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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoBielorussia: Lukashenko mette fine alla neutralità nucleare

Bielorussia: Lukashenko mette fine alla neutralità nucleare

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Mentre la guerra in Ucraina prosegue, in Bielorussia domenica 27 febbraio si è svolto un referendum che permetterebbe di ospitare su suolo bielorusso armi nucleari, mettendo fine allo status di paese libero dal nucleare – acquisito dopo la caduta dell’Unione Sovietica. 

Secondo i dati ufficiali il 62,5% dei bielorussi si è detto favorevole al referendum di domenica scorsa volto a modificare la costituzione. Tra gli aspetti più rilevanti del nuovo testo ci sono il consenso ad ospitare sul proprio territorio armi nucleari, l’estensione del mandato di Lukashenko fino al 2035 e il divieto all’elezione alla presidenza a chiunque abbia temporaneamente lasciato il Paese negli ultimi vent’anni. 

Minsk sta avendo un ruolo di rilievo nel conflitto russo-ucraino, in quanto base d’azione per le truppe russe che entrano da Nord, attraverso il confine ucraino-bielorusso per attaccare Kyiv. Dunque, questo referendum costituzionale che elimina lo status non nucleare della Bielorussia apre la strada a una più forte cooperazione militare con la Russia, che ha dispiegato forze sul territorio bielorusso con il pretesto di esercitazioni militari per poi inviarle in Ucraina come parte dell’invasione iniziata giovedì.

Non solo nucleare 

La riforma costituzionale consolida anche il potere di Lukashenko, da lui detenuto da 27 anni, poiché, pur introducendo il vincolo dei due mandati presidenziali, permette al presidente di rimanere al potere fino al 2035 e concedendogli l’immunità giudiziaria a vita, anche una volta lasciato l’incarico. Viene, inoltre, costituito un nuovo organo esecutivo, l’Assemblea Popolare Bielorussa. Essa sarebbe responsabile di definire le priorità e gli obiettivi strategici nazionali per il prossimo quinquennio, nonché di indire le elezioni per i giudici e per il presidente della Corte Suprema. Inoltre, avrebbe anche il compito di annullare gli atti giuridici ritenuti in opposizione alla sicurezza nazionale. Questa assemblea potrebbe essere presieduta dal futuro Presidente uscente, ovvero Lukashenko, che in questo modo si garantirebbe un ruolo di rilievo anche dopo il 2035. 

Un altro emendamento rilevante, introdotto con la nuova riforma costituzionale, vieta a chiunque abbia lasciato temporaneamente la Bielorussia negli ultimi vent’anni, di diventare Presidente. Questa modifica costituzionale mira indubbiamente ai membri dell’opposizione ed in particolare a Svetlana Tichanovskaja, che ad agosto 2020 è dovuta fuggire dal Paese e rifugiarsi in Lituania, minacciata dalle autorità bielorusse. Tichanovskaja, principale sfidante di Lukashenko alle ultime elezioni aveva denunciato i brogli elettorali, reclamando di essere la legittima vincitrice, ma fu poi costretta a lasciare il paese a seguito della repressione violente delle proteste dell’agosto 2020.

Foto e video che circolano sui social mostrano bielorussi protestare davanti ai seggi a Minsk e nelle altre principali città bielorusse, mostrando cartelli contro la guerra. Secondo il Ministero dell’Interno bielorusso quasi 800 persone sono state fermate dalla polizia. Anche gli attivisti per i diritti umani in Bielorussia hanno denunciato che il 27 febbraio almeno 530 persone sono state arrestate.

Le conseguenze della riforma costituzionale 

Il referendum costituzionale di domenica, quindi, è servito a Lukashenko come dimostrazione (artificiosa) della legittimità della sua presidenza e per stabilizzare la sua posizione, proteggendo il suo potere da potenziali minacce. L’introduzione di armi nucleari sul suolo bielorusso è quindi un’ulteriore tappa dell’integrazione militare e non solo con la Russia. Infatti, la fine della neutralità e dello status di paese libero dal nucleare (status che manteneva dalla fine dell’URSS) consente il potenziale schieramento e dispiegamento dell’arsenale nucleare russo in territorio bielorusso. Inoltre, a differenza delle precedenti votazioni per le elezioni presidenziali e parlamentari, i documenti del referendum appariranno solo in russo, probabile emblema della crescente vicinanza di Lukashenko al Cremlino. 

In generale, in un contesto geopolitico europeo molto complesso come quello degli ultimi mesi, con questo referendum, non solo Minsk ribadisce la propria fedeltà alla Russia ma anche compromette seriamente i rapporti con i Paesi occidentali, che sostengono l’opposizione a Lukashenko ed in particolare a Svetlana Tichanovskaja.

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