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NewsTrappola Thatcheriana (e metodo Merkeliano)

Trappola Thatcheriana (e metodo Merkeliano)

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Lo scorso 15 settembre Stati Uniti, Regno Unito e Australia annunciano la nascita di AUKUS. Ovvero la nascita di un patto di sicurezza trilaterale fra i tre paesi anglosassoni che consentirà a Canberra, l’avamposto dell’Occidente nell’Asia-Pacifico – come spesso viene definita l’Australia – di sviluppare e di dispiegare sottomarini nucleari (l’accordo in realtà prevede anche altre cose, come la cooperazione in alcuni ambiti tecnologici molto avanzati. La faccenda si presenta subito come complessa e contraddittoria. Lasciamo stare qui l’immediata risposta cinese (ovvero la richiesta di Pechino di aderire al CPTPP, il grande accordo economico trans-pacifico a guida giapponese e senza presenza Usa, “Comprensive Progressive TransPacific Partnership”: una richiesta nel campo geo-economico molto interessante da diversi punti di visti), i punti sono altri: il primo concerne la non-proliferazione nucleare.

L’Australia non appartiene al “club delle potenze nucleari” né di diritto né di fatto: con la possibilità di sviluppare sottomarini nucleari però Canberra ci si avvicinerà pericolosamente. Pericolosamente anche per il regime internazionale della non-proliferazione già messo a dura prova dall’esistenza di alcune potenze nucleari di fatto e dalle tecnologie in giro per il mondo. Ora gli Stati Uniti consentono ufficialmente ad un paese alleato di avvicinarsi alla soglia del nucleare militare. Ciò ovviamente desta qualche perplessità anche per gli ‘effetti imitazione’ che questa decisione americana potrebbe indurre. L’Iran in primo luogo: il No della comunità internazionale al suo sviluppo nucleare militare si indebolisce significativamente. Il Brasile in secondo luogo: chi può impedire, ad esempio, che una prossima amministrazione progressista di Lula possa scegliere di diventare potenza nucleare? Insomma, l’impatto geopolitico globale della nascita di AUKUS potrebbe essere molto rilevante e si ha il sospetto che esso non sia stato adeguatamente ponderato nell’amministrazione Biden, in particolare nei circoli americani che vedono la Cina come ossessione.

C’è poi un secondo punto: l’Australia aveva già un accordo per i sottomarini nucleari con l’industria francese, un accordo da venti miliardi di dollari; un accordo che ora è stato ripudiato. Provocando l’ovvia reazione di Parigi, che ha richiamato immediatamente e polemicamente gli ambasciatori da Washington e da Canberra. Insomma, c’è un impatto strategico non sappiamo quanto bene ponderato e c’è una spaccatura geopolitica inter-occidentale ulteriore non troppo valutata. Un vero capolavoro geopolitico, che non si ferma qui: a ben guardare ci sono altri problemi piuttosto ‘interessanti’ posti da AUKUS.

In primo luogo, la super-coalizione delle nazioni anglosassoni, sotto diverse forme, alleanza di intelligence, insieme di relazioni speciali e quant’altro, esiste da dopo la Seconda guerra mondiale e ha sostenuto storicamente il passaggio del testimone della leadership mondiale dall’Impero britannico agli Stati Uniti (sempre in chiave di potenza marittima dominante). Questa super-alleanza aveva una base sostanzialmente etno-culturale, ma era totalmente inserita negli schemi delle alleanze occidentali a base ideologica, ovvero l’ideologia del mondo libero.

Ora i termini della questione sono storicamente profondamente mutati. Lo ‘scontro di civiltà’ è diventato una analisi controversa ma diffusa: il conflitto fra Stati Uniti e una parte del mondo mediorientale (il conflitto che i neocons concettualizzano come conflitto “di civiltà” fra il c.d. “Occidente” a radici “giudaico-cristiane”) ha poi dato purtroppo una sostanza geopolitica a quello scontro. Ora ci sono analisti e ideologi che vedono anche l’attuale rivalità geopolitica fra Usa e Cina come un confronto fra “civiltà americana” e “civiltà cinese”. È un nuovo pericolosissimo livello del sedicente “scontro di civiltà”.

Oggi non sono più dominanti nel mondo (per ora) le ideologie derivate da identità sociali e di classe; oggi invece ci sono diffuse a piene mani nel mondo, (anche in quello ‘occidentale’), ideologie derivate dalla logica dello ‘scontro di civiltà’. In Medio Oriente/Asia occidentale. In ‘Occidente’ le formazioni del neonazionalismo populistico-radicale sono in parte nipoti proprio dell’approccio neocon di scontro di civiltà o guerra culturale.

