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TematicheStati Uniti e Nord AmericaUn anno di Biden. Intervista al Prof. Natalizia

Un anno di Biden. Intervista al Prof. Natalizia

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Ad un anno dal suo insediamento, il presidente americano Joe Biden si è già dovuto confrontare con due crisi internazionali – Afghanistan e Ucraina – che hanno contribuito al calo della sua popolarità. A tal proposito, quanto è cambiato l’approccio strategico dell’amministrazione Biden rispetto a quello dell’amministrazione precedente? Per saperne di più abbiamo intervistato Gabriele Natalizia, professore di Relazioni Internazionali al Dipartimento di Scienze Politiche di Sapienza Università di Roma e Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

Intervista  precedentemente pubblicata nel ventiduesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Professore la ringraziamo per la sua disponibilità. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’amministrazione Biden – nonostante un cambio di retorica abbastanza netto – ha adottato un approccio strategico non troppo dissimile rispetto all’amministrazione precedente. Ad un anno dal suo insediamento, quali sono le principali continuità e discontinuità tra Biden e Trump?

La conferma del Pivot to Asia quale concetto intorno al quale organizzare l’approccio strategico americano sembra l’elemento di continuità più rilevante, che inserisce Trump e Biden nel solco tracciato per primo da Barack Obama. Stesso discorso per quanto riguarda l’altra principale continuità, ovvero la richiesta agli alleati di “fare di più” per la difesa dello status quo internazionale scaturito dalla fine della Guerra fredda. Era stato sempre Obama, infatti, a porre con forza – soprattutto in sede NATO – il tema del burden sharing. I suoi successori hanno cominciato a chiedere qualcosa di simile anche agli alleati in Asia. Non si dimentichi, infine, la necessità espressa da entrambi di tagliare impegni non considerati vitali – di cui il ritiro dall’Afganistan è il principale risultato – e la spinta a integrare l’India nella strategia di contenimento della Repubblica Popolare Cinese (da cui l’utilizzo del concetto di Indo-Pacifico). Tra le discontinuità, invece, va ricordata la nuova enfasi che Biden ha attribuito al multilateralismo, sebbene come strumento di scarico di alcuni dei costi del mantenimento dell’ordine su alleati e partner degli Stati Uniti.

Il ritiro dall’Afghanistan, diretta conseguenza degli Accordi di Doha siglati da Trump nel 2020, ha segnato per gli Stati Uniti la fine della cosiddetta “Long War”. Quali sono state le vere ragioni di tale ritiro? Può essere considerato una sconfitta tattica o un vantaggio strategico?

Per tirare le somme sulla bontà o meno di questa scelta dovremmo aspettare qualche anno. Al momento, sembra impossibile non parlare di una sconfitta tattica, visto che ha portato al ritorno dei talebani al potere e al loro tradimento di buona parte dei punti concordati a Doha. Ma è una sconfitta tattica in cui Washington ha scelto consapevolmente di imbattersi. La principale ragione del ritiro è stata sicuramente la volontà di chiudere quell’emorragia ventennale di vite umane e denaro dei contribuenti che l’Afganistan ha rappresento per l’America. Le risorse “risparmiate” – ed eccoci alla seconda ragione del ritiro – potrebbero essere ricollocate in quadranti considerati strategicamente più importanti per la difesa del primato internazionale americano. Da non sottovalutare, inoltre, un potenziale effetto indiretto del ritiro: la responsabilizzazione di Russia e Cina sulla sicurezza in Asia Centrale. Queste, d’altronde, hanno goduto a lungo degli effetti stabilizzanti della presenza americana nell’area. Il ritiro, invece, obbliga le due principali potenze che gravitano sull’area ad occuparsi dei problemi di sicurezza che tradizionalmente l’affliggono e che potrebbero essere esasperati dal ritorno dei talebani al potere a Kabul.

L’atteggiamento della Russia in Ucraina può influenzare l’approccio americano nei confronti della Cina? Washington deve tornare ad investire risorse nella sicurezza del fianco orientale dell’Europa, o lo sguardo degli Stati Uniti rimane centrato su Pechino? 

La partita che gli Stati Uniti giocano con la Russia in Ucraina non può essere considerata separatamente da quella più ampia per la difesa del loro primato, che li vede impegnati in una competizione sempre più serrata con la Cina. Non credo che gli Stati Uniti vogliano aumentare il loro impegno in Europa orientale, attribuendo all’Indo-Pacifico il ruolo di quadrante strategico per i destini mondiali. Nonostante la crisi di questi giorni, credo che sia da parte americana che da parte russa ci sia la volontà di arrivare ad una qualche forma di convivenza perché l’ascesa cinese nel medio termine preoccupa anche il Cremlino. Ovviamente Washington e Mosca devono ancora individuare il punto di caduta congiunto e il modo di arrivarci. Ma la storia americana – della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda – ci dice che di fronte a due sfidanti la potenza egemonica tende a relativizzare l’inimicizia con la minaccia minore per concentrare l’attenzione su quella maggiore. E la Russia, così come nel 1941, oggi è la minaccia minore. Da non dimenticare, infine, che nel 2022 si terranno le elezioni di mid-term. È inverosimile che nei prossimi mesi Biden e il Partito Democratico vogliano cimentarsi in una campagna elettorale dove sarebbero chiamati incessantemente a spiegare ai contribuenti americani perché i soldi delle loro tasse sono investiti per la difesa di un Paese che non rientra nel novero degli alleati dell’America, mentre quest’ultima ancora soffre per le piaghe economiche e sociali inferte dalla pandemia. 

Ultima domanda. Riprendendo i temi trattati nel suo volume, per quanto visto l’amministrazione Biden sta cercando e cercherà di rendere quelli che lei chiama “Stati secondari” simili o inoffensivi?

Non credo che in questo momento storico Washington – fatte salve eccezioni – tornerà a realizzare politiche di promozione attiva della democrazia, così come accaduto negli anni Novanta e Duemila. Di fronte a una sfida sistemica come quella posta dalla Cina, la loro preoccupazione sarà garantirsi sicurezza nel breve termine chiedendo agli Stati secondari l’allineamento sulle questioni strategiche – per l’appunto, quelle inerenti alla competizione USA-Cina – ma tenendo in cambio un basso profilo sulle loro dinamiche politiche interne. Se in futuro l’ordine a guida americana sarà riconsolidato, è prevedibile che gli Stati Uniti torneranno nuovamente nella posizione di “Paese crociato” della democrazia. 

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