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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl Bahrain negli Accordi di Abramo: ruolo e prospettive

Il Bahrain negli Accordi di Abramo: ruolo e prospettive

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Il 15 settembre 2020, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrain hanno firmato alla Casa Bianca un impegno formale per normalizzare i rispettivi rapporti bilaterali con Israele, rompendo così un tabù storico tra le monarchie arabe del Golfo (The U.S. Department of State, 2020). La firma di Washington veniva presentata al mondo come una nuova alba per la storia recente e futura della regione intera (The White House, 2020).

La dichiarazione ha infatti segnato l’avvio di un processo (in parte) differente rispetto al passato, ma ancora lontano dal potersi definire concluso. In questa prospettiva, gli Accordi di Abramo si mostrano come una serie di intese di valore bilaterale con impatti geopolitici ampi, che puntano a dare nuova forma agli allineamenti regionali esistenti. Uno scenario nel quale anche un piccolo Paese come il Bahrain mira a giocare un ruolo attivo e non subalterno all’Arabia Saudita o agli EAU. Pertanto, il presente articolo, attraverso una breve introduzione storica, punta a fornire un inquadramento generale nel quale inscrivere i passi che hanno portato all’avvicinamento tra Bahrain e Israele, definire i fattori strategici che hanno toccato le relazioni bilaterali e, infine, delineare i possibili impatti negli scenari regionali.

L’impatto del fattore palestinese nelle dinamiche degli Accordi di Abramo

L’operazione politica definita dagli Accordi di Abramo ha una sua origine antica, che affiora le radici nel 1978-1979, periodo nel quale Israele ed Egitto firmarono gli Accordi di Camp David e il Trattato di Pace. Quello spartiacque ebbe un valore simbolico e politico importante, tale da porre le basi per la costruzione di una nuova narrazione dentro e fuori il mondo arabo. Tuttavia, bisognerà attendere almeno fino al biennio 1993-1994, con gli Accordi di Oslo e il Trattato di Pace israelo-giordano, per conoscere un reale cambiamento di retorica e approccio tra Israele e mondo arabo. Infatti da lì in poi si assistette, specie nei primi anni Duemila, ad un graduale e costante avvicinamento, nel quale l’uso della leva economica e l’apertura di missioni commerciali rappresentavano degli elementi funzionali al raggiungimento di rapporti più completi e articolati. Obiettivo di ciò era definire una prima convergenza di interessi che andasse al di là della contingenza del momento (Orkaby, 2015). 

Sebbene il tema della sicurezza regionale sia stato ancorato (per lo più) al ruolo assertivo dell’Iran – tanto da divenire il tema catalizzante degli ultimi quindici anni nell’arena mediorientale –, gli Accordi di Abramo hanno avuto indirettamente il merito – almeno in termini retorici e più affini al sentimento diffuso nelle società civili arabe – di resuscitare la questione palestinese nell’agenda politica regionale dando così nuova linfa al tema e costringendo le singole leadership nazionali ad assumere una posizione ufficiale in merito a ciò (Dentice, 2021). Una situazione avvenuta anche in Bahrain, del cui ruolo nella questione palestinese è però molto poco conosciuto. Pur non avendo mai partecipato attivamente ad un conflitto contro Israele né prima del 1971 (anno dell’indipendenza dal Regno Unito) né dopo il 1973 (epoca dell’ultimo grande conflitto arabo-israelo-palestinese, ossia lo Yom Kippur), Manama ha mantenuto una lunga e consolidata storia di mobilitazione politica in favore della causa palestinese. Un supporto che si legava indissolubilmente alla crescita dei movimenti anti-colonialisti contro l’occupazione britannica e verso i quali la causa palestinese diventava elemento identitario di rivendicazione politica e sociale. Anche negli anni successivi, con la campagna israeliana in Libano (1982) o le guerre a Gaza (2006-2014) non è mai mancato il supporto della popolazione bahrainita in favore della causa palestinese. Allo stesso modo anche nel 2011, quando scoppiò a Manama la Primavera araba, le bandiere palestinesi sono apparse appaiate a quelle bianche e rosse del Paese, sottolineando il continuo sostegno del Bahrain ai loro fratelli arabi (Fakhro, 2021). In questo senso, la condizione dei palestinesi conta ancora molto nell’ideale dei bahrainiti, tanto più se si considera che manifestazioni e proteste sono sorte anche nel maggio 2021, quando le violenze a Gerusalemme Est e nelle città miste israeliane, così come il susseguente conflitto a Gaza, avevano levato un forte sostegno della popolazione locale in favore dei palestinesi (The Saudi Gazette, 2021). 