In questo contesto mettere in pista una ‘nuova’ alleanza su basi etno-civili assume quindi un significato molto diverso da quello del post-Seconda guerra mondiale: essa costituisce l’ulteriore avanzamento della logica dello ‘scontro di civiltà’ da parte di chi si proclama difensore “urbi et orbi” dei diritti umani. La contraddizione è fortissima e pericolosissima. Oltretutto, mentre a Londra e a Canberra ci sono al potere governi conservatori con una forte base neo-populistica, a Washington c’è al potere una amministrazione democratica. Il che aggiunge contraddizione a contraddizione con effetti rilevanti e decisamente non ponderati.

In secondo luogo, il mondo dove le nazioni anglosassoni hanno formato e dispiegato il loro potere globale era un mondo caratterizzato dalle politiche di potenza (e quindi dalla Trappole di Tucidide). Era un mondo dove le nazioni anglosassoni, Gran Bretagna prima e Stati Uniti poi, costituivano una volta l’una, una volta gli altri, la grande potenza marittima tendenzialmente ‘centrale’ o dominante nel sistema delle relazioni politico-economiche, grazie anche alla loro capacità di tenere legami e rapporti politici, finanziari, civili globali e di dividere il campo delle potenze continentali.

Ma il mondo odierno ha sempre più caratteri diversi: è un mondo interconnesso, multi-connesso per la precisione e globalizzato, ovvero con reti, movimenti, filiere e catene del valore, monete e finanze globali. È un mondo che deve vedersela con sfide planetarie (globali) di enorme complessità, il clima, l’ambiente in genere, le crisi sanitarie e ovviamente le crisi finanziarie e le enormi insicurezze economiche. In un mondo siffatto, le nazioni non sono più definibili come mere ‘potenze’ classiche e non sono più contrapponibili come potenze marittime e come potenze continentali. 

Tutte le nazioni oggi sono sia attori geo-economici politici influenti e totalmente interdipendenti, attori che hanno sia caratteri ‘marittimi’ sia caratteri ‘continentali’. Sono tutte un po’ ‘penisole’, se vogliamo restare nell’ambito di certi concetti tradizionali. O più prosaicamente la geopolitica classica deve innovarsi profondamente partendo dai concetti di base.

Morale: proseguire ad agire a livello globale con una logica di mere politiche di potenza e di guerra (calda, fredda, semifredda) fra potenze marittime e potenze continentali significa affrontare le sfide di oggi con la mente, geopolitica, tutta completamente e irrimediabilmente rivolta alle guerre armate o ‘ideologico-strategiche’ del passato. Il che porta solamente al disastro. Un disastro che rischia di avere anche una disgraziatissima base etno-razziale. 

La Gran Bretagna, a dir la verità, aveva capito perfettamente questa nuovissima situazione globale negli anni scorsi, con i governi conservatori di David Cameron e di Theresa May: infatti una parte importante delle elites di governo politico, economico, istituzionale britanniche non solo aveva accettato l’Unione Europea, ma ci aveva scommesso. Non solo: grazie anche all’azione politica della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Londra e Berlino avevano sviluppato una relazione ‘speciale’, quello che potremo chiamare ‘l’Asse sassone’. La Gran Bretagna aveva mutato profondamente la propria posizione storica peraltro riconfermata anche a fine Novecento, rispetto all’ascesa della Germania. All’epoca di Alfred Herrahusen, il grande banchiere della Deutsche Bank ucciso dall’ultimo attentato della RAF prima di un suo importante discorso a Wall Street, la penetrazione del capitale tedesco nella City londinese era stata vista dai conservatori thatcheriani allora dominanti nel Regno Unito come un novello bombardamento germanico. 

Invece ora, grazie alla Cancelliera, Londra non era contraria alla fusione della Borsa di Londra con quella di Francoforte. Era un vero cambio di regime geopolitico e di paradigma di proporzioni storiche per Londra che significava esattamente questo: Londra aveva capito che il Regno Unito non poteva più agire né come il vecchio Impero né come una potenza marittima. Il tempo delle ‘potenze marittime’ dominanti era finito. Londra cercava pragmaticamente di adattarsi. L’asse sassone ovvero l’asse geopolitico della vecchia grande potenza marittima con la “potenza civile” ex continentale d’Europa significava precisamente questo.

Brexit ha fatto saltare quella fusione fra le grandi Borse europee, che avrebbe costituito un fattore finanziario di prima grandezza per tutto l’Occidente in una competizione istituzionalizzata ancorché dura con l’Asia emergente, Cina in testa. Un altro capolavoro geopolitico capitalistico. Il Regno Unito oggi, dopo Brexit, è in preda ad una vera e propria schizofrenia geopolitica: da un lato, la Gran Bretagna continua ad avere strettissimi rapporti con l’Europa e con la stessa Germania. L’’E3’, il club delle tre grandi nazioni europee, Germania, Francia, Gran Bretagna, continua ad essere un importantissimo format geopolitico: lo è sul fronte iraniano, lo è sul fronte della lotta alla pandemia ad esempio. Ma dall’altro lato, Londra è preda della sindrome della rinascita del vecchio Impero Britannico in alleanza con gli Usa nel nome della comune identità etnico-civile dell’anglosfera’. È per l’appunto una contraddizione geopolitica di carattere schizofrenico.

