Siria: Bashar Al Assad in crisi

Le ultime significative vittorie sul campo dell’esercito siriano di Bashar Al Assad e dei suoi alleati Hezbollah risalgono all’ormai lontano maggio del 2014. In quell’occasione e dopo un assedio durato due anni e mezzo, i reparti del Syrianarabarmy (SAA) riuscirono ad ottenere il pieno controllo della città di Homs, fino ad allora aspramente contesa alle disomogenee formazioni ribelli del Free syrianarmy(FSA).

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Le sconfitte del regime

La conquista della terza città più grande del paese, preceduta da quella della vicina cittadina di Al Qusayr nel 2013, hanno evidenziato in misura abbastanza netta le linee strategiche prioritarie dello stato maggiore siriano: ripulire dalla presenza di truppe ostili il territorioposto tra Damasco e le province alawite di Tartuse Latakia per mantenere una saldapresa sull’autostrada M5, principale  via di comunicazione tra i due poli nevralgici su cui si basa il potere del regime. Solo il pieno controllo di questa zona può permettere la contemporanea resistenza in settori più defilati del territorio.
In un teatro affollato di contendenti dove, dopo quasi cinque anni di guerra, nessuna delle partisi è rivelata abbastanza forte da prendere il sopravvento in maniera decisiva sul nemico, le forze del regime sembranoevidenziare da qualche tempo segnali di debolezza abbastanza vistosi:

– Il 17 febbraio scorso nella provincia di Aleppo un forte contingente composto da reparti regolari supportati dal NDF (la milizia territoriale istituita nel 2012), dall’Hezbollahe da miliziani sciiti provenienti dall’Iraq, ha attaccato i villaggi a nord del capoluogo con l’obiettivo di tagliare le vie di comunicazione e di rifornimento dei ribelli asserragliati nei quartieri centro orientali della città: un’offensiva fallimentare conclusasi con più di 150 morti.

– Dopo mesi di combattimenti la provincia di Idlib è stataquasi interamente strappata al regime da una vasta coalizione islamista capeggiata da Al Nusra. Si tratta di una perdita molto grave per Assad, sia perché la presenza di un’enclave ribelle permanente e strutturata nel nord del paese potrebbe minacciare direttamente il settore di Aleppo e la provincia alawita di Lattakia e sia perché Idlib, dopo Rakkain mano all’ISIS, è la seconda provincia a cadere interamente in mano a forze ostili.

– Il 25 aprile le forze del regime hanno perso la città di Jisr al-Shughour, snodo stradale importante e porta d’accesso ai villaggi della provincia di Lattakia. La sconfitta appare tanto più grave in quanto la città era difesa da un’unità di assoluto valore come la “ Divisione Tigre” di Suheil al Hassan( G. Olimpio, Corriere.it, 27/04/2015)

Ai rovesci subiti sul campo si sommano tensioni crescenti tutte interne al regime:

– Agli inizi di marzo un comandante dei servizi di intelligence, RustomGhazaleh, è stato brutalmente picchiato da uomini diRafikShehadeh, capo dell’intelligence militare perché, a quanto pare, il primo era stato molto critico nei confronti della crescente influenza esercitata da Iraniani e Libanesi nella gestione delle operazioni militari in territorio siriano. La morte di Ghazaleh, avvenuta in ospedale il 24 aprile in conseguenza delle ferite subite, impedirà per molto tempo di conoscere le reali cause della sua violenta uscita di scena( J. Aziz, Al Monitor, 26/04/2015).

– Il 18 marzo ad Hamascontri a fuoco hanno impegnato per ragioni ignote uomini della quarta divisione corazzata, un’unità d’élite comandata da Maher Al Assad, fratello di Bashar, e membri della polizia militare.
–  Il 14 aprile uomini delle forze speciali presidenziali comandate direttamente da Bashar Al Assad hanno arrestato a LattakiaMonzer Jamil al-Assad, cugino del presidente, con l’accusa di cospirazione contro il regime ( J. Cafarella, Syria Report, April 14-21, 2015).

Logoramento e difficoltà di reclutamento

Questi i fatti. Le cause, come spesso accade, sono molteplici e sono senza dubbioda ricercarsi nel rafforzamento,sia in termini di armamenti che di coordinamento,dei tradizionali nemici del regime e nell’affacciarsi minaccioso di nuovi soggetti sul teatro di guerra siriana ( come  l’ISIS, contro il quale il SAA non aveva praticamente alcun punto di contrasto direttoappena un anno fa).

Ma un pericolo potenzialmente mortale per il regime si nasconde nei suoi territori, tra la sua stessa gente: secondo alcune stime autorevoli l’esercito siriano ha perso dal 2012 un numero enorme di uomini in combattimento (più di 70.000 tra esercito e NDF in quattro anni) la cui sostituzione con nuove reclute sta diventando un serio problema. Le aree di reclutamento si sono drasticamente ridotte rispetto al passato ed episodi di aperto malcontento o di vero e proprio rifiuto ad aderire a campagne di coscrizione sempre più aggressive hanno recentemente interessato persino roccaforti del regime come Tartus, Latakia e il sud druso ad Al Suwajda.

La debolezza dell’esercito e la sua incapacità nel sostituire adeguatamente le perdite comporta come inevitabile conseguenza il sempre maggior impegno degli alleati iraniani e di Hezbollah nel vitale scenario siriano. Basti pensare che una grande offensiva partita a febbraio nello strategico triangolo meridionale di Quneitra, Dara’a e nelle zone rurali di Damasco è stata gestitada ufficiali e soldati di Hezbollah e da uomini delle brigate Al Qud’s ( al comando dei quali compariva il comandante stesso dell’unità,QassemSoleimani), marginalizzando di fatto l’esercito siriano in un ruolo pressoché ausiliario.
Il sostegno sempre più massiccio e pervasivo degli alleati inizia, inoltre, a creare contrasti sempre più marcati in seno alle alte gerarchie militari del regime di Assad dove, se le notizie trapelate fossero corrette, non tutti sembrano essere d’accordo nel vedere le forze armate siriane ridotte ad uno stato di subalternità sempre più umiliante.

Bashar Al Assad in crisi

Considerate queste prospettive, per Bashar Al Assad il sentiero da percorrere nel prossimo futuro sembra farsi più stretto e pericoloso. In particolare, se la sopravvivenza del regime dipenderà sempre più dal sostegno dell’Iran e di Hezbollah, sarà necessario capire quanto e fino a che punto questi ultimi saranno disposti ad impegnarsi nell’area: se il concetto espresso nel 2013 da QassemSoleimani ( “ Difenderemo la Siria fino alla fine”) dovesse tradursi in un reale surgesciita, il rischio di un ulteriore e pericolosissimo allargamento del conflitto inizierebbe a diventare davvero concreto( D. Filkins, The Shadow Commander).

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