La biforcazione della politica estera brasiliana

L’avvento della democrazia in Brasile, e la sua graduale stabilizzazione, ha permesso di definire, contestualmente ad una costante crescita economica, le nuove direttrici di politica estera del Paese volte a farne un attore principale nel nuovo contesto multipolare. A partire da Collor de Mello,  fino ad arrivare a Lula, nel corso di un ventennio il Brasile ha impostato le sue relazioni internazionali sul principio basilare dell’universalismo nella scelta dei partner commerciali. Continuando ad intrattenere sempre proficue partnership con i paesi più industrializzati, il Brasile si è affacciato nel contempo nei mercati in rapida crescita sia in Africa che in Asia; è divenuto un punto di riferimento politico ed economico per le istanze dei Paesi in Via di Sviluppo nei consessi internazionali, ponendosi per esempio in concorrenza con il G6 sui temi più svariati, della tutela dell’ambiente alle questioni monetarie.

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La ricerca trasversale di nuove partnership economiche ha portato il Brasile  ad una grado maggiore di autonomia negli affari esteri, che ha causato parallelamente la fuoriuscita dalla sfera di influenza degli Stati Uniti (scalzato inoltre dalla Cina come primo esportatore) e una nuova capacità negoziale con gli stessi. Basti ricordare il tentativo di sostituirsi a Washington nella mediazione sul nucleare iraniano.  L’universalismo e l’autonomia in politica estera, trainati dal fattore economico, hanno decretato poi una leadership pressoché univoca in America Latina dopo il fallito tentativo da parte degli Usa di inaugurare un sistema economico integrato panamericano sancito dall’Alca. Questa multivettorialità, se ha palesato le nuove possibilità di influenza brasiliana nelle relazioni internazionali, non ha però ancora determinato chiaramente il nuovo corso della sua geopolitica. Sotto l’egemonia statunitense il Brasile aveva impostato principalmente la sua geopolitica sulla stabilità economica e militare del Cono Sud limitando la sua proiezione ultracontinentale ai traffici atlantici con l’Europa; seguendo intimamente le prescrizioni del generale Golbery do Couto e Silva, il Brasile avviò così la costituzione di un mercato regionale all’inizio degli anni ’90 proprio con Paraguay, Uruguay e Argentina, gettando le basi per una piena e futura preminenza nel Sottocontinente.

La costante crescita economica degli ultimi dieci anni ha però accelerato la proiezione intercontinentale del Brasile, ampliando e modificando nel contempo l’approccio con i paesi emergenti rispetto a quelli con cui aveva avviato la fase cooperativa del Mercosur. Ciò ha portato alla luce un comportamento dicotomico. Le relazioni diplomatiche e commerciali con i Paesi extra americani si sono incardinate massimamente sul sistema dell’ entrepreneurial leadership: la capacità di ottenere risultati comuni – attraverso una concertazione assertiva, priva di squilibri di forza e ingerenze interne – che portino in dote al Brasile una leadership autorevole improntata ad una cooperazione solidale. In America Latina la guida brasiliana è sembrata invece assumere più i contorni di un’azione egemonica volta a strumentalizzare il Mercosur per finalità di crescita nazionale; utile a trovare uno sfogo principalmente per i propri prodotti a discapito dei manufatti degli altri paesi integrati. Lo scopo per il quale il Mercosur era nato – realizzare un’area di libero scambio prettamente latina per rendere competitive le economie sudamericane rispetto all’Europa e al Nord America – è parso accodarsi agli interessi industriali prettamente brasiliani non scalfibili dal peso economico-politico dei vicini. La stessa impalcatura istituzionale del Mercosur, che prevede decisioni intergovernative, senza la presenza di un organo politico forte sovranazionale, palesa un’influenza preponderante del Brasile rispetto ai partner, e la tendenza all’imposizione di politiche economiche decise da Brasilia senza la necessaria mediazione.

Il Brasile considerato primus inter pares nelle relazioni internazionali periferiche, da un parte , viene accusato di atteggiamento imperialista nel proprio continente, dall’altra. Così, pur pesando per il 79% nell’economia del Mercosur, la naturale leadership che il Brasile detiene in America Latina potrebbe logorarsi se il Paese imboccherà con decisione la strada, che Thaleimer ha definito, di una cooperazione antagonistica: un’alleanza per finalità economiche comuni caratterizzata però dalla concorrenza per la supremazia politica. È per tale motivo che il Brasile, secondo il politologo argentino Malamud, è destinato a divenire più una media potenza globale che un vero leader regionale. In tal caso il Brasile potrà certo assecondare il proprio universalismo ma non rafforzare proporzionalmente la propria autonomia. Se si riconosce anche per esso il destino di grande potenza – palese a livello geografico e demografico nonché dei numeri macroeconomici – la sua leadership economica e politica in America Latina diviene imprescindibile per guidare un unitario polo geopolitico. La nascita nell’ultimo decennio di svariate organizzazioni regionali pansudamericane, dall’Unasur, alla Celac, denota sì l’affermazione di una via latina allo sviluppo economico, ma al contempo l’incapacità politica di ridurre le asimmetrie interne per la completa liberalizzazione dei mercati nazionali  necessaria alla creazione di un blocco economico forte.

Dunque la biforcazione della geopolitica brasiliana, divisa tra regionalismo e universalismo, tra egemonia e cooperazione, pare dunque danneggiare il processo di crescita politica internazionale del Paese. Una contraddizione che dissipa le possibilità di influenzare il sistema internazionale piuttosto che rafforzarle trasversalmente.