La Brexit ovviamente favorisce ed esaspera questa contraddizione. La Cancelliera ha sempre perseguito un approccio di profondo ‘bilanciamento’ geopolitico a livello globale ma anche a livello ‘grande-europeo’: ha perseguito allo stesso tempo, ‘GeRussia’ verso Mosca, e ‘Asse Sassone’ verso Londra. E lo ha sempre perseguito pragmaticamente, implementando il famoso ‘metodo merkeliano’. Questo aspetto, secondo noi, è fondamentale per l’Europa (la Gran Bretagna è una parte importantissima della storia europea); ma specialmente è essenziale per l’intero ex Occidente in questi anni di importanza eccezionale di cambio epocale. 

La domanda importante, secondo noi, è questa: il nuovo Cancelliere tedesco saprà perseguire con analoga sagacia, determinazione, abilità, capacità di dialogo e mediazione (e capacità di innovazione) quell’approccio dell’’asse sassone’ (e di ‘GeRussia’ allo stesso tempo), implementandolo con quel metodo  politico o comunque con un analogo metodo pragmatico e liberale; favorendo in tal modo il definitivo superamento della pericolosissima ‘trappola thatcheriana’ , potenze marittime e ideologia ‘neoliberista’ (o pseudo-liberistica) contro potenze continentali e ideologie stataliste, da parte di Londra? 

Vale la pena di accennare, che l’attuale crisi organica dell’ex Occidente di fronte all’ascesa dell’Asia, è tutta figlia del “ciclo reaganiano-thatcheriano”, dei suoi modelli economici e politici, e delle sue ideologie di riferimento. 

Trappola thatcheriana e Metodo merkeliano significano due ‘Occidenti’ diversamente liberali a confronto, quello delle politiche di potenza (e di tutte le sue drammatiche conseguenze per la storia europea) e quello del multilateralismo liberale (e delle ‘potenze civili’, insomma del liberalismo sociale). Ovviamente il Regno Unito, caposaldo della democrazia rappresentativa moderna, è indispensabile per proseguire la storia del liberalismo di stile occidentale, un liberalismo occidentale però che non sia più legato a quelle politiche di potenza.

In terzo luogo, proviamo infatti ad allargare molto sommariamente lo sguardo dalla Gran Bretagna al mondo. Il discorso dovrebbe essere molto ampio e approfondito, ma cerchiamo di svolgere solo un brevissimo ragionamento. 

Facciamo un esperimento intellettuale. Immaginiamoci se Russia, Cina, Brasile in un prossimo futuro costituiscano una intesa strategica, ‘BraCiRu’, che consenta a Brasilia di avere tecnologie e sottomarini nucleari con contorno di consiglieri militari russi e di costruzioni strategiche made in China in mezzo all’Amazzonia. Gli Stati Uniti hanno otto basi militari in Australia, ad iniziare da Darwin, voluta dall’amministrazione Obama all’interno della logica ‘Pivot to Asia’. Che cosa potrebbe accadere se la nazione chiave dell’America Latina diventasse membro di fatto del club nucleare con il sostegno di Cina e Russia? Avremo una crisi dei missili cubana all’ennesima potenza? Washington si sentirebbe direttamente e pesantemente minacciata? Oppure Washington dovrebbe accettare la fine storica della dottrina Monroe?

Che vogliamo dire? Nessuno nega l’esistenza dei comportamenti assertivi di Pechino attorno a Taiwan o le isole del mar Cinese meridionale (dove passano le rotte marittime essenziali dell’economie est-asiatiche) ma d’altra parte nessuno può affermare che la Cina intenda minacciare militarmente gli Stati Uniti (Pechino sarebbe leggermente pazzoide nel concepirlo). Il budget militare cinese è di diverse volte inferiore (anche tenendo conto della sua poca trasparenza) rispetto a quello del Pentagono e della sicurezza nazionale Usa. È allora indispensabile continuare a puntare su strumenti e mezzi bellici, strategici, militari da parte degli Usa per ‘contrapporsi’ a Pechino? Sarebbe questa la ‘Grande strategia’ Usa in risposta al ‘Lungo Gioco’ di Pechino?

Guardiamo a quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. I porti di mezzo mondo, da Ningbo a Los Angeles, sono stati bloccati per settimane a causa di pericolose strozzature delle filiere produttive. L’intero settore della logistica mondiale ha bisogno di immensi investimenti per modernizzare l’intero sistema, dai porti in su. 