Ciononostante, essa è percepita diversamente dalle alte gerarchie dello Stato. Due episodi testimoniano plasticamente ciò: il primo è quello relativo al workshop Peace to Prosperity ospitato a Manama (giugno 2020) che mirava a migliorare le prospettive economiche della condizione palestinese all’interno della cornice dell’Accordo del Secolo [1], ma divenuto inevitabilmente una passerella per legittimare le ambizioni israeliane verso il tema (Dentice, 2019). Il secondo episodio riguardava la richiesta tenuta dal Re del Bahrain, Hamad bin Isa al-Khalifa, in sede negoziale per accettare gli Accordi di Abramo, nella quale il sovrano chiese all’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo – senza tuttavia ottenere nulla in cambio – che la normalizzazione delle relazioni tra Manama e Tel Aviv fosse condizionata all’accettazione da parte israeliana dell’Iniziativa di Pace Araba (API) [2] del 2002. Entrambi gli episodi mostrano l’altra faccia del sostegno ai palestinesi, ossia quello della leadership bahrainita, più discreto e a tratti ambiguo, ma decisamente meno ideologico e partecipato di quello della sua popolazione. In questa prospettiva emerge quindi un interesse specifico del Regno arabo che guarda oltre il tema specifico e privilegia la ricerca di un compromesso per salvaguardare gli interessi del Paese in un contesto più favorevole a livello macro-regionale. In altre parole, gli Accordi di Abramo hanno funto da game-changer e da acceleratore verso una normalizzazione anche di fatto nei rapporti con Israele, dato gli oltre due decenni di relazioni ufficiose tra Manama e Tel Aviv. Al contempo, la casa regnante ha mostrato flessibilità verso la causa palestinese mantenendo una posizione di attesa e appoggio retorico nella quale, tuttavia, prevaleva un interesse nel non danneggiare i potenziali e ampi benefici di un legame con Israele (Cafiero, 2021).

I driver di avvicinamento tra Israele e Bahrain

Come nel caso emiratino, il Bahrain seguiva l’esempio del vicino arabo accettando un accordo vincolante, nel quale la questione palestinese veniva lasciata vagamente tratteggiata e preferendo piuttosto enfatizzare l’apporto economico dell’intesa abramitica come traino per promuovere la pace regionale. Toni e termini chiaramente emersi anche nel testo finale della Dichiarazione degli Accordi di Abramo, nel quale si poneva l’accento soprattutto sulla promozione della “comprensione e della convivenza pacifica” (The U.S. Department of State). Quel che, però, emerge indirettamente dal testo è l’interesse primario del Bahrain verso tre elementi, in particolare: 1) il rafforzamento delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti; 2) una copertura di sicurezza contro la minaccia iraniana; 3) una minore dipendenza (per lo più economica) dai sauditi attraverso i nuovi legami con Israele. Anche alla luce di quest’ultimo punto è eloquente che l’intesa tra Israele e Bahrain possa essere giunta al termine solo dietro beneplacito di Riyadh, che come è noto ha un’influenza notevole sul piano interno e sulle relazioni estere di Manama, in maniera decisamente più ampia che verso qualsiasi altra realtà araba del Golfo (Guzansky & Feuer, 2021). Ecco, quindi, che il passo compiuto dal Sovrano del Bahrain deve essere ritenuto come un tentativo importante e audace, anche più di quello degli EAU, considerando che il Regno non è autosufficiente ed è incapace di gestirsi in autonomia sin dai disordini politico-sociali del 2011. Così come non è un caso che in Bahrain l’intesa con Israele ha trovato una forte contrarietà nell’opinione pubblica locale, specie in quella di fede sciita (circa il 65% del totale) (Pressman, 2020). 

