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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLa Bielorussia in bilico: intervento diretto o semplice supporto?

La Bielorussia in bilico: intervento diretto o semplice supporto?

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La posizione della Bielorussia rispetto all’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa è stata finora opaca e difficilmente decifrabile. Nonostante le forze armate bielorusse non siano finora intervenute direttamente nel conflitto, il ruolo di supporto di Minsk a quella che Putin chiama “operazione speciale” in Ucraina è innegabile, rendendo Lukashenka di fatto e ancora una volta alleato – e vassallo – del Presidente russo. 

Gli atti precedenti l’invasione

La preparazione dell’invasione russa, come si è purtroppo potuto capire a posteriori e troppo tardi, era iniziata già mesi fa. Uno degli ultimi atti preparatori aveva riguardato proprio la Bielorussia: a inizio febbraio, infatti, Russia e Bielorussia avevano avviato vaste esercitazioni militari congiunte con il nome di Union Resolve (o Allied Resolve) che sono proseguite per più di un mese. Tali esercitazione, accompagnate dalla preparazione per un referendum su alcune riforme costituzionali, hanno consolidato non solo il potere di Lukashenko – i risultati positivi (il 62,5% dei votanti si è espresso a favore) del referendum tenutosi il 27 febbraio scorso hanno infatti dato la possibilità al presidente bielorusso di rimanere in carica fino al 2035, con un “gioco” costituzionale simile a quello ideato da Putin nella Federazione russa per il quale i precedenti mandati verranno cancellati – ma anche il sostegno russo a Minsk. I rapporti personali tra Putin e Lukashenka sono sempre stati a dir poco complicati, ma negli ultimi anni la vicinanza tra il Cremlino e “l’ultimo dittatore d’Europa” si è rafforzata significativamente.  A riprova di ciò, il referendum bielorusso del mese scorso ha anche decretato la rinuncia allo status di Paese denuclearizzato, permettendo così alla Russia di dispiegare missili nucleari anche sul territorio dell’alleato e allargando, dunque, l’ombrello atomico grazie ad un consolidamento del tratto settentrionale di quella “linea rossa” che divide l’Europa spesse volte citata dal Cremlino.  

La Bielorussia non si unisce all’invasione

Nessuna truppa bielorussa ha ufficialmente varcato il confine ucraino per partecipare alle operazioni sul campo portate avanti dai contingenti russi. Pochi giorni fa lo stesso Lukashenko ha dichiarato che il suo esercito non avrebbe accolto la provocazione rappresentata dal lancio di un missile da parte ucraina, evitando perciò di dare l’ordine ai suoi uomini di partecipare agli scontri. La notizia del lancio è stata smentita dagli ucraini, i quali hanno a loro volta accusato le forze russe di aver tentato di scatenare la reazione bielorussa per ricevere supporto nelle operazioni di invasione. 

Ci sono probabilmente due ragioni per cui la Bielorussia non è ancora intervenuta direttamente nel conflitto: la prima è motivata da ragionamenti politici interni, in quanto Lukashenka e i suoi generali sono consapevoli che l’esercito di Minsk, mai utilizzato in campo straniero e non adeguatamente addestrato, sarebbe destinato ad un misero fallimento, il che, porterebbe non solo ad una sconfitta sul campo, ma anche all’inasprimento dei già tesissimi rapporti con la comunità internazionale. Rapporti stilati da alcune agenzie occidentali – uno dei più citati è quello non pubblicato del Center for Strategic and Foreign Policy Studies – indicano che la forte resistenza ucraina abbia congelato ulteriormente la posizione di non intervento della Bielorussia, i cui ufficiali sarebbero rimasti stupiti dall’inefficacia delle forze armate russe nel demolire l’avversario. Un errore che non vogliono imitare. E una sorte che tanto meno attira i soldati semplici e i comandanti di campo. 

La seconda motivazione è infatti legata a quest’ultimo aspetto: c’è la sensazione che il dissenso interno alla Bielorussia, sia in campo civile che militare, possa pericolosamente esplodere nel caso Minsk decidesse di intervenire attivamente in Ucraina nonostante i chiari segnali di una possibile e imbarazzante sconfitta. Lukashenka, perciò, preferisce per il momento l’equilibrio tra il non interventismo diretto e il necessario quanto richiesto supporto logistico-operativo a Putin. 

Il coinvolgimento bielorusso

Infatti, considerando gli aspetti assistenziali, la Bielorussia è coinvolta nel conflitto ucraino in maniera decisiva: sono stati forniti piattaforme logistiche, assistenza medica, punti di lancio per missili, piste per gli aerei russi, carburante, e altri materiali indispensabili per portare avanti la campagna ucraina. I treni bielorussi trasportano soldati russi e materiale bellico verso il fronte settentrionale. Tre round di negoziati tra ucraini e russi si sono svolti sul territorio bielorusso, a riprova nel non trascurabile coinvolgimento di Minsk sulla questione. Non a caso gli Stati Uniti hanno imposto una nuova tornata di sanzioni alla Bielorussia lo scorso 15 marzo. E non a caso, nonostante quanto detto finora, l’Ucraina considera alto il rischio di un attacco alla regione occidentale di Volyn lanciato dalla Bielorussia. Ovviamente, non è dato sapere al momento se un possibile attacco avrebbe solo provenienza geografica bielorussa o anche attribuzione nazionale. 

A detta del capo di stato maggiore bielorusso Viktor Gulevich, il trasferimento di cinque battaglioni tattici militari verso i confini meridionali del Paese dei giorni scorsi farebbe parte di una regolare rotazione e in nessun modo sarebbe legata ad un intervento diretto in Ucraina. Ma il dubbio rimane.

Inoltre, un aspetto su cui si sorvola ultimamente è la guerra ibrida combattuta sulla pelle dei migranti che da mesi si trovano al confine tra Bielorussia e Polonia. La grande solidarietà dimostrata da Varsavia nei confronti dei rifugiati ucraini non si è palesata verso i migranti mediorientali che da mesi aspettano di poter essere accolti in Europa in condizioni difficilissime. La Polonia ha iniziato la costruzione nel gennaio 2021 di un muro alto 5,5 metri al confine con la Bielorussia. La barriera serve formalmente a bloccare il flusso di migranti mediorientali e crea di fatto un confine fisico tra Occidente e russkij mir. Consapevole di questa situazione molto complicata, la Bielorussia sta agendo affinché i migranti creino pressioni alle autorità polacche: secondo diverse fonti, la polizia bielorussa li starebbe costringendo a spostarsi verso l’Ucraina,  spingendoli a entrare in un Paese in guerra per indurli a mescolarsi ai rifugiati ucraini e trovare la via dell’Europa attraverso il confine affollatissimo con la Polonia. Certamente queste azioni perpetuate dalle autorità bielorusse possono essere interpretate come un atto di guerra ibrida che la Polonia, intransigente su certi aspetti migratori, dovrà affrontare con attenzione pari a quella dedicata agli aspetti di sicurezza militare. 

La posizione della Bielorussia e del suo presidente Lukashenka sono in equilibrio tra la necessità di dimostrare supporto a Putin e alla sua campagna e la consapevolezza che un intervento diretto, a causa del suo probabile fallimento, renderebbero il Paese ancora più isolato e totalmente dipendente dal Cremlino. Per il momento, il funambolismo è la scelta migliore per Minsk.

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