Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale

Il Mar cinese meridionale si conferma il centro delle tensioni nella regione dell’Indo-Pacifico, e uno dei principali teatri della rivalità tra Cina e Stati Uniti.

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale - Geopolitica.info

La diffusione del contagio per coronavirus nel Sud-est asiatico non ha placato le acque del Mar cinese meridionale, attraversate da dispute su isole e risorse. La Cina più di tutti, con la sua rivendicazione della quasi totalità di questo mare, contenuto nella “linea dei nove punti”, costituisce la principale fonte di preoccupazione per paesi come Vietnam, Malesia e Filippine, i quali si trovano ad avere di frequente problemi diplomatici con l’imponente vicino. Le frizioni diplomatiche tra Pechino e i paesi citati si sono intensificate in aprile. All’inizio del mese infatti, un peschereccio vietnamita è stato speronato ed affondato da un’imbarcazione cinese della guardia costiera, a largo delle isole Paracelso, isole contese tra i due paesi. L’evento è stato subito condannato anche dalle Filippine, memori di aver subito un’azione analoga lo scorso anno, sempre a causa di una nave della Repubblica Popolare.

Altro teatro di tensione è stato a largo delle coste della Malesia orientale, un tratto di mare caratterizzato dalla presenza di idrocarburi nel fondale marino. Il 16 dello stesso mese, secondo il sito malese Marine Traffic, la nave da ricerca cinese Haiyang Dizhi 8 ha iniziato le sue operazioni vicino ad un vascello malese che conduceva trivellazioni esplorative per conto della PETRONAS, compagnia petrolifera del governo malese. Gli idrocarburi sono già stati il motivo del logoramento dei rapporti tra Pechino e Kuala Lumpur nel 2018, quando l’allora primo ministro malese, il 92enne Mahathir Mohamad, interruppe i lavori per tre oleodotti che avrebbero dovuto collegare le ricche coste malesi alla Cina, dopo aver reputato eccessiva la crescente influenza cinese nel paese.

L’invio della Haiyang Dizhi 8 in prossimità delle acque malesi ha scatenato la reazione dell’altra potenza navale del Pacifico, gli Stati Uniti. Nei giorni successivi nelle vicinanze hanno fatto la loro comparsa la nave d’assalto anfibia USS America e l’incrociatore missilistico USS Bunker Hill, seguiti successivamente dall’australiana HMAS Parramatta e da un terzo vascello americano, lo USS Barry. Il 23 aprile, in una videoconferenza con i paesi dell’ASEAN, Mike Pompeo ha accusato la Cina di voler approfittare del caos generato dalla pandemia per guadagnare dei vantaggi strategici sulle rivendicazioni territoriali nella regione. Il Segretario di Stato americano ha citato in particolare l’affondamento del peschereccio vietnamita e la proclamazione unilaterale di due nuovi distretti amministrativi cinesi, corrispondenti alle contese Isole Spratly e Paracelso.

Il dispiegamento di navi effettuato nelle acque malesi ha quindi la funzione di dimostrare che anche durante la pandemia gli Stati Uniti non hanno perso interesse nella regione e che la loro presenza non è in alcun modo ridimensionata. A tal proposito è stata manifestata, da alcuni esponenti politici americani e da ufficiali militari, la necessità in investire ulteriormente in equipaggiamenti militari nella zona dell’Indo-Pacifico. A marzo di quest’anno , il generale del corpo dei Marins David Berger ha presentato il report Design Force 2030, con il quale descrive il nuovo approccio che le forze statunitensi dovrebbero adottare per fronteggiare la minaccia cinese, un approccio “più agile”, con meno mezzi pesanti e fanteria e basato di più su missili di precisione.

