Bielorussia: l’ultima gabbia dell’Europa

Il 1991 ha rappresentato una data storica per i paesi europei orientali. Dopo 75 anni di sistema socialista finalmente si affacciava una speranza di libertà e progresso. Gli stati del patto di Varsavia e quelli europei dell’Urss si gettarono a rincorrere il modello occidentale. Gli anni 90, come li ha definiti il politologo Parag Khanna, furono gli anni di “vodka e Jacuzzi”: sistema politico multipartitico, liberalizzazioni selvagge, smantellamento delle protezioni sociali sovietiche. Ma fra tutti questi vi fu un’eccezione, un pesce che ha nuotato controcorrente: la Repubblica di Bielorussia. Questa infatti, dal 1994, è diventata “il regno” incontrastato del suo padre padrone Lukashenko.

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Il paese soffre un marcato dualismo tra la sua labile identità nazionale e culturale legata all’euroasiatico “Russkiy mir” e la sua posizione geografica europea. La Bielorussia ha conosciuto nella sua storia due dominazioni plurisecolari: quella occidentale della Polonia fino alla fine del ‘700 e quella, ben più presente oggi, della Russia zarista e sovietica. Questo ha impedito al Paese di sviluppare una forte coscienza nazionale segnando la sua storia politica recente. Già nelle elezioni del marzo 1990 il partito indipendentista “Fronte popolare bielorusso” prese soltanto il 10% dei seggi al Soviet Supremo della repubblica. Dopo la dissoluzione dell’URSS per prima assieme all’Ucraina ratificò il trattato costituente del CSI, un tentativo poi abortito di far rivivere lo spazio geopolitico sovietico. Nel 1992 ha aderito al CSTO, accordo di mutuo sostegno militare tra otto ex repubbliche sovietiche. Nel 1996 inoltre aderì all’Unione Russia-Bielorussia, entità sovranazionale e intergovernativa che si poneva l’obiettivo di riunificare i due paesi. Va ricordato che in Bielorussia parla il russo  il 70 % della popolazione e anche chi è di madrelingua bielorussa parla correttamente il russo.

Nel 1991 divenne presidente del neonato stato Stanislau Suskevic, eminente scienziato fisico che aveva guadagnato prestigio nelle operazioni di cautelamento dell’impianto di Cernobyl dopo il disastro nucleare. Il suo governo perseguì un tentativo di svolta democratica. Rinunciò a tutte le istallazioni dell’arsenale nucleare sovietico e si aprì timidamente al libero mercato. La sua azione politica fu però duramente osteggiata dal filorusso Vyacheslav Kiebich. Alle elezioni del 1994, in cui Kiebich e Suskevic erano i pirincipali candidati, vi fu un’enorme sorpresa. Vinse con il 45% dei voti al primo turno un oscuro ex funzionario locale di un kolchoz che aveva puntato il dito contro i primi scandali di corruzione riscontrati nel paese: Alexander Lukashenko. Lo stupore generale raddoppiò quando al secondo turno ottenne l’80 % dei consensi.

Fin dal suo primo mandato, prolungato da 4 a 7 anni fino al 2001 con un referendum truffa, improntò la sua azione poltica a mantenere il controllo statale sull’economia e un rapporto privilegiato con la Russia. Lukashenko si è spesso vantato pubblicamente di essere stato l’unico deputato del Soviet supremo bielorusso a votare contro la dissoluzione dell’Urss ed il trattato del CSI. La Russia, infatti, oltre a finanziare la Bielorussia attraverso l’EURASEC e a rifornirla energeticamente, garantisce il pagamento dei diritti di transito per le pipelines di Gazprom. Le riforme strutturali richieste dalla Banca mondiale e dal FMI per ottenere prestiti furono immediatamente sconfessate. Vennero mantenuti il welfare sovietico, il controllo dei prezzi e fu raddoppiato il minimo salariale. Uno dei dati infatti sorprendenti del paese, foriero di consenso a Lukashenko, è l’aumento del salario medio annuo che in vent’anni è quasi quadruplicato portandosi da 1.423 dollari a 5.830. Tutto questo però al prezzo di un enorme debito pubblico e di una galoppante inflazione che ha raggiunto picchi del 13%. L’economia del paese è prevalentemente agricola, anche se il settore ha subito un duro contraccolpo a seguito dei fatti di Cernobyl, con un obsoleto apparato industriale imperniato al petrolchimico e agli armamenti. Una legge approvata recentemente proibisce ai lavoratori di licenziarsi dalle aziende agricole e punisce penalmente i governatori locali che non raggiungono gli obiettivi di produzione prefissati.

