Biden: Goodbye Moon? Profondi cambiamenti all’orizzonte per la politica spaziale americana

Trump lascia a Biden un’eredità ingombrante da gestire in campo spaziale. Eredità che, come trapela da fonti del Partito Democratico, sarà da ridirezionare verso nuovi obiettivi prioritari. Dopo le annunciate dimissioni dalla direzione della NASA di Jim Bridenstine (che non sarebbe stato ugualmente riconfermato dall’amministrazione entrante) si prepara il primo fiocco rosa della storia al vertice dell’agenzia. Non sono ancora chiare le azioni concrete che la nuova amministrazione Biden-Harris intende metter in campo nel settore aerospaziale americano. Una cosa però è certa, la Luna può aspettare.

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La vittoria la si era prospettata, quindi, viste le proiezioni iniziali, non ci si aspettava un testa a testa così serrato tale da arrivare ad ipotizzare addirittura una clamorosa rimonta di Trump per un secondo mandato alla Casa Bianca. Per certi versi, questa era – sotto sotto – più di una semplice speranza per l’attuale amministrazione spaziale americana, che proprio sotto l’amministrazione Trump ha visto rinvigorire non solo il proprio bilancio, ma anche i propri obiettivi. Secondo quanto riporta lo US Office of Management Budget (OMB), nella precedente presidenza Obama (2009-2017) la NASA ha sperimentato una riduzione del budget complessivo annuale, toccando la soglia minima – si fa per dire – di 17 miliardi di dollari. Una contrazione anche dovuta alla chiusura del programma Space Shuttle, il cui ultimo volo è avvenuto l’8 luglio del 2011 con la missione STS-135. Questo evento non fu accompagnato (sorprendentemente) da una programmazione che permettesse di traslare, senza soluzione di continuità, le capacità americane di accesso umano allo spazio circumterrestre verso sistemi di lancio alternativi, più economici e -possiamo dirlo- anche maggiormente affidabili, perché certamente “meno complessi” di una macchina “fragile”, tanto quanto affascinante e complessa, come lo Space Shuttle. Una non-transizione che lasciò gli Stati Uniti, per circa una intera decade, completamente privi di un’autonoma possibilità di accesso allo spazio con equipaggi umani. Un gap strategico che costrinse e costringe ancora il governo americano a dipendere dalla tanto odiata Russia drenando, nei dieci anni passati, centinaia di milioni di dollari dalle casse del bilancio NASA in quelle dell’omologa russa ROSCOSMOS, per assicurarsi un seggiolino su ogni capsula Soyuz (in servizio attivo e senza interruzioni dal 1966) in partenza per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Solo recentemente, precisamente lo scorso 20 maggio, gli Stati Uniti hanno ri-acquistato l’autonomia di accesso umano allo spazio. E’ infatti grazie alla missione dimostrativa DEMO-2 di Space-X (la prima nella storia condotta da un’azienda privata) che due astronauti americani -dai tempi dello Space Shuttle- sono decollati dal suolo a stelle e strisce alla volta della ISS (nel momento in cui scriviamo, mancano poche ore al lancio della prima vera missione operativa con ben 4 astronauti a bordo -3 americani ed uno giapponese- denominata Crew-1). A sottolineare l’importanza dell’evento, il decollo è stato effettuato dal celebre sito di lancio del Kennedy Space Center “LC-39A”, per intenderci, lo stesso complesso dal quale decollarono per la prima volta sia le missioni del programma Apollo (compreso il Saturno V della missione Apollo 11) sia il primo Space Shuttle. Per adornare il successo, la capsula Dragon di Space-X è stata rinominata “Endevour”, proprio come la prima navetta del programma Space Shuttle decollata dal complesso LC-39A. Insomma, messaggio chiaro: “we are back”, ricordando a tutti -americani e non solo- cosa sono stati capaci di fare e dove ora l’America vuole tornare a stare.

