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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaUn banco di prova per l’amministrazione Biden: le relazioni...

Un banco di prova per l’amministrazione Biden: le relazioni turco-statunitensi

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Joe Biden eredita dalle Amministrazioni che lo hanno preceduto il punto più basso mai toccato nelle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Turchia dopo la crisi di Cipro del 1974. Uno stato di crisi strisciante reso più profondo dalla sovrapposizione di elementi strategico-diplomatici e identitario-normativi che hanno concorso a determinarla.

La decennale spirale di crisi nelle relazioni turco-statunitensi è tutta in due istantanee. La prima, del 6 aprile 2009: davanti alla Grande Assemblea Nazionale turca il neo-insediato Presidente Obama, che simbolicamente sceglieva proprio la Turchia come prima meta di una visita estera, elevava il Paese, a maggioranza musulmana e rappresentante dei valori democratici e secolari condivisi da Washington, a guida e modello per il Medio Oriente. La seconda, del 14 dicembre 2020: Mike Pompeo, Segretario di Stato usa, annuncia la sanzione della Turchia – primo Paese nato a subire tale sorte – ai sensi del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act per l’acquisto del sistema di difesa missilistico russo S400. 

Il passaggio nella concezione e rappresentazione della Turchia in Occidente da “modello di sviluppo” ad “alleato perduto”, sottintesa nel confronto delle istantanee, è dinamica nient’affatto nuova. Eppure nell’ultimo decennio questo passaggio si è prodotto sullo sfondo di ripetute e profonde crisi bilaterali e diplomatiche e, soprattutto, sullo sfondo dell’evidente involuzione del processo democratico in Turchia2, la cui effettiva aderenza al campo e ai valori occidentali è oggi messa in dubbio da diversi osservatori – spintisi sino a chiederne l’espulsione dalla nato. 

Ricercare le radici della crisi turco-statunitense nella sua duplice dimensione strategico-diplomatica e identitario-normativa – e tentare di coglierne così le prospettive di breve e medio periodo – implica necessariamente guardare alla traiettoria post-bipolare seguita dalla politica estera di Ankara e, in particolare, alla ricerca di ri-posizionamento nello scenario successivo al 1991. Sin dalla fine degli anni ’90 – e prima, dunque, dell’avvento dell’ Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP), – la Turchia ha risposto al declassamento strategico conseguenza della dissoluzione sovietica con l’affermazione e la rivendicazione di una nuova centralità nel sistema internazionale, giustificata da un elemento oggettivo e da uno soggettivo: dallo spostamento verso est del baricentro sistemico, da una parte, e dai multiformi legami con i diversi scacchieri regionali al cui centro il Paese si colloca, dall’altra. Richiamando la teorizzazione dell’ex-Ministro degli Esteri ed ex-Primo Ministro Ahmet Davutoğlu, la Turchia passava così da essere una “nazione periferica” (kanat ülke) a “centrale” (merkez ülke)4 del sistema internazionale, secondo una visione che fu peraltro già del social-democratico Ismail Cem, Ministro degli Esteri tra il 1997 e il 2002. 

Il suddetto passaggio ha comportato un processo di autonomizzazione della politica estera turca, di sovente tradottosi in disallineamento da quella statunitense in molti degli scenari verso i quali il Paese andava proiettando la propria influenza – dall’area del Mar Nero allargato al Medio Oriente, dal Mediterraneo orientale al Corno d’Africa e al Caucaso meridionale. Parallelamente, in un cortocircuito tra dimensione interna ed esterna, l’affermazione della centralità della Turchia ha comportato anche un più profondo disallineamento identitario – ricaduta quasi naturale per un Paese che proprio all’allineamento strategico a Occidente aveva ancorato la declinazione del proprio paradigma identitario nel cinquantennio precedente. Al disallineamento identitario, infine, si è sovrapposto un più profondo e minaccioso disallineamento valoriale, che ha fatto sì che la Turchia passasse da ambasciatore a sfidante dell’ordine internazionale liberale.