In questa ottica è difficile ipotizzare un errore di calcolo da parte delle autorità di Manama. Infatti, come per gli EAU, l’intesa con Israele è stata percepita dalle autorità locali come un fattore strumentale per contenere l’Iran. Una minaccia esistenziale che, nella percezione bahrainita, può essere arginata solo attraverso la definizione di un compromesso con il “nemico storico” dei popoli arabi. Tale condizione ha inevitabilmente portato grandi benefici (politici, finanziari, di sicurezza e militari) al Bahrain, forse anche maggiori rispetto a quelli sperati. I motivi sono presto chiariti: l’accordo non ha scontentato il patron locale saudita che invece ne ha indirettamente favorito la riuscita in ottica anti-iraniana; altresì, l’atteggiamento conciliante di Manama è stato ben gradito a Washington, storico partner che proprio nell’arcipelago del Golfo conserva la V Flotta, anche in funzione di deterrenza contro Teheran. Infine, la condivisione di un accordo con Israele ha permesso al Regno arabo di agganciarsi alle rivendicazioni securitarie dell’eterogeneo fronte regionale contro la Repubblica Islamica (Yellinek, 2021). 

Al contempo e al netto di tutte le variabili in gioco, è evidente che la scelta di Manama di aderire agli Accordi di Abramo non possa essere classificata solo e soltanto come una mossa politica più o meno eterodiretta da Riyadh. È, invece, qualcosa di molto di più grande. Una mossa astuta e non esente da rischi che ha segnato un momento di rottura rispetto alla sua storia e a quella dei palestinesi, così come alle invadenze e/o alle necessità regionali di altri attori rispetto alle proprie esigenze e peculiarità. In questo senso, se nell’ottica israeliana l’abbraccio al Bahrain ha un doppio valore (geo-)politico legato alla volontà di usare Manama come porta di accesso per rinforzare ufficiosamente i canali sauditi e nel rinforzare l’asse regionale contro Iran principalmente, per il Regno arabo l’adesione agli Accordi di Abramo viveva sia del bisogno proprio di non rimanere troppo schiacciato alle prospettive saudite, sia della volontà di ricercare possibilità nuove in uno scenario regionale in corso di ridefinizione (Fakhro, 2020). Un processo nel quale Israele e Paesi arabi del Golfo si stanno adoperando per costruire, ognuno a loro modo, un embrione di sistema di sicurezza mediorientale dove possano convergere più interessi (ad oggi di breve periodo) possibili, indipendentemente dal ruolo presente e futuro degli USA e dalle questioni che maggiormente dividono (Iran, tensioni intra-arabe, condizione dei palestinesi, in primis).

Israele-Bahrain, un anno dopo: un primo bilancio

Rispetto al valore ridondante e mediaticamente più rilevante dell’intesa tra Israele ed EAU, il rapporto tra Manama e Tel Aviv non può e non deve essere sottovalutato o ritenuto come accessorio per il raggiungimento di altri obiettivi. Tale narrazione sottostimata è stata in parte accentuata dalle minute dimensioni geografiche del Paese e dalle sue opportunità economiche decisamente più ridotte rispetto a quelle degli EAU. In questi dodici mesi, invece, i due Paesi hanno stretto 12 memorandum d’intesa (MoU) a livello bilaterale, soprattutto nei campi dell’economia, della tecnologia e della cooperazione tecnica e medico-sanitaria. Di particolare interesse sono stati i MoU sui servizi postali e informatici e le telecomunicazioni, così come quelli sul turismo, le borse valori di entrambi i Paesi e la cooperazione tecnica in ambito industriale, agricolo e di urbanistica (Bahrain Ministry of Foreign Affairs). Uno sviluppo notevole garantito anche dall’assenza della legge sul boicottaggio israeliano, abolita ben 15 anni prima della scelta degli EAU del settembre 2020. A questo proposito è molto rilevante la dichiarazione del Ministro del Commercio del Bahrain, Zayed bin Rashid al-Zayani, che ha annunciato che il Paese non avrebbe fatto distinzioni tra le importazioni da Israele e quelle effettuate negli insediamenti in Cisgiordania (dicembre 2020) (Ali & Coleman-Pecha, 2021). Un segnale di avvicinamento a Tel Aviv ma anche di presa di distanza rispetto alla nota campagna internazionale BDS sulle etichettature dei manufatti (per lo più agricoli) prodotti direttamente nelle colonie israeliane. 