L’eredità di Trump: tornare sulla Luna, per restare

È questo un successo indelebilmente inscritto nel registro presidenziale dell’amministrazione Trump: il (duplice) ritorno al volo spaziale umano americano. Dal suolo americano, con una capsula ed un lanciatore americani. L’apoteosi, dunque, dell’immagine del Tycoon. È bene sottolineare che questo successo ha in realtà radici che affondano nella precedente amministrazione Obama, sotto la quale è nato il settore spaziale privato americano che ha portato proprio alla nascita di realtà oggi fondamentali per le attività della NASA (e di altri enti governativi, soprattutto militari) come Space-X e Blue Origin. Se è vero che la dialettica e lo stile di Trump hanno suscitato perplessità ed interrogativi, non si può dire certo lo stesso riguardo il suo operato nel settore aerospaziale americano. Senza fare scomodi e forse azzardati parallelismi, la politica spaziale di Trump potrebbe riportarci sulle orme di un’altra importante eccezione nella storia spaziale americana: l’amministrazione Kennedy, sotto la cui presidenza si innescò la miccia (alimentata in realtà dal soffio costante della Guerra Fredda) che condusse gli Stati Uniti ad essere la prima nazione nella storia dell’umanità a sbarcare sulla Luna. Certamente uomini e periodi storici diversi, ma accumunati da molti più elementi di quanto non si pensi. Uno su tutti, la Luna: elemento nuovamente centrale ed imprescindibile per il rilancio dello spirito americano di conquista dello spazio. Secondariamente, la pressione della competizione di un nuovo avversario con cui contendersi l’egemonia planetaria (e non solo): la Cina.

A differenza del predecessore Obama, l’amministrazione Trump rappresenta un cambio netto nelle strategie e politiche spaziali americane. Si è infatti passati da un approccio “collaborativo ed internazionalista”, al “contrattacco americano” in perfetto stile trumpiano, volto sin dalle prime battute al consolidamento e perenne perseguimento dei propri interessi spaziali, anteposti a tutto ed a tutti (alleati compresi). Il primo passo importante compiuto è stato proprio quello di ridare vita al National Space Council (NCS), l’ente incaricato di regolamentare e direzionare le attività spaziali americane a tutti i livelli. Segno, questo, della forte attenzione dell’amministrazione Trump verso tali tematiche. Nell’ottobre 2017 (nemmeno un anno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca) la NSC ha emesso il primo importante provvedimento programmatico: la Space Policy Directive-1 (SPD-1) in cui si confermavano i precedenti obiettivi spaziali americani per i successivi 20 anni, estesi però con una e fondamentale direttiva con cui si specificava che, al fine di conseguire l’obiettivo di portare l’uomo su Marte, si rendeva necessario lo sviluppo di avamposti lunari. Indicazione chiara: tornare sulla Luna. E questa volta restarci! Questa è la scintilla che ha portato alla nascita del nuovo ed ambizioso programma spaziale americano: Artemis.

Lo Spazio: non un bene comune

Nome non certo casuale quello del nuovo programma spaziale americano, atto a sancire una sorta di linea di continuità temporo-spaziale con il glorioso programma Apollo. Data del ritorno sulla superficie lunare fissata al momento per il 2024. Il ritorno americano (perché sempre di astronauti americani si tratta!). Dettaglio forse sottovalutato dagli stessi alleati che, a seguito della “chiamata alle armi” da parte di Washington, pare non abbiano battuto ciglio a sottoscrivere i famosi “Artemis accords”. Accordi che mirano ad “imbrigliare” il futuro dell’esplorazione spaziale umano sotto la regia americana, sfruttando quel vuoto normativo internazionale, che ancora sussiste, circa l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse spaziali minerarie, promuovendo norme e principi di regolamentazione internazionale per l’esplorazione dello spazio esterno. Non solo, quindi, un semplice programma spaziale, ma un vero e proprio strumento di politica estera. Gli Artemis Accords sono, infatti, l’impronta “operativa” dall’ammnistrazione Trump in termini di politica spaziale americana, secondo la quale -è bene precisarlo- lo spazio non deve essere inteso come bene comune. Impronta messa nero su bianco lo scorso 6 aprile con la firma dell’ordine esecutivo denominato “Executive Order on Encouraging International Support for the Recovery and Use of Space Resources”. Ordine presidenziale a cui fanno eco anche le recenti parole di Elon Musk, CEO di Space-X, che parla di colonizzazione, più che di esplorazione marziana.