Il disallineamento strategico: crisi siriana e relazione con la Federazione russa

Il passaggio dalla rivendicazione di centralità al disallineamento strategico dagli Stati Uniti si è compiuto prioritariamente attorno a due, connessi, obiettivi di politica estera: affermazione di uno status di potenza (multi)regionale, che ha comportato una più assertiva e muscolare tutela del proprio interesse nazionale, e promozione del principio di regional ownership, secondo cui Ankara – nelle parole di Davutoğlu – deve «trovare soluzioni regionali ai suoi problemi regionali, piuttosto che attendere che attori esterni impongano le loro soluzioni», a sua volta tradottosi nella promozione di un ruolo di power broker in grado di agire al di fuori del sostegno e delle iniziative euro-atlantiche, se non in contrasto a esse.1

Più di ogni altro, è lo scacchiere siriano a mostrare apertamente peso e ricadute delle due dinamiche. Qui, nel tentativo di affermare una primazia regionale in un Medio Oriente infiammato dalle Primavere arabe, la Turchia ha abbandonato cautela diplomatica e adesione alla conservazione dello status quo, inscritte nel precetto repubblicano-kemalista, per imboccare un percorso proattivo e rivoluzionario di politica estera. Un percorso rivolto, in una prima fase, al rovesciamento del regime siriano attraverso un intervento indiretto giocato sul sostegno alla galassia delle opposizioni e, in una seconda fase, a scongiurare il rischio di autonomizzazione delle regioni a maggioranza curda nel Nord del Paese attraverso l’intervento militare diretto. Superate le iniziali tensioni turco-statunitensi derivanti dall’ambiguo atteggiamento tenuto da Ankara rispetto alle frange islamiste dell’opposizione a Damasco,2 è il secondo obiettivo a mettere oggi in rotta di collisione i due attori. Mentre per Washington le milizie curdo-siriane delle Syrian Democratic Forces (SDF) – e quelle Unità di Protezione Popolare (YPG) che ne costituiscono la principale componente militare – rappresentano un interlocutore fondamentale per il contrasto al jihadismo nel nord-est della Siria, Ankara considera l’YPG un’organizzazione terroristica, diretta emanazione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e, di conseguenza, immediata minaccia alla sicurezza nazionale, da contrastare militarmente tanto all’esterno quanto all’interno dei propri confini. Attraverso le operazioni lanciate in territorio siriano a partire dal 2016, la Turchia sembra dunque puntare alla creazione di una zona cuscinetto ai suoi confini meridionali non difforme da quella stabilita di fatto in Iraq negli anni ’90 per contrastare la minaccia rappresentata dal Governo regionale curdo. Oltre alle tensioni generate dalle operazioni militari condotte dall’esercito turco – e, in particolare dall’Operazione “Sorgente di Pace” del 20193 – sono dunque le diverse visioni sulla sistematizzazione del Paese a creare incomprensioni e tensioni tra Turchia e Stati Uniti, che pur non avendo preso posizione sul futuro assetto delle province curde mantengono nondimeno un contingente militare di un migliaio di uomini nel nord-est a sostegno delle milizie YPG. 

Inquadrato nella cornice del Processo di Astana – lanciato con Russia e Iran per trovare una ricomposizione alla crisi siriana – il tentativo di Ankara di assicurarsi un posto al tavolo dei negoziati per il futuro assetto del Paese aiuta d’altra parte a comprendere come il perseguimento del richiamato principio di regional ownership rappresenti ulteriore fattore di disallineamento strategico rispetto a Washington. Da una parte, infatti, esso si traduce in una sorta di conventio ad excludendum rispetto agli Stati Uniti, mentre dall’altra offre il principale punto di convergenza tra la Turchia e sfidanti dell’ordine internazionale liberale, a partire proprio dalla Russia. Chiave del processo di avvicinamento russo-turco resta infatti la tendenza dei due attori a marginalizzare gli elementi di contrasto strategico attraverso l’individuazione di margini di convergenza tattica – tra i quali il principio di regional ownership assume naturale priorità.

