Bielorussia al bivio: apertura all’Occidente come antidoto alla dipendenza dalla Russia?

Dopo le elezioni del 9 agosto 2020 le piazze di Minsk sono attraversate da proteste diffuse da parte degli oppositori di Alexandr Lukashenko, che contestano i brogli elettorali avvenuti durante l’ennesima tornata elettorale nella quale costui risulta il vincitore assoluto. La situazione di stallo politico generata dalle proteste è stata posta sotto attenta osservazione dalle cancellerie dell’Europa occidentale e dagli Stati Uniti, che, pur con la dovuta cautela del caso, potrebbero ricavare un vantaggio geopolitico da una rottura degli equilibri interni al Paese slavo. La realtà dei fatti, tuttavia, porta a considerare altamente improbabile un allontanamento netto di Minsk dalla Russia, alla quale è legata da una forte dipendenza economica e strategica.

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Le elezioni tenutesi il 9 agosto 2020  hanno portato agli onori delle cronache la situazione politica interna alla Bielorussia, Paese che la Russia considera come parte del suo “estero vicino” e ultimo bastione di quel blocco orientale dissoltosi con il crollo dell’Unione Sovietica. L’ultima tornata elettorale conclusasi con la contestata vittoria di Lukashenko, leader indiscusso del Paese da ormai ventisei anni, ha visto infatti numerose contestazioni da parte degli oppositori interni, sostenuti direttamente da altri Paesi europei e, indirettamente, dagli USA, desiderosi di erodere la sfera di influenza russa nell’Europa orientale. Nei giorni successivi alle elezioni, che vedono la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaja cercare rifugio in Lituania mentre centinaia di manifestanti venivano arrestate in concomitanza con le proteste di piazza, la situazione politica interna alla Bielorussia si è fatta sempre più tesa e il rischio di uno stallo politico è divenuto sempre più concreto.

L’instabilità politica generatasi a seguito delle proteste di piazza è di fatto destinata ad avere delle ripercussioni sull’equilibrio dei rapporti est–ovest, con la Russia che non può e non intende permettere un ulteriore allargamento della sfera di influenza occidentale fino ai propri confini, in direzione dei quali propendono le politiche di allargamento portate avanti dalla NATO negli ultimi venti anni. Quest’ultima, nel suo ruolo di organizzazione regionale a carattere difensivo, si serve del legame con Paesi come Polonia e Lituania,che possono in un certo senso definirsi “di frontiera”, per cercare di tenere sotto osservazione le velleità egemoniche del Cremlino, evitando il più possibile l’apertura di nuovi eventuali scenari di tensione nella regione. Visto il rafforzamento dei legami con gli Stati Uniti nel quadro dell’Alleanza Atlantica, a Varsavia, in particolare, molti vedono nelle proteste in Bielorussia un’opportunità unica per portare Minsk al di fuori dell’orbita russa, gettando in tal modo le premesse per una sorta di riedizione su scala più ampia di quella confederazione polacco–lituana che nel XVI secolo costituiva una potenza regionale nell’Europa orientale. Ad oggi, tuttavia, il progetto di creare una stretta alleanza tra gli Stati della regione per fungere da “cordone sanitario” in funzione apertamente antirussa e occultamente antitedesca, benché auspicabile dalle parti di Washington, appare però del tutto irrealizzabile.

Se si guarda all’atteggiamento tenuto dal leader bielorusso negli ultimi tempi si nota infatti una forte ambivalenza: prima delle elezioni del 2020 incontrava rappresentanti americani mostrando l’intenzione di aprire il Paese all’Occidente e allentare il legame esclusivo con la Russia; dopo le consultazioni è tornato invece a guardare a Mosca quale unico alleato ponendo fine alla breve parentesi di apertura. Considerando dunque l’attuale situazione a Minsk, la prospettiva che una rivoluzione “colorata” analoga a quelle che si sono succedute nei Paesi dell’Europa centro–orientale vada a buon fine appare quanto mai improbabile, dal momento che un allentamento dei legami economici e politici, nonché un’opera di vera e propria derussificazione, in Bielorussia, ad oggi, non hanno mai avuto luogo. In tale contesto, le dichiarazioni di attori esterni quali l’UE non paiono avere un peso sostanziale nelle vicende politiche interne alla Bielorussia. Sebbene infatti l’auspicio dichiarato dalle istituzioni europee sia quello di una soluzione negoziale all’impasse che perdura da quasi un mese, l’effetto delle condanne da parte dell’Unione Europea è destinato ad essere pressoché nullo, visto che il leader bielorusso fa ancora affidamento sulla protezione del Cremlino, in grado di fornirgli aiuti e assicuragli, se necessario, un’uscita di scena controllata. La particolare condizione del Paese, privo di risorse naturali, costringe di fatto la dirigenza bielorussa a rimanere ancorata ad un attore esterno capace di assicurare i rifornimenti necessari alla stabilità della nazione e richiede di conseguenza delle scelte di campo precise. La relazione politico–diplomatica con Mosca, sebbene in una posizione subordinata, rappresenta dunque da tempo una solida garanzia di stabilità se messa a confronto con le vaghe promesse di collaborazione avanzate dal Segretario di Stato USA Mike Pompeo nei mesi precedenti alle elezioni del 2020.


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Date tali premesse, una soluzione pacifica al dilagare delle proteste non potrà quindi che passare attraverso un percorso di mediazione tra le parti che coinvolga anche la Russia in qualità di intermediario nelle trattative. Anche la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaja, dopo settimane di proteste infruttuose, dalla Lituania dove si è rifugiata continua a sostenere la necessità di una svolta politica, ma non necessariamente in funzione antirussa. Costei, infatti, durante un’intervista rilasciata a Euronews, riconosce nel Cremlino un interlocutore indispensabile per superare lo stallo. Nel caso in cui si intenda escludere del tutto l’intermediazione russa, il timore universalmente diffuso è proprio quello di non poter giungere ad una soluzione negoziale che, ponendo fine all’impasse, porti ad un’uscita di scena (magari controllata) di Lukashenko, in modo tale da indire poi nuove consultazioni.