Non è nemmeno casuale -anche se non fa clamore, dovrebbe far riflettere – la decisione dell’agenzia spaziale russa ROSCOSMOS di non prendere parte al progetto Lunar Gateway. Tassello primario e fondamentale per gli obiettivi del programma Artemis, seppur da esso distinto. Dmitry Rogozin, direttore generale di ROSCOSMOS, ha infatti definito il progetto “troppo americanocentrico”. Impostazione che ha indotto la Russia a sfilarsi dall’ambizioso progetto, nonostante tra le due nazioni esista una tradizione ventennale di proficua e pacifica collaborazione nel progetto e nell’attività della ISS. Un bell’esempio (l’unico) di fruttuosa collaborazione tra nazioni, anche se contrapposte sulla Terra.

Al fine di sostenere le attività spaziali, l’amministrazione Trump non ha fatto mancare il necessario sostegno finanziario. Un timido sostegno, tuttavia, se paragonato ai roboanti annunci politici. Il budget della NASA è infatti passato dai $19 miliardi del 2017 ai quasi $23 miliardi, già stanziati per l’esercizio 2020. Pur trattandosi del terzo incremento consecutivo del budget annuale in quattro anni di presidenza, esso non risulta essere (ancora) sufficiente per sostenere a pieno regime lo sforzo tecnico richiesto per tornare sulla Luna nel 2024. Motivo per cui gli USA hanno aperto il programma Artemis alla partecipazione internazionale. Adesioni per ora giunte solo dalle nazioni alleate.

Il Tycoon si è maggiormente concentrato sulla spesa militare, passata dai $662 miliardi del 2017 ai $720 dello scorso anno, senza però perdere d’occhio l’attività spaziale prevalentemente legata al settore militare. Infatti, proprio all’interno del budget record della difesa, ha preso vita l’altra importante creatura dell’amministrazione Trump in campo spaziale. Creatura che Biden si troverà a dover gestire in eredità, sia in termini di mezzi che di finalità. Parliamo del comando spaziale americano o United State Space Force (USSF). Ufficialmente presentata -a tratti anche hollywoodiani- nel dicembre 2019 con chiari compiti di sorveglianza e deterrenza attiva in orbita bassa (Low Earth Orbit, LEO), al fine di proteggere e perseguire gli interessi nazionali americani, non solo in campo spaziale. Atto che agli occhi dei propri competitors rimarca ancor di più l’aggressività della politica spaziale americana di Trump, il cui principale effetto odierno è stato quello di aver innescato una spirale -pericolosa per gli stessi Stati Uniti- che spinge in primis nazioni come Russia e Cina ad intensificare allo stesso modo il loro sforzo militare in campo spaziale.

Biden: la Luna può aspettare.

I pilastri del recente successo elettorale di Joe Biden sono stati: risposta al COVID-19, rilancio dell’economia americana, lotta alle disuguaglianze etniche che da mesi dilaniano il paese e al cambiamento climatico. Proprio quest’ultimo aspetto ha suscitato molti interrogativi nel settore aerospaziale americano su quello che sarà il nuovo centro di gravità attorno al quale ruoterà la futura strategia spaziale statunitense. Un segnale che preannuncia il possibile e sostanziale “cambio di rotta” rispetto agli obiettivi posti dall’amministrazione Trump, che vede la Luna non più al centro delle future immediate priorità. Strategia che sembrerebbe confermata dallo “statement” del Partito Democratico rilasciato lo scorso luglio, dove pur tentando di non sbilanciarsi sul tema, si è comunque lasciato intendere che l’amministrazione Biden-Harris si concentrerà fortemente sul rafforzamento delle missioni scientifiche dedicate all’osservazione della Terra, al fine di meglio comprendere il fenomeno del cambiamento climatico e il suo impatto sulla vita terrestre. Si potrebbe quindi tradurre: la Luna, per ora, può aspettare. 

