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TematicheStati Uniti e Nord AmericaAvril Haines, la donna che ha cambiato l'intelligence USA

Avril Haines, la donna che ha cambiato l’intelligence USA

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Esattamente 3 anni fa, Avril Haines veniva scelta dal neoletto Joe Biden come nuovo Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), il cui compito principale è sostanzialmente quello di coordinare le 18 agenzie che compongono la comunità d’intelligence a stelle e strisce: è la prima volta nella storia che una donna occupa tale posizione. Si tratta dell’ultimo successo ottenuto nel corso di una tanto straordinaria quanto inusuale carriera, coincisa con una serie di scandali e profonde trasformazioni del comparto intelligence.

Luci ed ombre di una carriera da record

La carica del Direttore dell’Intelligence Nazionale è stata istituita con l’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act (2004), approvato in seguito agli attentati dell’11 Settembre 2001, con cui sono stati istituiti anche il National Counterterrorism Center (NCTC), il Privacy and Civil Liberties Oversight Board (PCLOB), e l’Information Sharing Council (ISC). Il DNI è a tutti gli effetti la figura apicale del comparto intelligence USA: non solo ha il rango di membro del Gabinetto e gioca un ruolo centrale nell’allocazione delle risorse finanziarie per le agenzie, ma è anche tra i principali consiglieri del Presidente, del National Security Council e dell’Homeland Security Council. La promozione di Haines rappresenta un notevole elemento di discontinuità, sia perché si tratta della prima donna ad essere nominata ad una carica tanto prestigiosa, sia perché è tra le personalità ad aver conservato più a lungo tale titolo – l’unico a superarla in tal senso è James Clapper, in carica dal 2010 al 2017. 

Haines nasce il 29 agosto 1969 a Manhattan, figlia di un professore emerito di biochimica e di una pittrice. Si laurea a pieni voti in fisica nel 1992, e nel 2001 consegue un dottorato di ricerca presso il Georgetown University Law Center. In pochi anni, la sua carriera decolla in modo sorprendente: passa infatti dal gestire un bar di Baltimora, confiscato durante un raid antidroga e riconvertito a libreria indipendente, al diventare la prima donna a ricoprire il ruolo di vicedirettore della Central Intelligence Agency (CIA), nel 2013. Fa infatti carriera tra il Dipartimento di Stato ed il Senato, dove lavora a stretto contatto con Biden, venendo scelta da Obama prima come consulente legale del National Security Council, e poi come numero 2 della CIA. Haines si è occupata in particolare di uno degli aspetti più controversi della Guerra al Terrore: l’impiego massiccio di droni Predator durante operazioni di antiterrorismo, responsabili tra il 2008 ed il 2013 di oltre 4.700 morti, molti dei quali civili. Ha infatti contribuito alla stesura del Presidential Policy Guidance, un framework legale mirato a limitare significativamente il numero di uccisioni mirate. L’evento più grave che la coinvolge risale però al 2014, quando fu chiamata a censurare le parti più sensibili del rapporto sull’indagine del Senato in merito alle torture disumane praticate dalla CIA in Medio Oriente. Il rapporto dimostrava chiaramente la brutalità e l’inefficacia di pratiche come il waterboarding, nonché i ripetuti tentativi di insabbiare il tutto condotti dalla CIA. Infine, durante gli anni della Presidenza Trump, Haines è passata al settore privato. Ha infatti lavorato per Palantir, temuta e controversa società specializzata nell’analisi di big data e spionaggio industriale – il cui nome è chiaramente ispirato alla saga del Signore degli Anelli. Ad averla creata è il miliardario Peter Thiel, cofondatore di PayPal assieme ad Elon Musk.

Verso un’intelligence pubblica?