La pandemia del coronavirus e le gravissime deficienze di molti governi nel gestirla (ad iniziare dall’amministrazione Trump), appena coperte dalle campagne di vaccinazioni, hanno mostrato la estrema necessità di altrettanti imponenti investimenti mondiali per la salute. Vale la pena di osservare che, tuttora, miliardi e miliardi di uomini e donne sono ben lontani dall’essere vaccinati dal Covid mentre miliardi e miliardi di donne e uomini continuano a non avere neppure la disponibilità di acqua potabile mentre moltissimi muoiono di malaria, tbc ed altre malattie perfettamente curabili. Ciò per mancanza di medicine e di servizi sanitari di base pubblici. Il mondo, con la crisi sanitaria globale, ha dunque ampiamente dimostrato che ha bisogno di risorse economiche e umane imponenti. 

E poi che dire della madre di tutte le battaglie della nostra epoca, la lotta al cambiamento climatico? Per raggiungere la ‘neutralità climatica’, è notizia di queste ore, l’economia tedesca ha bisogno di investimenti per oltre 800 miliardi di euro. Solo la Germania!

Che intendiamo dire? Il capitalismo mondiale per andare avanti e per essere ‘sostenibile’ richiede per i prossimi anni, investimenti civili, pubblici in primo luogo, e privati semplicemente imponenti. La eccezionale liquidità non convenzionale messa in giro dalle Banche centrali dovrebbe essere allocata in direzione di questi investimenti (magari non a tassi zero). 

AUKUS e accordi strategici di contenimento anti-Cina, anti-Russia e anti-Iran, stanno portando il mondo verso un conflitto geopolitico ed economico sempre più profondo che, al di là dei rischi di confronto militare aperto, pur possibile, spostano la ‘rivalità’ fra sistemi politici in ambiti dannosissimi: rendono infatti impossibile il ‘governo’ del mondo in ambito sanitario, climatico e financo economico, dai cambiamenti nella logistica fino alle filiere dei chip. La geo-strategia ‘imperiale’ ci pare in contraddizione con la logica dello sviluppo del capitalismo globale. È ben difficile conciliare questa logica geo-strategica con quella geo-economica: questo è il punto più delicato. 

Morale. Se non si supera la “trappola thatcheriana” delle mere politiche di potenza, le strozzature dell’offerta nell’economia mondiale ben difficilmente possono essere ridotte, affrontate e superate (come si possono fare investimenti privati rilevanti in presenza di incertezze geopolitiche crescenti?); altrettanto difficilmente potrà andare avanti la transizione ecologica a livello globale necessaria per il cambiamento climatico.

Insomma quello che vogliamo dire con queste argomentazioni è che, o si ritiene indispensabile la lotta al riscaldamento globale e si pensa che siano necessari una politica mondiale contro il Covid e un contesto sicuro per gli investimenti in logistica e filiere critiche, ed allora la ‘concorrenza estrema’ (di cui AUKUS e dintorni sono elementi) è gravemente incoerente; oppure non si ritengono cose serie né il cambiamento climatico, né le strozzature dell’offerta né le pandemia allora si è coerenti ma si è pure leggermente pazzi. 

In questo ambito, si può comprendere meglio come la logica delle ‘potenze marittime’ contro le altre ‘potenze’, sia deleteria: un mondo così multi-connesso non può permettersi ancora a lungo questa logica politica, quella che abbiamo definito la ‘trappola thatcheriana’. Il capitalismo mondiale richiede “metodo merkeliano”. In assenza del quale esso rimarrà senza un ‘governo’ politico almeno sul lato occidentale. 

Cina e Russia, Europa e Stati Uniti, dunque, dovrebbero cooperare nel nome del governo del capitalismo mondiale. AUKUS è in contraddizione con questa logica. Ma ovviamente Cina e Russia, Europa e Stati Uniti sono anche ‘rivali’ di sistemi politici e sono competitori economici. Possono bene dispiegare questa ‘rivalità’ e competizione negli ambiti adeguati dimostrando chi ha le carte migliori, con vantaggi per tutti nell’ambito della necessaria governance. Purché si esca dalla logica del conflitto o della concorrenza estrema. Una cosa è la guerra, anche se condotta con altri mezzi, un’altra cosa è la competizione dura ma regolata e istituzionalizzata. Anche perché alla fine, in questo contesto di guerra condotta con altri mezzi, potrebbe accadere l’impensabile, ovvero che grandi attori non occidentali forniscano al mondo globale il bene pubblico essenziale al capitale globale: quel governo politico che l’ex ‘Occidente’ non riesce a mettere in piedi (metodo merkeliano a parte).

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