Assieme al dossier siriano è la crescente intesa e collaborazione tra Ankara e Mosca a determinare tensioni nel rapporto con gli Stati Uniti. Punto più alto di un avvicinamento avviato con l’inizio del secolo – e, al contempo, principale elemento di attrito con Washington – è stata la sottoscrizione, nel 2017, dell’accordo per l’acquisto del sistema di difesa missilistico S400 russo, che ha indotto la Casa Bianca ad espellere la Turchia dal programma di addestramento e vendita dei caccia F35, richiesti dalla Turchia per modernizzare la propria aviazione, e a sanzionare la Presidenza per le Industrie della Difesa turca. Dalla prospettiva statunitense, l’acquisto di un sistema di difesa missilistico russo rappresenta oggi il principale ostacolo verso il riavvicinamento alla Turchia per due ragioni principali: da una parte, Washington teme che i radar degli S400 russi siano in grado di calcolare e tracciare i caccia statunitensi, in particolare gli F35; dall’altra, l’acquisto da parte di un Paese nato di un sistema di difesa missilistico di un Paese rivale rappresenta non solo una dichiarazione di indipendenza sotto il profilo militare, ma anche politico. Considerazione, questa, tanto più profonda in ragione del progressivo approfondimento e allargamento della cooperazione russo-turca4 che – al netto delle divergenze strategiche che la caratterizzano e di una natura spiccatamente asimmetrica – rappresenta per Ankara un vettore di fondamentale importanza in chiave multiregionale. 

Il disallineamento identitario-valoriale del campo euro-atlantico 

La riaffermazione della centralità della Turchia nello scenario post-bipolare si è accompagnata ed è stata sostenuta da un parallelo processo di disallineamento identitario, da un ripensamento della declinazione del paradigma nazionale in parte testimoniato dalle stesse etichette in diversi momenti utilizzate per caratterizzare il nuovo corso di politica estera turca – pan-turchismo, neo-ottomanesimo, eurasismo – che semanticamente segnalano l’intreccio tra dimensione strategica e identitaria tipica della politica estera di Ankara. 

Al disallineamento identitario si è d’altra parte sovrapposto un più profondo disallineamento valoriale che, proceduto di pari passo con involuzione democratica e repressione del dissenso, ha progressivamente legato il ripensamento identitario a un processo di alterizzazione dell’Occidente e dei suoi valori. La Turchia si è cioè allineata a quei paesi sfidanti dell’ordine internazionale liberale che, rigettando la tendenza dell’Occidente al lecturing in tema di democratizzazione, da una parte denunciano le incoerenze del mondo euro-atlantico e, dall’altra, rifiutano universalità e passiva adozione del modello cultural-istituzionale occidentale, alzando così un muro difensivo fatto di sovranità ai tentativi di ingerenza e destabilizzazione portati attraverso lo strumento normativo. Per questa via e secondo una logica dai tratti spiccatamente populistici, l’Occidente – con gli Stati Uniti in prima fila – è finito dunque per essere inteso, essenzializzato e rappresentato in opposizione binaria alla Turchia, come portatore di valori alieni a quelli nazionali e/o come potenza ostile o nemica che minaccia la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. In un cortocircuito tra dimensione interna ed esterna, l’antioccidentalismo è dunque assurto a elemento caratterizzante della ideologia e della strategia di politica interna ed estera dell’akp.

In politica interna, l’opposizione all’Occidente è diventata ingrediente fondamentale della ricetta di governo e della macchina del consenso, strumentalmente utilizzato per rafforzare la presa del partito e del suo leader innanzi alle sfide succedutesi nel corso dell’ultimo decennio – dalle manifestazioni di Gezi Park del 2013 fino al tentato colpo di stato del 2016 – e per giustificare la repressione del dissenso seguite ad esse. Elemento caratterizzante del nazionalismo turco e del populismo di Erdoğan, l’antioccidentalismo si è dunque fondato e ha contribuito ad approfondire la mai sopita diffidenza nei confronti dei tradizionali alleati euro-atlantici. Si è così assistito, nel dibattito pubblico e politico, a un crescente ricorso a temi anti-occidentali, a una narrazione che vede la Turchia contrapposta ad un Occidente che le è sempre più lontano e antagonista1 diretta conseguenza della progressiva sfiducia nei confronti degli stessi Stati Uniti – accusati da Ankara di aver voltato le spalle nel momento del bisogno o di aver, direttamente o indirettamente, sostenuto gli avversari interni ed esterni al governo akp per ostacolare una crescita della Turchia percepita come minacciosa.2 

