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TematicheStati Uniti e Nord AmericaAUKUS: un altro tassello nella strategia per l’Indo-Pacifico

AUKUS: un altro tassello nella strategia per l’Indo-Pacifico

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L’intenzione di rafforzare la cooperazione nell’Indo-Pacifico è stato un leitmotiv ricorrente, almeno sin dal lancio del Pivot to Asia, nonostante l’iniziativa fosse rimasta confinata alla retorica durante l’Amministrazione Obama. Il rilancio della policy è stata prerogativa dell’allora vicepresidente Biden. Insediatosi alla Casa Bianca, Biden ha tenuto numerosi meeting, a geometria variabile, con i partner dell’area Indo-pacifica. Finché gli Stati Uniti e gli alleati sono stati impegnati in Afghanistan, tuttavia, Biden ha avuto poco spazio di manovra per implementare il riallineamento della strategia statunitense nonché il ribilanciamento nell’area. Circa dopo due settimane dalla fine dell’impegno multigenerazionale, l’Amministrazione democratica ha concluso un accordo che attesta l’impegno e nell’area e che è riuscito ad incrinare ulteriormente i rapporti con gli alleati.

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Una nuova triplice intesa: l’AUKUS

La nascita dell’Alleanza AUKUS sembra aver dato una scossa agli storici legami occidentali. Il nuovo accordo che vede coinvolti gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Australia ruota intorno alla costruzione di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare armati con armi convenzionali di cui a beneficiare sarà la flotta australiana. Nonostante l’iniziativa abbia colto di sorpresa, cementa ancora di più un’alleanza consolidata nell’Indo-Pacifico. Come si legge nel comunicato congiunto, i tre stati condividono i valori della libertà e della democrazia e rafforzano il loro desiderio di mantenere l’Indo-Pacifico libero e aperto. Considerato lo stato dell’arte e l’assenza di infrastrutture preposte in Australia, è stato previsto un periodo di consultazione di diciotto mesi per valutare gli elementi del programma, sia in termini di forza lavoro che di impegni per rispettare il trattato di non proliferazione nucleare.

A seguito di tale periodo, l’Australia potrebbe quindi divenire la settima nazione al mondo a possedere questo tipo di armamento capace di eludere le rilevazioni nemiche. Tuttavia, l’Accordo non si limita ad incrementare la tecnologia australiana, ma le tre potenze si propongono di integrare le catene di sicurezza e difesa, nonché condividere informazioni in ambito cyber e intelligenza artificiale. L’ampiezza dell’Accordo non intende surclassare o intaccare l’ambito di azione delle altre organizzazioni regionali, ma è da intendersi come esempio dell’impegno continuato verso la regione. Tale attività nei confronti dell’area trova il suo razionale nel confronto con la Cina, sebbene questo rimanga sempre un tema sotteso. Il non detto, tuttavia, non cambia il risultato. Incidentalmente, il coinvolgimento degli Stati Uniti e degli alleati nell’area causa l’intensificazione delle relazioni anche con Taiwan, spingendo la Cina a ribadire la sua opposizione alla conclusione di accordi di natura sovrana, tra cui la richiesta di adesione da parte di Taiwan al Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership.

Non è chiaro se ciò sia un successo per l’Amministrazione Biden o l’ennesimo segno del declino statunitense che non riesce a creare un unico blocco per affrontare la Cina. Nondimeno, la nascita dell’Alleanza ha creato ulteriori crepe nei rapporti con un altro alleato storico.

Accordo schiaccia accordo

L’Accordo potrebbe rivelarsi una vittoria nel breve e nel lungo periodo, ma nell’immediato ha sortito la furia diplomatica di Macron che ha ritirato gli ambasciatori francesi da Washington e Canberra. La Francia, alleato di punta della NATO e forza nel Pacifico dedita – tra le altre cose – al pattugliamento dei flussi commerciali, si è vista costretta a rinunciare alla sua commessa militare da 31 miliardi di euro con il governo australiano conclusasi nel 2016. Il tentativo francese di europeizzare la crisi, tuttavia, si è arrestato sul nascere per due ordini di motivazioni egualmente validi: è mancato il sostegno europeo e gli interessi geostrategici francesi hanno servito da freni.

