Australia, un alfiere sotto scacco

L’Australia è una delle grandi economie mondiali. Con un PIL pari a 1.051 miliardi di Euro (nel 2017) l’Australia non mostra alcun segno di regressione dal 1991 e pur avendo avuto un calo nel settore minerario, ha saputo convertire la sua economia valorizzando il terziario.

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Pur venendo considerata da un punto di vista politico e diplomatico una potenza “occidentale” l’Australia ha nel mondo Orientale i suoi principali interessi economici e le attuali trasformazioni, e crisi, di questo mercato rischiano di pesare notevolmente sulla sua economia. Per fare un esempio pratico, si deve considerare che il 64% delle esportazioni australiane sono tutte indirizzate verso il mercato asiatico con un ruolo non secondario riservato all’ASEAN.

OZ e lo Stivale

Uno dei principali motivi della crescita dell’Australia va ricercato proprio nei rapporti di reciproco vantaggio creati con la Cina, che ha permesso allo stato dell’Oceania di utilizzare la travolgente crescita di Pechino come un volano per la propria economia. A questo si affiancano politiche intelligenti di apertura del mercato con un taglio notevole dato ai costi dell’import/export che ha facilitato lo spostamento delle merci in favore dell’Australia.

In questo scenario i rapporti fra l’Italia e l’Australia possono apparire minoritari se visti nel contesto dei grandi traffici, ma rappresentano comunque un elemento importante, soprattutto per l’Italia. Se infatti le esportazioni Australiane verso l’Italia sono sostanzialmente in ribasso dal 2010, al contrario le esportazioni di Roma verso Canberra hanno subito dal 1988 in poi una crescita sostanzialmente ininterrotta. Tutto ciò senza considerare che ad oggi vivono in Australia quasi un milione di persone discendenti da immigrati italiani e 1.850.00 persone che risiedono in Australia sono nate in Italia. Occuparsi quindi della “salute” economica dell’Australia significa occuparsi di qualcosa meno distante di quel che potrebbe sembrare.

Una simile solidità economica si basa sulla capacità di attrarre grandi investimenti stranieri, trattenendo in patria i vantaggi derivati da queste transazioni. Non deve stupire quindi che alla relativa crisi del mercato minerario australiano abbia subito fatto seguito una manovra finalizzata all’acquisto di giacimenti oggi al ribasso. Di pochi giorni fa è la notizia del grande acquisto fatto dal colosso svizzero dell’estrazione Glencore di svariati siti finalizzati all’estrazione di carbone, a chiusura di una manovra iniziata l’anno scorso e per un transito complessivo di 2.8 miliardi di dollari.

Eppure tutto questo quadro idilliaco mostra delle crepe, su cui oggi ci concentriamo tentando di capire se sono solo lievi increspature o segnali preoccupanti di difetti strutturali presenti nell’economia australiana.

Le crepe di un sistema perfetto

Il primo campanello di allarme dell’economia australiana è rappresentato dal rapporto del debito familiare con il PIL del paese. Se infatti la continua domanda di prodotti dalla Cina permette all’Australia di mantenere un mercato fiorente e attivo, il debito familiare medio in australia è pari al 200% del PIL, ciò significa che la crisi del 2008 non è stata completamente superata ma trattata per lo più come la classica polvere sotto il tappeto. Un simile comportamento potenzialmente pericoloso non è sfuggito né al Governatore della Reserve Bank Philip Lowe né al Fondo Monetario internazionale che hanno entrambi ammonito l’Australia dei pericoli derivanti dalla continua crescita del debito.

A queste osservazioni si aggiungono le trionfanti osservazioni di Bruce Hockman dell’Australian Bureau of Statistics, le quali però non possono celare un effettivo rallentamento della crescita del paese seppur ancora notevole.

Tornando agli eventi attuali, è chiaro ora in che modo la guerra dei Dazi fra U.S.A. e Cina possa influenzare negativamente il mercato australiano. Prima di tutto bisogna analizzare il fenomeno secondo un’ottica tecnica e storica: la Guerra dei Dazi, o guerra Commerciale, è quell’azione per cui un paese innalza drasticamente le tasse sull’import/export dei prodotti della nazione, nel tentativo di proteggere il mercato interno ma favorendo di fatto una risposta immediata dagli altri mercati che fanno, se è concesso dirlo, catenaccio intorno allo stato in questione. Gli effetti di tali Guerre Commerciale influenzano notevolmente l’economia reale dell’intero sistema mondo, e molti considerano la prima guerra commerciale del 1930 come un elemento fondamentale per l’ascesa dei nazionalismi in Europa con l’aggravarsi della crisi del ‘29.

Pur considerando che nessuno ha mai vinto una guerra dei dazi, le quali si risolvono spesso solo in un indebolimento complessivo del mercato, Trump ha rispettato la parola data agli elettori e ha imboccato questa via.  L’Australia si pone nel mezzo di questa diatriba ed ha tutto da perdere da una guerra dei Dazi. Si tratta in sostanza di una economia elastica, che vive del transito dei beni di altre nazioni sul suo territorio. Inoltre dal 2000 in poi l’Australia ha nella Cina il suo partner economico di eccellenza, il quale ricopre il ruolo di principale importatore delle merci Australiane, ed al secondo posto troviamo proprio gli Stati Uniti. Un inasprimento dei rapporti fra le due superpotenze colloca questo Alfiere in uno scenario complesso, costretto a destreggiarsi lungo una scacchiera puntellata di ostacoli al punto tale che rischia una Forzatura verso una casella rischiosa, in questo caso, la recessione. L’economia Australiana è attualmente in grado di gestire le sue fratture, ma se improvvisamente la mole di merci e capitali in transito dovesse ridursi, quei piccoli difetti potrebbero rivelarsi fatali. L’Australia è un alleato importante degli Stati Uniti ma non bisogna dimenticare che solo il 29% degli australiani si è mostrato favorevole all’ascesa di Donald Trump e se le sue scelte dovessero rivelarsi fatali per l’economia di Canberra, il governo sarebbe spinto ancor più verso un avvicinamento al mercato e alla politica Cinese, peggiorando la già precaria situazione della politica estera statunitense nel pacifico.