In un gioco di specchi, il processo di alterizzazione dell’Occidente e il populismo a esso soggiacente è diventato strumento anche di politica estera, completando il quadro del disallineamento identitario-normativo che caratterizza le relazioni turco-statunitensi.3 In questo senso, l’opposizione all’Occidente ha rappresentato, d’altra parte, un determinante strumento di legittimazione della più assertiva promozione dell’interesse nazionale e della ricerca di una nuova primazia regionale.4 La medesima logica di opposizione binaria tra Turchia e Occidente impiegata sul piano interno viene cioè adoperata su quello regionale – e, in primo luogo, mediorientale – per una narrazione imperniata sul ruolo del Paese come interprete e difensore dei diritti dei popoli oppressi da potenze euro-atlantiche che manifestano mai sopite tendenze colonialistiche e imperialistiche. È questa l’essenza più profonda della dottrina del “prezioso isolamento” (Değerli Yalnızlık) enunciata da Ibrahim Kalın – consigliere politico e portavoce di Erdoğan – per rappresentare una Turchia che, sola, si erge a tutela dei valori universali e dei diritti e libertà dei popoli innanzi al «realismo senz’anima» delle potenze occidentali. 

Conclusioni

Nel corso dell’ultimo decennio, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia sono finite prigioniere di una profonda spirale di crisi, uscire dalla quale rappresenta una delle principali sfide che l’Amministrazione Biden deve oggi fronteggiare nello scacchiere eurasiatico. La duplice essenza della crisi, strategica e valoriale, chiama d’altra parte in causa l’essenza stessa della politica bideniana. Il passaggio di Presidenza da Trump a Biden è coinciso infatti con un importante rilancio di quell’eccezionalismo atlantico che sotto il leader repubblicano si era tramutato in anti-eccezionalismo. Obiettivo primario della nuova Presidenza è non solo quello di ricucire lo strappo con gli alleati tradizionali, ma anche di rilanciare il ruolo statunitense nel mondo come guida dei Paesi democratici, veicolando il messaggio secondo cui “America is back”. 

Al di là delle difficoltà contingenti, ciò che sembra emergere dall’analisi delle relazioni bilaterali fra usa e Turchia è l’obsolescenza del framework all’interno del quale le relazioni stesse sono state condotte negli ultimi anni: innanzi alle molteplici crisi emerse nell’ultimo decennio e al graduale disallineamento di Ankara, la reazione delle amministrazioni statunitensi è stata quella di trasporre alla Turchia lo stesso framework concettuale adottato nei confronti di avversari sistemici come Russia e Cina, con il risultato di approfondire il solco strategico-valoriale tracciato tra i due alleati. D’altra parte, rilanciare le relazioni turco-statunitensi sembra implicare la necessità di riconoscere che esse non possono essere più prioritariamente ancorate e definite dall’appartenenza turca alla nato: il principio secondo cui gli usa sono e saranno i principali garanti della sicurezza turca non sarà più sufficiente a contenere le tendenze centrifughe della Turchia dal campo euro-atlantico e le divergenze fra Ankara e Washington. 

Rilanciare le relazioni bilaterali sembra dunque implicare la necessità di “de-erdoğanizzare” le ragioni della crisi, di distinguere cioè elementi strutturali e congiunturali che ne sono alla base, in maniera tale da imparare a convivere con i primi cercando al contempo di contrastare i secondi. Il ripensamento della collocazione strategica e identitaria della Turchia nel sistema internazionale è dinamica e necessità che ha preceduto l’avvento dell’AKP e che verosimilmente ne seguirà la fine. È cioè dinamica strutturale ineluttabilmente segnata dal superamento di quel paradigma – al contempo strategico e identitario – kemalista attorno al quale le relazioni tra Ankara e Washington erano andate ruotando e approfondendosi. Con essa – e con la rivendicazione di centralità nel sistema eurasiatico da essa derivante – la Casa Bianca e i suoi alleati europei non potranno che fare i conti, cercando un modo di re-incanalarla in un senso confacente agli interessi atlantici così come era accaduto nel primo decennio di governo dell’akp. Al contempo, sull’Amministrazione Biden ricade il complesso onere di separare il disallineamento identitario da quello valoriale – dinamica contingente e strumentalmente legata a scelte tattiche effettuate dall’AKP sul piano interno ed esterno – disinnescando la dimensione normativa della crisi turco-statunitense. 

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