Bangkok in fiamme

Il bilancio delle vittime degli scontri di queste settimane a Bangkok sale a 70. Nella giornata di mercoledì sono state uccise dall’esercito tailandese 15 persone, e tra queste anche il fotoreporter italiano Fabio Polenghi, che da settimane era impegnato nella capitale asiatica per documentare ciò che stava accadendo in questi giorni di guerra civile tailandese. I ribelli, le «camicie rosse», dal 12 marzo scorso hanno occupato il quartiere centrale della città di Bangkok, protestando contro il governo guidato da Abhisit Vejjajiva e invocando il ritorno del leader populista Thaksin Shinawatra.

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Dalla prima mattina di mercoledì, però, è cominciata un’altra offensiva dell’esercito, che ha dapprima aperto una breccia nella barricata che chiudeva la zona gestita dai manifestanti, e poi ha condotto all’ingresso dei soldati, mentre i manifestanti venivano individuati dai cecchini governativi, i cui attacchi (si parla di venti minuti di fuoco continui) hanno provocato la morte di sei persone prima, e di altre nove poi, stando a quanto affermato da un esponente dell’ospedale Phra Mongkut. Dopo l’assedio dell’esercito nel quartier generale delle camicie rosse, quattro leader dell’opposizione hanno invocato la resa, mentre la ferma risposta di altri ha gettato la città e altre province nel caos: alcuni dei ribelli sono fuggiti in diverse parti della capitale, dando fuoco a copertoni, assediando la sede televisiva di Channel 3 che ospitava in quel momento circa 130 persone, prendendo d’assalto due banche e la borsa, che rimarrà inattiva fino a lunedì. Più tardi, dopo un annuncio televisivo di Thaksin, che ancora una volta incitava i ribelli, la rivolta si è allargata anche alle città di Chiang Mai e di Khon Kae e nella parte nord-orientale del paese, a Ubon Ratchathani e Udon Thani, tanto che il governo ha dovuto applicare il coprifuoco sia nella capitale che in altre 23 province, con la possibilità per l’esercito di sparare a vista.

La battaglia di mercoledì scorso è solo l’ennesimo tassello di un mosaico complesso e violento, simbolo di una crisi istituzionale e politica che ormai da settimane sta incendiando il paese. Soltanto la settimana prima, in un altro tentativo di sgomberare il centro della città occupato dai manifestanti, si erano avuti altri importanti scontri, che in due giorni avevano portato alla morte di 24 persone e al ferimento di altre 187, fino a far salire il bilancio, nei giorni seguenti, a 38 vittime. In quell’occasione il premier aveva dichiarato che non si poteva lasciare il paese in mano a gruppi armati, e che non avrebbe trattato l’armistizio se i terroristi avessero continuato a far uso dei manifestanti come scudo. Nel frattempo le ambasciate di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada chiudevano e invitavano i propri cittadini a non recarsi in Tailandia, così come ha fatto sapere anche la Farnesina. I tentativi di sgombero del centro della città avevano portato nel mese di aprile ad altri 15 morti, tra cui un reporter giapponese, e alla presa in ostaggio di 5 militari governativi, mentre i leader della protesta chiedevano le immediate dimissioni del premier e costringevano l’esercito a ritirarsi dal centro della città. All’inizio della protesta gli stessi manifestanti avevano chiesto che il governo si sciogliesse nel giro di 15 giorni, reclamando il ristabilimento del potere di Thaksin.

Thaksin, uomo delle telecomunicazioni, ricchissimo magnate tailandese, è stato l’unico premier a guidare un governo regolarmente eletto per un intero mandato, fino a quando, nel settembre 2006, è stato costretto alle dimissioni da un colpo di stato portato a termine dall’esercito tailandese guidato dal generale Sonthi. In quell’occasione, i militari approfittarono dell’assenza del premier, impegnato in quei giorni nell’Assemblea generale dell’Onu a New York, per assediare la sede governativa con una decina di tank. Dopo aver fondato il partito populista. Thai Rak Thai, Thaksin riuscì nel 2005 a prolungare il suo mandato, iniziato nel 2001, facendo leva sulle pubblicità nei canali televisivi da lui gestiti, riuscendo a ottenere la stragrande maggioranza dei voti grazie ad un’opera propagandistica davvero martellante, resa ancor più suggestiva dalle promesse fatte in seguito allo Tsunami del 2004 e dalle politiche in favore della popolazione rurale. Nel periodo del suo governo non ha esitato ad usare il pugno di ferro contro il traffico di droga, si è fatto promotore di programmi assistenziali e al tempo stesso è stato accusato di violenze nel sud, abitato principalmente da musulmani. Imputato di corruzione e conflitto d’interessi, dopo il colpo di stato del 2006 è stato condannato insieme alla moglie dalla Corte Suprema, e nel 2001 era riuscito a scampare al bando dalla vita politica e all’arresto soltanto corrompendo i giudici. Dopo che i suoi sostenitori e alleati nel dicembre 2007 avevano vinto nuovamente le elezioni, senza però riuscire ad aggiudicarsi una maggioranza assoluta, alla fine del 2008, dopo una serie di imponenti proteste di piazza e lo scioglimento dei due partiti di coalizione vicini a Thaksin, era salito al potere l’attuale primo ministro, oppositore di Thaksin e leader del partito democratico tailandese, Abhisit Vejjajiva. Nei mesi scorsi sono stati confiscati patrimoni dell’ex premier per circa 1 miliardo di euro, e soltanto lo scorso anno gli era stato revocato il passaporto, per evitare che il suo ritorno in patria provocasse disordini e che si innescassero nuove proteste di piazza. Evidentemente, però, gli auspici del governo tailandese sono andati in fumo. Come l’intera città di Bangkok.