Le relazioni tra Parigi e Washington ruotano intorno al tema della sicurezza in diversi teatri, ma non per questo esclusivi: Europa, Sahel e Indo-Pacifico. In Europa, la Francia funge da traino in materia di difesa e sicurezza di concerto con la Germania ma, in seguito all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ha acquisito il ruolo di unico stato con capacità di deterrenza nucleare. Dunque, sebbene gli ultimi avvenimenti nell’area Indo-Pacifica abbiano irato la Francia, ciò potrebbe aprire a un quid pro quo in altri teatri. In Europa in primis, complice anche la fine della Cancelleria Merkel, la Francia potrebbe ritagliarsi il ruolo di capofila nella guida verso la costituzione dell’anelata difesa comune europea, da realizzarsi realisticamente all’interno del framework NATO. Inoltre, nel Sahel, gli Stati Uniti e la Francia giocano la stessa partita contro i gruppi estremisti, rendendo possibile non solo l’unione delle forze ma anche il coinvolgimento degli altri stati europei, come in occasione della costituzione della Task Force Takuba.

Queste considerazioni sono alla base della nota diffusa dalla Casa Bianca. Biden ha, infatti, riaffermato l’importanza strategica dell’impegno francese ed europeo nella regione dell’Indo-Pacifico, già anticipato nella recente diffusione della strategia dell’Unione Europea per l’Indo-Pacifico. Gli Stati Uniti si sono detti altrettanto consapevoli dell’importanza di una difesa europea più solida, capace di contribuire attivamente alla sicurezza transatlantica e globale, e complementare rispetto alla NATO, in termini di compiti e contribuzioni. La nota si conclude chiosando sul Sahel, dove gli Stati Uniti intendono rafforzare il supporto alle operazioni anti-terrorismo condotte dagli stati europei.

Dopo un primo impeto iniziale, mercoledì sera Macron ha concordato con Biden il ritorno dell’ambasciatore francese a Washington. In parallelo, il presidente statunitense ha concordato sull’opportunità di un incontro con il leader francese da tenersi in territorio europeo a fine ottobre, in concomitanza del primo viaggio di Biden a Roma, in occasione del summit del G20. Secondo la nota congiunta rilasciata dalla Casa Bianca e dall’Eliseo, i due presidenti sono intenzionati ad aprire un processo di consultazioni approfondite teso a creare le condizioni necessarie per assicurare la fiducia reciproca e il lancio di iniziative concrete per il raggiungimento di obiettivi condivisi.

Reazioni dal mondo

Nei Paesi dell’area Indo-Pacifica sono state registrate reazioni discordanti connesse al mutamento di equilibri a cui la nuova alleanza potrebbe contribuire. Critiche più nette sono state, tuttavia, avanzate dalla Corea del Nord che ha aspramente criticato la conclusione dell’Accordo perché potrebbe innescare una corsa agli armamenti nucleari. L’opinione è stata condivisa dal ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian che considera AUKUS una minaccia alla stabilità dell’Indo-Pacifico piuttosto che una garanzia. La conclusione del nuovo accordo di fatto alza a livelli inusitati il livello di deterrenza nei confronti della Cina. Nessuna sorpresa quando la Cina ha definito l’atto “estremamente irresponsabile”. Eppure, le critiche non sono totalmente prive di fondamento. L’iniziativa potrebbe davvero vanificare gli sforzi di non proliferazione a livello internazionale, laddove gli stati sfruttassero l’accordo come scappatoia dagli impegni conclusi precedentemente in materia di nucleare. Infatti, il patto consente ai Paesi non dotati di armi nucleari di sottrarre il materiale fissile impiegato per i reattori sottomarini dalle scorte monitorate dall’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica.
Si consideri inoltre che la scelta dei partner dell’Alleanza è molto eloquente perché tra le righe è possibile leggere chi saranno i player della competizione globale a fianco di Washington. Sembrerebbe che per gli Stati Uniti l’Europa non sarà un compagno fondamentale nell’Indo-Pacifico. O forse è l’affidabilità del Vecchio Continente nei confronti della Cina di cui gli Stati Uniti dubitano. Il coinvolgimento del Regno Unito che si è proposto come mediatore non implica una rinnovata centralità per il Paese, nonostante testimoni la postura britannica in politica estera. In termini più generali, l’iniziativa potrebbe, direttamente o meno, porre pressione sui Paesi dell’area affinché questi scelgano uno schieramento, esacerbando la complessa rete di relazioni. Lo stesso Biden nel discorso alle Nazioni Unite ha brandito più volte la formula “con i nostri alleati e partner” contro le sfide contemporanee quali clima, covid-19 e, inevitabilmente ma sempre tacitamente, la Cina.

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