Mac Thornberry, deputato della Camera dei Rappresentanti per il Texas e ranking member della House Committee on Armed Services, la commissione permanente per i fondi al Dipartimento della Difesa, ha richiesto la costituzione di un fondo apposito per fronteggiare la crescita militare cinese, denominato Indo-Pacific Deterrence Initiative (IPDI). Il fondo, che dovrebbe contenere la cifra di 6 miliardi di dollari, andrebbe ad implementare la National Security Strategy del 2018 (NSS), un documento che presenta esplicitamente la Cina come un rivale che “sfida il potere, l’influenza e gli interessi americani, cercando di erodere la sicurezza e la prosperità americane”. Con riferimento all’Indo-Pacifico, la NSS propone una narrativa per la quale nella regione è in atto un conflitto tra due visioni del mondo, una libera e una repressiva, e tra le “azioni prioritarie” da attuare in campo militare pone il mantenimento della presenza militare e il rafforzamento della cooperazione con i paesi del Sud-est asiatico nel campo della difesa e dell’intelligence. Offrire cooperazione in ambito militare consente agli Stati Uniti di guadagnare influenza in cambio di deterrenza contro l’espansionismo cinese. 

La crescita militare della Repubblica Popolare Cinese è quindi il motivo principale per il ravvivato interesse di Washington per l’Indo-Pacifico, ma è soprattutto il motivo che ha determinato negli ultimi anni la militarizzazione dei paesi del Sud-est asiatico. Secondo il rapporto sulle spese militari nel mondo del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato nel 2019, la spesa militare nel Sud-est asiatico nel periodo 2009-2018 è aumentata del 33%, passando da 30,8 a 40 miliardi di dollari. Tra i maggiori importatori di armamenti vi sarebbe Singapore, la città-stato affacciata sullo Stretto di Malacca, geograficamente piccola ma grande dal punto di vista economico, seguita da Vietnam e Indonesia. Il Vietnam in particolare sembra aver iniziato una nuova fase nell’ambito della difesa con il nuovo documento sulla difesa nazionale del 2019, nel quale vengono ribaditi i principi della politica estera vietnamita, ovvero il non entrare a far parte di alleanze militari, l’astenersi dal sostenere un paese piuttosto che un altro nell’ambito di un conflitto, il non consentire la presenza di basi militari straniere nel territorio o lo svolgimento in esso di esercitazioni militari di truppe straniere, ma integra la possibilità di cooperare con gli altri paesi per la sicurezza del Vietnam, instaurando, a seconda del contesto, relazioni militari nel rispetto dell’indipendenza reciproca. Possiamo interpretare la visita della portaerei USS Theodore Roosevelt e del USS Bunker Hill al porto di Da Nang, il 9 marzo di quest’anno, in occasione dell’anniversario dei 25 anni di relazioni diplomatiche tra i due paesi, come un primo passo verso una maggiore cooperazione militare nella regione tra Vietnam e Stati Uniti. Il Vietnam, grazie alla sua posizione geografica che lo proietta direttamente sul Mar cinese meridionale, rappresenterebbe un alleato fondamentale per gli Stati Uniti per il contenimento della Cina. 

L’asse americano-vietnamita potrebbe portare Hanoi ad intensificare le relazioni con quei paesi che insieme agli Stati Uniti formano il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), ovvero India, Giappone e Australia. Il Quad, nato nel 2007, è ritornato sulla scena con il summit dei paesi ASEAN di Manila nel 2017. Tramite la cooperazione nell’ambito della sicurezza e le esercitazioni militari congiunte, il Quad si pone come un argine di paesi democratici a contenimento della crescente forza militare cinese nella regione, motivo per cui potremmo nel prossimo futuro assistere ad ulteriori sviluppi nelle relazioni tra Quad e paesi dell’ASEAN, soprattutto se dovessero continuare le tensioni con Pechino. Ad oggi, il Mar cinese meridionale rimane uno degli epicentri di tensione più caldi del pianeta, vista anche la militarizzazione avvenuta negli ultimi anni. Nell’equilibrio nella regione giocano un ruolo fondamentale quei paesi al centro dell’occhio del ciclone come Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia, che possono da una parte cercare il dialogo con la Cina, che però non rinuncia alle sue pretese sul Mar cinese meridionale, dall’altra contribuire a costruire insieme ai paesi del Quad un fronte unito dalla comune necessità di tutelarsi dagli interessi cinesi nell’Indo-Pacifico.

Mattia Patriarca,
Geopolitica.info