Altresì rilevante è stato il ruolo giocato dalla locale comunità ebraica nell’isola che benché minuta è stata importante per ricamare le relazioni. Rispetto ad altre realtà dell’area Golfo e della regione allargata, il Bahrain ha garantito una professione libera e in pubblico del credo ebraico, quanto meno in maniera decisamente più libera che altrove nell’area. Anche in virtù di ciò, gli Accordi di Abramo hanno favorito una proliferazione di relazioni culturali in chiave religiosa e di aperto operato di strutture differenti, come la Abrahamic Family House, un complesso interreligioso con una moschea, una chiesa e sinagoga, la cui apertura è prevista per il 2022. Nell’aprile 2021, l’Associazione delle comunità ebraiche del Golfo (AGJC) ha ospitato la prima commemorazione virtuale di Yom HaShoah, un giorno di ricordo per l’Olocausto. La stessa AGJC sta inoltre guidando l’istituzione di un Beth Din per i Paesi del Golfo, un tribunale ebraico che gestisce le controversie civili, il matrimonio e il divorzio e le questioni ereditarie, e l’agenzia di certificazione Arabian Kosher che qualifica i prodotti alimentari come kosher a livello regionale (Smith, 2021).

Parimenti sono progredite le relazioni politiche. Nel novembre 2020, il Ministro degli Esteri del Bahrain, Abdullatif bin Rashid al-Zayani, ha effettuato la prima visita ufficiale in Israele alla guida di una delegazione composta da figure di spicco del suo Dicastero e di altri Ministeri. Nell’agosto 2021, il Vice Ministro degli Esteri del Bahrain, responsabile dei contatti con Israele, ha visitato Israele e ha incontrato vari funzionari, tra cui il Presidente Isaac Herzog e il Ministro degli Esteri Yair Lapid (Deutsche Welle, 2021). Nel marzo 2021, i Ministeri degli Esteri del Bahrain e di Israele hanno annunciato l’apertura della rappresentanza del Regno arabo in Israele, con a capo Khaled Yousif al-Jalahma (Israel Ministry of Foreign Affairs). In settembre, il Ministro degli Esteri Yair Lapid ha visitato il Bahrain, la prima visita ufficiale di un leader israeliano nel Regno, nella quale ha incontrato il suo omologo locale e ha aperto l’Ambasciata israeliana, e quello stesso giorno la compagnia aerea nazionale del Bahrain Gulf Air ha iniziato i voli diretti da e per Israele (Al Jazeera English). Ultimo ma non meno rilevante evento è stato l’incontro di Glasgow alla COP26 (novembre 2021) tra il Premier Naftali Bennett e il Principe ereditario Salman bin Hamad al-Khalifa, nel quale i leader hanno discusso di impatti ambientali e sfide climatiche e di possibili visite ufficiali del Primo Ministro israeliano in Bahrain nel 2022 (Kahana, 2021).

Prospettive e scenari nel rapporto bilaterale

La firma degli Accordi di Abramo è senza dubbio uno dei più grandi eventi della storia recente del Medio Oriente, nel quale il potenziale multidimensionale dell’intesa è ancora poco definito. Sicuramente in termini di opportunità, le relazioni economiche tra Israele e Bahrain avranno concrete possibilità di sviluppo, trainate da comparti chiave che hanno una comune declinazione di sicurezza (agricoltura, economia, energia, sanità, tecnologia, comunicazioni). Secondo le stime dell’Amministrazione israeliana per il commercio estero, il valore commerciale del rapporto potrà raggiungere diverse centinaia di milioni di dollari nell’arco di pochi anni (Egel, Efron & Robinson, 2021). Ciò detto i rischi e l’incertezza politica non sono facilmente quantificabili, anche perché dipendenti da troppe variabili interne-esterne tra loro connesse. In questo senso, il solo fattore del fermo supporto popolare bahrainita alla causa palestinese non potrà essere un elemento destabilizzante nelle scelte della corona. Molto invece dipenderà da quanto l’ambiente regionale potrà influenzare le scelte degli attori mediorientali e in ciò sarà interessante comprendere come il piccolo Regno arabo del Golfo saprà far valere le proprie prerogative rispetto anche agli interessi particolari di alleati regionali e partner internazionali nelle principali dinamiche di area. 

