Blue Homeland, ovvero come la Turchia sta mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi vicini

Con la scoperta di giacimenti di gas naturale nel Bacino Levantino, la strategia turca chiamata Blue Homeland sta diventando sempre più rilevante per l’elite politica di Ankara – e la Libia è un alleato. 

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Mavi Vatan o Blue Homeland è il nome della dottrina turca di politica estera riguardante il controllo del Mediterraneo Orientale. Essa fa riferimento a un disegno di ridefinizione delle Zone Economiche Esclusive di Grecia e Turchia, a favore di quest’ultima, in modo da avere sovranità e controllo su una maggiore porzione di mare, nel Mar Nero, nell’Egeo e nel Bacino Levantino.

Si tratta di una disputa riguardo la sovranità delle acque, ormai persistente e duratura: la Disputa dell’Egeo. A questa, si aggiunge la Disputa di Cipro sempre di lunga data.

La Blue Homeland e i giacimenti di gas naturale

A partire dal 2015 sono state rilevate enormi quantità di gas naturale nel sottosuolo marino nell’area del Mediterraneo Orientale. Le proiezioni riguardanti i giacimenti si sono rivelate sempre più ottimistiche arrivando a stimare circa 3,5 trilioni di metri cubi. La maggior parte di essi si trovano tra le ZEE di Cipro, Israele e Egitto. Date le attuali condizioni economiche degli stati affacciati sul Mediterraneo Orientale, la mole di risorse in questa zona cosi incandescente risulta essere una chance da non sottovalutare. L’Unione Europea è ugualmente interessata principalmente per diversificare l’approvvigionamento di gas naturale, e ridurre la sua dipendenza dalla Russia.

In questo contesto, la Blue Homeland, teorizzata nel 2006, acquisisce grande rilevanza, e non è più solo relazionata a una questione meramente ultra-nazionalistica, irredentista di ottomana memoria ed espansionistica, ma diviene di primario interesse economico: reclamare una ZEE più ampia ha lo scopo concreto di assicurare la possibilità di esplorare il sottosuolo marino. Ne risulta un approccio più aggressivo da parte dell’amministrazione turca.

La disputa dell’Egeo e la questione di Cipro

Il nodo della questione sono le rivendicazioni concorrenti delle ZEE da parte di Grecia, Turchia,  Repubblica di Cipro e Repubblica Turca di Cipro del Nord (TRNC). A partire dal conflitto del 1976, l’isola di Cipro è rimasta divisa, e solo la parte meridionale (Repubblica di Cipro), sostenuta da Atene, è riconosciuta dall’ONU, mentre per quanto riguarda la parte settentrionale, la sua autonomia è garantita dalla Turchia. Le relazioni tra i due governi dell’isola sono incrinate in particolare riguardo ai diritti territoriali sul mare. 

La Turchia richiede maggiori riconoscimenti in termini di acque territoriali per quanto riguarda entrambe la penisola anatolica e la TRNC. Normalmente queste regolamentazioni sono stabilite bilateralmente dai due governi, ma necessariamente rispettando le indicazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), secondo cui ogni stato ha diritto ad applicare la propria giurisdizione fino a 200 nm dalla costa (articolo 3). Questo metodo risulta essere controverso in questo caso, vista l’irregolarità dei confini e le numerose isole greche situate molto vicino alla costa turca. L’Isola di Kastellorizo ne è un esempio: dista 2km dalla costa turca e 570km da quella greca, ma essendo greca, riduce estremamente la ZEE turca.

L’accordo tra Erdogan e al-Sarraj

La Turchia non ha mai firmato gli accordi dell’UNCLOS (insieme ad altri stati, come USA e Israele) perché appunto poco favorevoli. Recentemente essa ha stilato un metodo differente: una teoria secondo cui le ZEE seguono l’estensione della placca continentale del paese sommersa dal mare, fino al suo limite.

