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Berlino, capitale della geopolitica d’Europa

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Ai nostri giorni e per colpa di un nuovo conflitto deflagrato ai confini dell’Unione Europea, il mondo sembra nuovamente diviso fra chi crede in un sistema globale garantito dal multilateralismo e presidiato dalla NATO e chi sostiene visioni revisioniste. Al centro di queste diverse concezioni dell’ordine mondiale, oggi come ieri, ritroviamo sempre il rapporto fra gli Stati Uniti e la Germania, tra la superpotenza vincitrice della Guerra fredda e il Paese che, dopo la caduta del Muro di Berlino, svolge un ruolo indispensabile nelle dinamiche politico-economiche del nostro continente.

Una mia maestra delle scuole elementari diceva sempre che storia e geografia vanno studiate insieme, perché se non si conosce dove hanno avuto luogo certi eventi si rischia di non capirne gli effetti storici. Confesso che questa mi era sembrata soltanto una fissazione da insegnante vecchio stile finché non sono andato a vivere a Berlino, un’opportunità che il mio lavoro di diplomatico mi ha offerto fra il 2017 e il 2020 e per la quale sono molto grato alla Farnesina e alle colleghe e ai colleghi che hanno saputo guidarmi in questa esperienza (anche se queste riflessioni hanno carattere strettamente personale).

A Berlino mi è stato finalmente possibile capire che cosa abbia rappresentato la Guerra fredda per i tedeschi e per la Germania, uno dei Paesi simbolo di questa fase storica ma anche uno dei luoghi del pianeta – la geografia, per l’appunto – dove si riesca ancora a sentire l’atmosfera di un mondo diviso in due blocchi e in bilico sul precipizio di un conflitto nucleare. Una sensazione che si percepisce tutt’oggi, per le vie di una Berlino affollata di ragazze e ragazzi in Erasmus, molto più di quanto possano trasmetterci film anche suggestivi come “Le vite degli altri” o “Il ponte delle spie”, ambientati nella capitale tedesca divisa fra Alleati e Sovietici. Soltanto a Berlino può infatti succederti – a oltre trent’anni dalla caduta del Muro – di prendere un taxi e sentire il conducente bofonchiare nel suo inglese dal forte accento berlinese che lui a un certo semaforo gira sempre a destra, perché a sinistra non si poteva andare: c’era una torretta di guardia e un soldato pronto a sparare. 

Ai nostri giorni e per colpa di un nuovo conflitto deflagrato ai confini dell’Unione Europea, il mondo sembra nuovamente diviso fra chi crede in un sistema globale garantito dal multilateralismo e presidiato dalla NATO e chi sostiene visioni revisioniste. Al centro di queste diverse concezioni dell’ordine mondiale, oggi come ieri, ritroviamo sempre il rapporto fra gli Stati Uniti e la Germania, tra la superpotenza vincitrice della Guerra fredda e il Paese che, dopo la caduta del Muro di Berlino, svolge un ruolo indispensabile nelle dinamiche politico-economiche del nostro continente. Un rapporto, quello fra Washington e Berlino, così significativo da essere ritenuto da molti esperti l’asse centrale per la tenuta dell’ordine liberale in Europa, tanto più in questa fase storica in cui l’assetto geopolitico fondato dagli Stati Uniti proprio in esito alla sconfitta della Germania nazista viene messo in discussione. 

Anche l’importanza delle relazioni fra Stati Uniti e Germania l’ho capita non tanto sui libri di storia quanto piuttosto vivendo e lavorando a Berlino. Un’esperienza che mi ha dato l’occasione per scrivere un libro – anche questo un lavoro esclusivamente personale – dedicato al “fattore umano” della Guerra fredda e, in particolare, al dialogo non sempre fluido fra i leader della Germania Ovest e i loro migliori alleati, gli inquilini della Casa Bianca. Il libro si intitola “La fragile intesa. Berlino e le relazioni euro-atlantiche nei primi anni della Guerra fredda” ed è uscito a luglio scorso per la LUISS University Press con la prefazione del Sottosegretario Vincenzo Amendola. 

Perché dietro ai grandi temi geopolitici che animano i talk show televisivi in onda tutte le sere da quando una nuova guerra è scoppiata in Europa, dietro agli eventi che riempiono le pagine dei manuali di storia, non ci sono soltanto apparati industriali o arsenali militari. Ci sono milioni di donne e di uomini che nutrono sentimenti come la paura, l’ansia, l’attesa e persino la rabbia dinanzi alle evoluzioni delle vicende delle relazioni internazionali. 

Dinamiche storiche che un diplomatico deve sforzarsi di conoscere e non soltanto per riuscire a superare il concorso di ammissione alla Farnesina: si tratta infatti di elementi che conservano il loro significato ai giorni nostri, quando il ruolo rivestito dalla NATO nella sicurezza dell’Europa torna a essere al centro del dibattito e la Germania, una volta ancora, si trova di fronte a un nuovo appuntamento con la storia. 

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