Dal 2013 ad oggi, Haines ha sottolineato più volte l’importanza di rendere l’intelligence più accessibile al grande pubblico, promuovendo ad esempio una cultura basata quanto più possibile sulla trasparenza e sul dialogo con la società civile, le ONG e stakeholders esterni. Questo ruolo “pubblico” dell’intelligence, nel contesto della guerra in Ucraina, è stato utilizzato a tutti gli effetti come un’arma. A rendere infatti unico questo conflitto è l’utilizzo senza precedenti dei cosiddetti strategic downgrades, espressione che si riferisce a quella campagna di divulgazione d’intelligence militare a cui USA ed UK hanno fatto massicciamente ricorso a partire da Dicembre 2021, mesi prima che Putin avviasse la cosiddetta “operazione militare speciale”. Haines ha infatti convinto l’amministrazione Biden a declassificare informazioni riguardanti la mobilitazione russa lungo il confine e le operazioni false-flag che il Federal Security Service (FSB) intendeva utilizzare come casus belli, nonché i piani per deporre Zelensky e sostituirlo con un regime filorusso. Questo trend è continuato anche a conflitto iniziato: pensiamo ai cosiddetti “intelligence updates”, rilasciati quasi giornalmente dal Ministero della Difesa britannico su X. Innanzitutto, è importante capire che si tratta di una scelta potenzialmente molto rischiosa: si rischia infatti di “bruciare” assets di altissimo livello, ovvero di compromettere l’integrità di fonti e metodi. Va da sé che il successo di una tale operazione dipenda dal delicato equilibrio tra salvaguardia di informazioni sensibili e raggiungimento degli obiettivi prefissati: allertare Kiev e gli alleati occidentali, gettando quindi le basi per una risposta coordinata in caso di escalation, ed esercitare al contempo una pressione notevole sul processo decisionale interno al Cremlino. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma con non poche difficoltà. Se infatti i Paesi europei hanno rapidamente elaborato un complesso sistema di sanzioni, d’altra parte Francia e Germania si sono dimostrate particolarmente riluttanti nel credere alle rivelazioni di Washington. Complice, probabilmente, il ricordo del clamoroso fallimento dell’intelligence USA sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Per quanto riguarda invece il secondo obiettivo, sicuramente sarebbe sbagliato pensare che la declassificazione strategica potesse veramente esercitare una funzione di deterrenza: è molto più probabile che si volesse invece inquinare l’ambiente operativo-decisionale russo, instillando ad esempio il timore di talpe a vari livelli dell’establishment politico-militare. In entrambi i casi, l’elemento cruciale da considerare è la dimensione cognitiva: gli strategic downgrades hanno insomma contribuito ad alterare le percezioni di tutti gli attori coinvolti, alleati e nemici, condizionandone le scelte.

Ma l’efficacia della strategia di Haines non è dipesa solo da un processo top-down, dal Governo ai cittadini, ma anche da uno bottom-up. Va infatti sottolineato il ruolo assolutamente cruciale dell’Open-Source Intelligence (OSINT), derivata dall’elaborazione di informazioni ottenute a partire da fonti aperte, accessibili virtualmente a chiunque senza particolari barriere d’entrata. Se in passato erano gli Stati a detenere il monopolio relativo alla disseminazione di informazioni, ora assistiamo ad un vero e proprio processo di crowdsourcing, che ha permesso ad una vastissima gamma di attori indipendenti di contribuire attivamente ai vari step del ciclo d’intelligence. Parliamo di aziende, organizzazioni internazionali, think tanks ed investigatori privati, ma anche di semplici cittadini che sanno sfruttare Internet, social media e satelliti commerciali per verificare in tempo reale la veridicità di una determinata notizia. La cosa sorprendente è che molti di loro riescono a fare in poche ore ciò che la CIA, durante gli anni ‘90, faceva in giornate intere, se non settimane. Le informazioni raccolte ed analizzate in questo modo, peraltro molto più economico rispetto a covert operations, hanno avuto insomma un duplice vantaggio: da una parte hanno permesso all’input governativo iniziale di essere meno granulare, e quindi mettere meno a rischio le fonti, dall’altra hanno mantenuto costante l’attenzione dell’opinione pubblica sul conflitto, coinvolgendo direttamente i cittadini. In conclusione, ripercorrere la carriera di Avril Haines significa rendersi conto di quanto l’intelligence sia uno strumento tanto potente, quanto delicato. Uno degli elementi che hanno caratterizzato il suo mandato come DNI è indubbiamente un utilizzo innovativo delle informazioni, basato sulla combinazione di intelligence governativa e pubblica: questo ha permesso di mantenere il flusso informativo pressoché costante, senza però compromettere la sicurezza nazionale. Bisogna tuttavia considerare che il grado di efficacia di tale strategia è ampiamente dipeso dallo specifico contesto nel quale è stata applicata: del resto, la segretezza è destinata a rimanere il cuore pulsante dell’attività d’intelligence.

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