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Balcani senza pace: Putin soffia sul fuoco del nazionalismo in Bosnia ed Erzegovina

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La parata per celebrare la fondazione della Republika Srpska, voluta dal presidente Dodik, destabilizza il fragile equilibrio balcanico e apre ulteriormente le porte a Putin.

Una vecchia ferita che si riapre

Quando nel novembre del 1991 l’assemblea bosniaca votò a maggioranza la mozione che apriva le porte all’indipendenza della repubblica dalla Federazione jugoslava, Radovan Karadzic, il leader del partito serbo-bosniaco SDS, affermò che la Bosnia ed Erzegovina aveva appena imboccato l’autostrada per l’inferno e che la “nazione musulmana” sarebbe stata destinata a scomparire in caso di guerra, in quanto incapace di difendersi.

Nei mesi successivi l’SDS e i suoi proseliti avviarono una serie di misure per costruire istituzioni parallele panserbe all’interno del territorio bosniaco, tra cui un’assemblea autonoma che il 9 gennaio 1992 proclamò la nascita della Repubblica del popolo serbo di Bosnia, poi ribattezzata Republika Srpska. Appena qualche mese dopo sarebbe cominciato l’assedio di Sarajevo e quindi la guerra in Bosnia, il cui culmine fu raggiunto nel 1995 col massacro di Srebrenica, di cui si sono macchiati proprio i principali rappresentanti della RS, tra i quali Karadžić e il generale Ratko Mladić.

E proprio il 9 gennaio scorso, per celebrare la nascita della RS si è tenuta una parata: tali celebrazioni non sono una novità, ma finora si erano svolte solo a Banja Luka, la capitale della repubblica. Quest’anno, il presidente della RS e leader nazionalista serbo-bosniaco, Milorad Dodik, ha voluto invece estendere i festeggiamenti anche a Istočno Sarajevo (Sarajevo Est), un sobborgo a un quarto d’ora di macchina dalla capitale bosniaca, che tra l’altro proprio durante la guerra fu utilizzato come postazione di cecchini  dall’esercito serbo-bosniaco. Inevitabile l’innalzamento del livello di tensione nel Paese, che da poco è stato candidato all’ingresso nell’UE ma che negli ultimi anni continua a essere sconvolto da tensioni politiche di natura etno-nazionalista. 

Alla parata hanno partecipato almeno 2500 persone e tra di loro hanno sfilato ufficiali di polizia armati di fucili, veterani di guerra, studenti e persino un gruppo di motociclisti russi chiamati “Night Wolves”, autoproclamatisi “difensori della cristianità ortodossa” e noti per essere vicini al presidente russo Vladimir Putin. Inoltre, erano presenti delegazioni straniere, come quelle di Russia, Serbia e Cina.

Nel corso dei festeggiamenti Dodik ha dichiarato che “per giustizia di Dio, questa zona appartiene ai serbi che si sono organizzati e hanno fondato la loro Republika Srpska il 9 gennaio 1992”, aggiungendo che la parata “non l(a) facciamo per dispetto, ma per dimostrare che siamo pronti a lottare per la nostra libertà”, rievocando inevitabilmente gli spettro dell’etno-nazionalismo e del secessionismo che hanno incendiato i Balcani negli anni Novanta.

Reazioni interne e internazionali

Le reazioni non si sono fatte attendere. Innanzitutto, alcuni esponenti politici e diplomatici della Bosnia, come il sindaco di Sarajevo Benjamina Karic e l’Alto Rappresentante Christian Schmidt, hanno contestato l’incostituzionalità della festività, dichiarata illegale dalla Corte costituzionale di Bosnia nel 2015, data la natura discriminatoria della commemorazione rispetto ai non-serbi. Oltre a ciò, l’ambasciata statunitense a Sarajevo ha denunciato la vicinanza del presidente della RS a Putin, manifestatasi non solo con la presenza istituzionale della Russia – insieme a quella dei Night Wolves, ma anche con un palese elogio del presidente russo da parte di Dodik. 

Una medaglia d’onore per Putin

Nella la prima parte della commemorazione, infatti, quella svoltasi a l’8 gennaio a Banja Luka, il leader serbo-bosniaco ha insignito Putin della medaglia d’onore dell’Ordine della Republika Srpska, per il suo “impegno e amore patriottico verso la Republika Srpska”, e ha ringraziato il presidente russo e il suo Paese per aver fatto sì che “la voce e la posizione della Republika Srpska (siano) ascoltate e rispettate e la sua posizione preservata sotto l’assalto dell’interventismo internazionale”.

La premiazione è avvenuta naturalmente in absentia, ma Dodik si è ripromesso di consegnargli la medaglia di persona. Non è raro, infatti, che Dodik e Putin si incontrino, anzi l’ultimo viaggio del leader serbo a Mosca risale allo scorso settembre. La sinergia dei due politici desta una forte preoccupazione da parte occidentale. Putin strumentalizza il secessionismo di Dodik quale fattore di destabilizzazione della Bosnia e dell’intera area balcanica, che cerca in tutti i modi di influenzare. Non a caso, dopo l’annuncio della candidatura della Bosnia come membro dell’UE, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che tale decisione è legata allo scopo, da parte occidentale, di conquistare completamente la regione dei Balcani.

È necessario, dunque, mantenere alta l’attenzione su questo Paese che presto potrebbe divenire un membro dell’Unione Europea, ma che rischia di essere un nuovo fronte caldo del confronto tra Russia e Occidente.

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