: quella legata a Daesh (ISWA), guidata da Barnawi, che persegue obiettivi nazionali e internazionali; e l’altra legata a Shekau (Boko Haram), che mira a condurre un conflitto locale e asimmetrico contro le autorità nigeriane. Al di là di tali divisioni, il termine “Boko Haram” viene comunemente utilizzato per designare tutte le varie fazioni, in particolare per i casi dove non è chiaro il vero responsabile dell’attacco. La disomogeneità interna, accentuata con l’alleanza all’Isis, ha contribuito all’indebolimento dell’organizzazione. Inoltre, il gruppo islamico ha subito diverse sconfitte a causa dell’intensificarsi delle operazioni antiterrorismo del governo, supportato altresì da una task force composta da truppe di Stati confinanti (oltre che quelle nigeriane). Ciononostante, non si è fermata l’avanzata dei membri di Boko Haram negli ultimi anni, i quali hanno continuato a perpetrare attacchi, uccisioni e rapimenti. Infatti, come dimostrato nella parte introduttiva di questa analisi, l’organizzazione rimane altamente brutale al di là del calo (rispetto al 2014) del numero delle vittime associate alle azioni della cellula jihadista. E la minaccia non si limita alla solo Nigeria, ma si estende anche nei Paesi limitrofi, come il Niger, il Camerun e il Ciad.

In conclusione, è bene inquadrare Boko Haram in una cornice più ampia che riguarda il terrorismo islamico in termini generali. Nel 2019, lo Stato Islamico è stato sconfitto territorialmente, perdendo la sua connotazione para-statale dai confini porosi e aperta a volontari provenienti da tutto il mondo. Di conseguenza, l’IS starebbe puntando al rafforzamento delle sue cellule affiliate (wilayat: province) in altre aree territoriali. Per quanto concerne Al Qaeda, tale organizzazione ha assunto (e sta assumendo) un profilo paziente e strategico, incentrato sulla ricerca delle legittimità attraverso il consenso locale e sul radicamento sociale in determinati territori. Pertanto, è possibile affermare che nel breve e medio periodo non assisteremo tanto allo sviluppo di una jihad globale, ma alla resilienza, al consolidamento e all’affermazione degli “Emirati locali”; ossia di quelle cellule operanti in aree geografiche più circoscritte, ma altrettanto cruenti e letali. E tra queste, rientra certamente Boko Haram.