Se in termini diplomatici, il concetto chiave intorno cui è stata sviluppata la narrazione degli Accordi di Abramo è stata la parola “opportunità”, le dichiarazioni di Houda Nonoo, ex Ambasciatore bahrainita a Washington (2008-2013) e membro della comunità ebraica del Regno, fotografano al meglio il sentimento e le aspettative riposte dall’intera area Golfo verso l’intesa abramitica: “Mentre intraprendiamo una nuova era nelle relazioni Bahrain-Israele, è importante ricordare che al centro di questo accordo c’è il desiderio di creare un nuovo Medio Oriente, costruito sulla pace e la prosperità per tutti” (Bell, 2021). In questo senso, l’intesa porterà un giusto risalto verso il dossier iraniano, ma soprattutto sarà in grado di dare evidenza a quei rischi insiti nella regione, come le fratture interne al fronte israelo-arabo in virtù di una diversa percezione dell’unità, delle minacce e della sicurezza. Una tendenza divenuta palese dopo i progressi avvenuti nel corso del 2021 con il riavvicinamento tra sauditi e qatarini e l’avvio di un processo di distensione generale che ha coinvolto tutte le aree principali di crisi, a cominciare proprio dalla Siria, termometro essenziale per comprendere gli stravolgimenti mediorientali. Tutto ciò, infatti, potrà avere una forte incidenza nel definire un nuovo quadro di stabilità mediorientale, andando anche al di là dello schematico framework di contrapposizioni nelle relazioni tra Israele-Golfo arabo-Iran.

Giuseppe Dentice,
Ce.SI – Centro Studi Internazionali

Note

[1] L’intesa è stata presentata da Donald Trump il 28 gennaio 2020 alla presenza dell’allora Premier israeliano Benjamin Netanyahu e degli Ambasciatori negli USA di EAU, Bahrain e Oman con il dichiarato obiettivo di porre fine all’annoso conflitto israelo-palestinese.
[2] La proposta elaborata dai sauditi richiedeva esplicitamente a Israele di tornare ai suoi confini del 1967 e consentire l’istituzione di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

Riferimenti bibliografici

Ali, U. & Coleman-Pecha, J. (2021). The Abraham Accords and Normalization of Relations with Israel – March 2021 Update. DWF Group (https://bit.ly/3EXYLIZ).

Al Jazeera English (2021). Israeli FM Lapid inaugurates embassy on Bahrain visit. In aljazeera.com (https://bit.ly/3FVqWKa).

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Bell, J. (2021). Abraham Accords: A year of business ties between UAE, Israel, Bahrain, experts. In al-Arabiya.net (https://bit.ly/3HzTUj3).

Cafiero, G. (2021). Why Bahrain is staying the normalization course with Israel. The Responsible Statecraft (https://bit.ly/3qFsIbS).

Dentice, G. (2019). Middle East Peace Process: Much Ado About Nothing at the Bahrain Conference?. Italian Institute for International Political Studies (ISPI) (https://bit.ly/32NUHhB).

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Egel, D., Efron, S. & Robinson, L. (2021) Peace Dividend: Widening the Economic Growth and Development Benefits of the Abraham Accords. RAND Corporation (https://bit.ly/3ETroXR).

Fakhro, E. (2020). An Open Affair: As the UAE and Israel Normalize Ties, Gulf Actors Respond. Jadaliyya (https://bit.ly/3pOgEWt).

– (2021). Selling Normalization in the Gulf. Middle East Research and Information Project (MERIP) (https://bit.ly/3HADzdQ).

Guzansky, Y. & Feuer, S.J. (2021). The Abraham Accords at One Year: Achievements, Challenges, and Recommendations for Israel. The Institute for National Security Studies (INSS) (https://bit.ly/3zmUihU).

Israel Ministry of Foreign Affairs (2021). בחריין ממנה שגריר ראשון בישראל [“Il Bahrain invia il primo Ambasciatore in Israele”]. in gov.il (https://bit.ly/3sUR1oU).

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