Il ventennale governo di Lukashenko ha conosciuto un crescendo di atteggiamenti  non democratici e sfide alla comunità internazionale che hanno portato l’ex Segretario di stato americano Condoleeza Rice a definirlo pubblicamente “l’ultimo dittatore d’Europa”. La svolta autoritaria di Lukashenko è indicata da una sequenza di elementi: a)  assegnazione nel 1996 di gran parte dei poteri di primo ministro al Presidente della Repubblica, cioè se stesso; b) abolizione del limite di ricandidature possibili alla carica presidenziale; c) limitazioni gravi delle libertà individuali (secondo il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite); d) uso arbitrario del sistema giudiziario per silenziare ogni genere di dissenso, stigmatizzato dal Consiglio di Sicurezza ONU con una risoluzione del 2008; e) mantenimento nell’ordinamento giuridico della pena capitale.

Le elezioni presidenziali del 2010 sono state una prova di forza per il regime di Lukashenko. I mezzi stampa ed internet sono stati messi sotto controllo o oscurati. Aleh Byabenin, il portavoce del principale sfidante  Sannikau, è morto in circostanze misteriose. Fondatore di uno dei principali gruppi di protesta, Charter 97, era una delle poche voci libere ed attendibili sulla vita del paese. Ben sei candidati dopo le elezioni sono stati arrestati ed hanno subito condanne di detenzione alcune fino a 5 anni. Le proteste di piazza seguite sono state duramente represse dalle forze speciali. Oltre 700 persone sono state portate in carcere.

Alcuni analisti hanno messo in risalto i pareri contrastanti degli osservatori esterni  dell’Osce e della CSI. I primi hanno condannato l’iter elettorale per brogli e abusi di potere mentre i secondi le hanno definite “aperte e rispettose della legge”. La Bielorussia infatti, da  sempre oscillante tra Est ed Ovest, sta tentando di collocarsi ultimamente come zona di cuscinetto neutrale tra la Russia e l’Occidente. Questo lo si puo vedere bene nella frenetica attività diplomatica di Lukashenko rispetto alla crisi ucraina. A Minsk si è firmata la tregua tra il governo centrale di Kiev e i separatisti del Donbass. Lukashenko ha promesso di sostituire nel mercato ucraino i prodotti agricoli e le forniture militari russe e ha criticato aspramente il referendum di annessione della Crimea, tutto questo  senza aderire alle sanzioni contro la Russia.

Il viaggio presidenziale annunciato nella filoccidentale Georgia è però un segnale per la comunità internazionale di voler rompere la sudditanza politica con la Russia. Il rischio di una Maidan bielorussa ha spinto Lukashenko a cercare i consensi dell’opposizione nazionalista. Il governo ha deciso di approvare un pacchetto di provvedimenti per rivitalizzare l’uso e l’insegnamento della lingua bielorussa oltre che a promuovere la costruzione di vari monumenti celebrativi dell’epopea nazionale come quello dei 500 anni dalla vittoria della battaglia di Orse contro il principato di Moscovia. E’ ancora presto per parlare di un radicale mutamento di campo del paese ma è evidente che il nuovo corso diplomatico multivettoriale di Lukashenko ambisce anche ad un riconoscimento di legittimità da parte dell’Occidente. Minsk spera di non vedersi più soggetta a invadenti supervisioni dei propri affari domestici da parte di Usa e Unione Europea.

A novembre del 2015 si svolgeranno nel paese le elezioni presidenziali. Le probabilità di un sostanziale cambiamento nella vita democratica del paese sono ben poche. Si tratta pur sempre però di un passaggio delicato: il rischio di nuone proteste elettorali, che sarebbero puntualmente represse, è alto. L’aggressività che contraddistingue l’amministrazione russa potrebbe portare a pesanti interferenze nelle questioni bielorusse specie se gli eventi rischiassero di degenerare e si sospettassero, a torto o a ragione, coinvolgimenti occidentali.

La domanda di fondo sul destino del paese resta comunque: verranno abbattute le sbarre dell’ultima gabbia d’Europa?