Con il bando a Taiwan l’ONU tradisce il suo spirito

(Tratto da Bresciaoggi del 20 agosto 2018)
L’articolo 1 dello statuto delle Nazioni Unite dichiara che il principale scopo dell’Organizzazione Internazionale fondata a San Francisco nel 1945, sia “il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. Sempre nel medesimo articolo, si aggiunge inoltre la volontà di “Promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace”. Valori di alto profilo fortemente voluto da leader politici che, all’indomani del secondo conflitto mondiale, conoscevano le difficoltà dei loro popoli devastati dalla guerra.

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Nonostante ciò la più celebre organizzazione sovranazionale è stata spesso al centro di dibattiti sulla propria utilità e recentemente è finita nel mirino di alcuni analisti per un discutibile atteggiamento nei confronti di una libera democrazia con più di venti milioni di persone come Taiwan. Per chi non lo sapesse infatti, la Repubblica di Cina, meglio conosciuta nel mondo come Taiwan, nel 1971 venne espulsa dall’organizzazione delle Nazioni Unite per poter lasciare il proprio posto alla più economicamente interessante Repubblica Popolare di Cina, la cui capitale è Pechino. Qualche decennio dopo la seconda guerra mondiale infatti, quasi tutte le nazioni capirono l’enorme potenzialità del paese più popoloso del mondo e, per assecondare la condizione “sine qua non” imposta dal governo comunista cinese ad ogni paese riconosciuto da Pechino, si decise di applicare la strategia della “One China policy”. Una politica che di fatto esclude la possibilità di intrattenere relazioni diplomatiche del più alto livello con la Repubblica di Cina, trasferitasi sull’isola di Formosa dopo la conclusione della rivoluzione cinese vinta da Mao.

Come si sa oggi, ancor più di ieri, gli equilibri geopolitici contano più dei valori e, per assecondare le richieste di Pechino fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite come membro del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, ancora oggi l’ONU continua ad estromettere Taiwan da ogni vertice internazionale, persino quelli che nascono con la più nobile finalità di garantire sicurezza ad ogni individuo. Ha destato molto scalpore infatti che due agenzie che operano sotto l’egida del Palazzo di Vetro continuino da qualche tempo ad escludere il governo di Taipei dai propri incontri, minando la sicurezza di milioni di abitanti. Questo è successo già nel 2016 quando l’ICAO, l’agenzia dell’ONU che si occupa di sicurezza aerea, ha ben pensato di escludere Taiwan dalla lista degli invitati; un paese che conta 66 milioni di viaggiatori in ingresso, in uscita o in transito sull’isola di cui circa l’83 per cento, quasi 55 milioni, passeggeri internazionali. Alla fine del 2017, 88 linee aeree hanno offerto servizi da e per Taiwan, operando voli passeggeri e commerciali su 296 rotte e collegando 141 città in tutto il mondo.

Due anni più tardi Pechino, nella primavera scorsa, ha ottenuto che l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che si batte per il miglioramento delle condizioni di salute di ogni individuo sul pianeta, negasse la partecipazione al governo di Taipei all’annuale incontro di Ginevra, perdendo così la possibilità di avere tra gli ospiti un paese leader in Asia, per assistenza medica e attività universitaria di ricerca nel campo sanitario. Ciò che ha scandalizzato molti analisti è dover constatare come l’OMS si sia piegata al diktat di Pechino imposto per motivazioni esclusivamente politiche generate dall’avversione del regime comunista cinese al Governo democraticamente eletto a Taiwan. Tale gesto è un tradimento dello statuto fondativo della stessa organizzazione poiché esso infatti, stabilisce, categoricamente, l’esclusione di qualunque discriminazione razziale, religiosa, politica e sociale dalle sue finalità e attività esclusivamente finalizzate alla prevenzione e al contrasto di malattie ed epidemie, che non conoscono il colore dei governi e i confini degli stati, e alla promozione della salute di tutte le persone e i popoli del mondo.

Un atteggiamento davvero discutibile da parte dell’ONU che, infrangendo i principi su cui si basa la propria storia, pare non voler in alcun modo cambiare la propria linea di condotta; bene hanno fatto quindi, recentemente, un gruppo di parlamentari trasversali ad interrogare il Governo italiano sulla propria posizione poiché, per Roma, un’azione forte potrebbe essere il modo di dimostrare come i valori, in politica, non sono secondi a nulla.