La nuova presidenza si accompagna al cambio dei vertici NASA. Sono stati resi noti da poco i nomi dei componenti del cosiddetto “transition team”, ufficialmente noto come “Agency review team”, che accompagnerà l’agenzia aerospaziale americana fino all’insediamento della nuova amministrazione, allineandola alla poliche spaziali da essa promosse. Jim Bridenstine ha annunciato con un “tweet” che non accetterà un secondo mandato da direttore generale di NASA, nemmeno se fosse Biden in persona ad offrirglielo. La verità è che Bridenstine ha solo anticipato l’inevitabile, essendo stato già etichettato come una “guida poco adatta” per l’agenzia da parte dell’entourage del Partito Democratico (nonostante abbia tentato durante la presidenza Trump di mantenere un approccio “bipartisan” all’interno del Congresso e del Senato americano). Questo ha dato ovviamente il via alle speculazioni sul nuovo nome del direttore NASA. Attualmente, sembrerebbe che la scelta finale si sia ridotta ad una rosa di cinque nomi. Il primo è del calibro di Wanda Austin, presidente della “The Aerospace Corporation”. Altro nome importante è Pamela Melroy, astronauta NASA di lungo corso, seconda donna americana a comandare una missione Shuttle e membro del neo-nato transition team. Wanda Sigur, vice presidente e general manager dell’aviazione civile presso Lockheed Martin. Kenda Horn, attuale presidente della sottocommissione della Camera per l’aerospazio (ferva oppositrice del programma Artemis) e, questo forse il nome più accreditato per la scelta finale, Lory Garver ex vice amministratore di NASA sotto la presidenza Obama, le cui intenzioni sono quelle di “rimodulare” completamente le ambizioni di NASA trasformandola in una Agenzia maggiormente dedita proprio alla lotta del cambiamento climatico. Scelta non facile quindi. Una cosa però è sicuramente certa: il fiocco alla NASA questa volta sarà rosa. Prima grande rivoluzione voluta da Biden, in linea con uno dei suoi temi cardine della campagna elettorale.

Ad oggi non è chiaro come si concretizzerà la futura strategia spaziale americana. Qualcosa di più, forse, si potrebbe ricavare analizzando la lunghissima carriera politica del neo-eletto presidente degli Stati Uniti, il cui impegno ha riguardato però solo marginalmente tematiche legate all’aerospazio ed ancora meno quelle di puro stampo spaziale. In questi 40 anni, si contano a suo nome solo 6 emendamenti legati alle tematiche spaziali. Due di questi riguardarono le commemorazioni per i due disastri Shuttle (Challenger e Columbia), gli unici votati all’unanimità. Tra il 1985 ed il 1986 contribuì alla presentazione di due ulteriori emandamenti contro lo sviluppo e la proliferazione di test ed armi anti-satellitari (ASAT), aspetto interessante perchè in forte discontinuità rispetto alla linea di Trump. Emendamenti che, tuttavia, non diventarono legge. Stesso destino per quello promosso nel 2007-2008 relativo ad aspetti puramente economi-finanziari per alcuni interventi di manutenzione sulla ISS da appaltare all’agenzia spaziale russa ROSCOSMOS. Infine, il Commemorative Coin Act, che divenne legge nello stesso anno, ma che, come riporta il nome, è del tutto privo di qualsiasi rilevanza tecnico-scientifica nel settore. Come attenuante, si ricordi che nel ruolo di Senatore gli emendamenti e le proposte di  legge seguono le esigenze e le direttive dello stato in cui si è eletti e per il quale, per l’appunto, bisogna riguadagnarsi l’elezione.


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Essendo stato eletto nel Delaware (stato privo di attività aerospaziali), si può dire che Joe Biden difficilmente si sarebbe trovato a trattare di temi o problematiche legate al settore. Profilo e strategia quindi indecifrabili che non fanno altro che alimentare i dubbi sulla modalità di prosecuzione del programma Artemis che, molto probabilmente, vedrà ritardare la fatidica data del ritorno sulla Luna di un equipaggio americano ben dopo il 2024. Alla NASA aleggiano contradditorie opinioni rispetto a Biden. Sotto la sua vice-presidenza, il programma “Constellation” venne cancellato. E questo alla NASA se lo ricordano bene.

Andrea D’Ottavio,
Geopolitica.info