Alla fine del 2019, il presidente Erdogan ha firmato un patto militare con al-Sarraj, il presidente libico del Governo di Accordo Nazionale (GNA), offrendo equipaggiamento militare (e di conseguenza violando l’embargo ONU sulle armi verso la Libia), in cambio di un Memorandum of Understanding riguardante la giurisdizione sulle delimitazioni marittime tra i due stati. Usando la teoria delle placche continentali, secondo la visione turca, le ZEE di Turchia e Libia confinano. Con questo accordo, Libia e Turchia possono svolgere esplorazioni congiunte in entrambe le placche continentali, estendendo il territorio di ricerca. Il ministro degli esteri turco Fatih Donmez ha dichiarato che “le navi esporranno tutta la placca continentale in nostro possesso […] e la Turchia continuerà a difendere i suoi diritti” in un’intervista a TRT World

Secondo il Consiglio Europeo invece il MoU viola i diritti sovrani degli stati terzi e non essendo conforme al diritto del mare, non può produrre conseguenze giuridiche. La Turchia ha comunque iniziato le sue attività di ricerca nella ZEE cipriota, che secondo la teoria delle placche continentali risulta essere turca, con due navi da trivellazione Fatih e Yavuz (che prendono il nome dai due sultani ottomani).

I problemi per l’Unione Europea e l’EastMed Gas Forum

Nel gennaio 2020 l’ organizzazione intergovernativa “East Mediterranean Gas Forum” (EMGF) è stata formalmente istituita, con lo scopo di facilitare la creazione di un mercato regionale per il gas nell’area del Mediterraneo Orientale e incentivare collaborazione e dialogo strategico tra i paesi del Bacino Levantino. L’atto costitutivo è stato firmato a Il Cairo, da Grecia, Repubblica di Cipro, Israele, Egitto, Italia, Giordania e Palestina (PNA). Ankara è stata deliberatamente esclusa dall’accordo, evidentemente in risposta all’accordo stilato con la Libia. La Turchia, invece, percepisce l’EMGF come coalizione anti-turca per monopolizzare la ricchezza energetica del Bacino Levantino. 

L’accordo alternativo con la Libia è un modo per dimostrare che Ankara può facilmente mettere i bastoni tra le ruote ai suoi vicini. In particolare, esso ostacola la realizzazione della EastMed Gas Pipeline, un progetto ideato nel 2013 per un gasdotto di 1900 km, per la maggior parte subacqueo, che collegherebbe i depositi di gas di Israele e Cipro ai mercati europei passando da Grecia (Creta e terraferma), fino, eventualmente, alle coste pugliesi.

“Altri attori internazionali non possono eseguire operazioni di esplorazione senza autorizzazione nelle aree per cui la Turchia ha redatto l’accordo. Cipro, Egitto, Grecia e Israele non possono stabilire che il loro gasdotto passi attraverso quest’area senza ottenere il permesso dalla Turchia”, ha detto Erdogan

Uno dei problemi della Turchia, però, è che nell’ultimo decennio il Corridoio Meridionale del Gas si è rivelato meno prospero di quanto ci si potesse aspettare, in quanto la proposta del gasdotto trans-caspico che collega il Turkmenistan a Baku – e di conseguenza alla Turchia, è stata bocciata dal Turkmenistan. Lo sfruttamento delle risorse nel Mediterraneo Orientale sembra infatti indispensabile.

L’occidente paladino dei diritti umani?

È quindi giunto il momento in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea siano pragmatici e cerchino di ottenere una situazione vantaggiosa per tutte le parti? 

Ad ogni modo, in questi casi di solito le conseguenze si ripercuotono anche su qualcuno che non è direttamente coinvolto nei negoziati strategici – tra i quali vi è il popolo libico, ma anche i migranti siriani bloccati in Turchia, in balia delle decisioni di Erdogan, senza che l’Unione Europea abbia alcun potere di ritorsione.

L’Unione ha criticato duramente la Turchia per le violazioni di diritti umani, per esempio per quanto riguarda i tentativi di chiusura del partito filo-curdo HDP e la conseguente espulsione di un suo deputato dal parlamento (che ora rischia il carcere), e il recesso ufficiale di Ankara dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e il femminicidio, l’UE ha tranquillamente rinnovato l’accordo siglato nel 2016 con cui la Turchia si è impegnata a bloccare il flusso migratorio verso l’UE in cambio di fondi da utilizzare per l’accoglienza ai rifugiati.