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24/06/2025
Cina e Indo-Pacifico

Origini, struttura e prospettive del patto AUKUS

di Matteo Momigliano

Intese saltate, crisi diplomatiche, sottomarini nucleari. Scendiamo nei dettagli di un accordo firmato da Australia, Regno Unito e Stati Uniti nel 2021 che mira a ridefinire gli equilibri geopolitici nell’Indo-Pacifico. AUKUS rafforza la cooperazione militare e tecnologica tra i tre storici alleati, ma ha generato controversie con altre potenze e sollevato critiche interne. La sua implementazione si preannuncia densa di sfide politiche e operative. Ne è un esempio il recente annuncio del Pentagono di voler riesaminare l’accordo, una mossa che preoccupa Canberra e aggiunge nuove incognite al progetto.

Intese saltate, crisi diplomatiche, sottomarini nucleari. Scendiamo nei dettagli di un accordo firmato da Australia, Regno Unito e Stati Uniti nel 2021 che mira a ridefinire gli equilibri geopolitici nell’Indo-Pacifico. AUKUS rafforza la cooperazione militare e tecnologica tra i tre storici alleati, ma ha generato controversie con altre potenze e sollevato critiche interne. La sua implementazione si preannuncia densa di sfide politiche e operative. Ne è un esempio il recente annuncio del Pentagono di voler riesaminare l’accordo, una mossa che preoccupa Canberra e aggiunge nuove incognite al progetto.

Tra il 2010 e il 2015, il governo australiano decise di sostituire i propri sottomarini diesel-elettrici Collins-class. Costruiti tra gli anni Novanta e i primi Duemila, questi erano ormai prossimi alla fine del ciclo operativo. L’intenzione iniziale di Canberra era di puntare su sottomarini dello stesso tipo e valorizzare la produzione cantieristica australiana. Dopo aver valutato opzioni giapponesi e tedesche, la scelta del governo ricadde sul gruppo francese Naval Group, annunciato dal primo ministro australiano Turnbull nel 2016 come “nostro partner preferito per la progettazione di 12 Future Submarines”. Le discussioni con Naval Group andarono oltre ad un  acquisto diretto, in quanto l’Australia voleva che la produzione dei nuovi sottomarini avvenisse con un maggiore coinvolgimento di forza lavoro, risorse ed infrastrutture australiane. 

Parallelamente a Naval Group prese però piede un piano B a trazione anglo-sassone. Il nuovo primo ministro Morrison discusse con Regno Unito e Stati Uniti la possibilità di un’ampia cooperazione in materia di tecnologie di difesa. Le discussioni trilaterali ebbero successo, e segnarono il sorpasso sulla soluzione francese: il 15 settembre 2021, Morrison, Biden, e Johnson annunciarono l’“AUKUS”, un accordo che prende il nome dall’acronimo dei tre paesi e che prevede la condivisione di sottomarini convenzionali, ma a propulsione nucleare, in favore dell’Australia. 

Le reazioni

La soddisfazione dei tre leader per AUKUS, evidente in occasione dell’annuncio così come in successive dichiarazioni, si contrappose all’irritazione di altre capitali. In primis, Parigi decise di ritirare temporaneamente l’ambasciatore francese da Washington. Non riuscendo a “europeizzare” la crisi, la Francia dovette poi ricucire con gli Stati Uniti, ottenendo però il pagamento di una penale da parte dell’Australia per la cancellazione dell’accordo da decine di miliardi di euro con Naval Group. In secondo luogo, Pechino, percependo AUKUS come una mossa di contenimento anticinese,  vi si oppose immediatamente. Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese definì l’accordo “estremamente irresponsabile”, e il quotidiano statale Global Times ammonì l’Australia, ormai considerata “un avversario”. A esprimere preoccupazione fu anche Giacarta: l’Indonesia si dichiarò fin da subito allarmata dai potenziali rischi di una corsa agli armamenti nella regione e ha mantenuto nel tempo una linea cauta sul tema. 

L’accordo

AUKUS è un accordo di lungo periodo che si articola in due pilastri. Il primo consiste nell’acquisto e lo sviluppo dei sottomarini SSN-AUKUS a propulsione nucleare (Ship Submersible Nuclear AUKUS). È previsto che l’Australia raggiunga delle condizioni di sicurezza e capacità di gestione tali da iniziare a produrre gli SSN a partire dal 2030. La produzione avverrà a Adelaide, South Australia, grazie al design e alle tecnologie di frontiera garantite dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, con fine prevista per il 2040. Nel frattempo, AUKUS prevede che l’Australia acquisti almeno tre Virginia-class SSNs dall’industria americana – soggetto all’approvazione del Congresso americano – da consegnare entro i primi anni del decennio 2030. Canberra si è anche impegnata ad investire direttamente nella cantieristica navale americana e britannica. Gli SSN-AUKUS sono molto più veloci e significativamente meno rilevabili dagli avversari rispetto a quelli a diesel. Data la propulsione a reattori nucleari, possono ricoprire vaste distese oceaniche e non devono essere riforniti di carburante durante tutto il loro ciclo di vita. Queste caratteristiche li rendono strumenti particolarmente utili per la deterrenza, la difesa, e l’intelligence in zone limitrofe all’Australia e nel Mar cinese meridionale.  Non è un caso che, prima dell’Australia, gli Stati Uniti avessero condiviso tale tecnologia solo con il Regno Unito. 

Il secondo pilastro dell’accordo riguarda la cooperazione su sei aree tecnologiche chiave del nuovo secolo: capacità subacquee avanzate, scienze quantistiche, intelligenza artificiale e sistemi autonomi, tecnologie informatiche avanzate per la guerra cibernetica, tecnologie ipersoniche e contromisure anti-ipersoniche, guerra elettronica. L’obiettivo del secondo pilastro è di agire come “force multiplier” delle capacità strategiche e militari, facilitando l’interoperabilità e l’innovazione tra i tre paesi. L’importanza del secondo pilastro è messa in risalto dal vantaggio che la Cina possiede nella ricerca di dual-use technologies. Ad esempio, uno studio rivela che la Cina è in testa nella ricerca ad alto impatto su molte tecnologie emergenti, soprattutto nelle tecnologie ipersoniche, nella guerra elettronica e in capacità sottomarine strategiche.

La politica americana

Biden ha investito molto nell’accordo, facendo leva sul fatto che esso rafforza la deterrenza in una regione strategica coinvolgendo alcuni degli alleati più storici degli Stati Uniti.  AUKUS si sposa a pieno con l’enfasi che la sua Amministrazione ha riposto sull’importanza delle alleanze e sulla competizione tra democrazie e autocrazie nel XXI secolo. Anche alcuni suoi critici hanno riconosciuto che sia stato un accordo di successo. Al contrario, Trump non si è esposto sul tema durante la campagna elettorale 2024. Una volta eletto Presidente, quando interpellato direttamente, è parso non averne familiarità, prima di confermare che avrebbe continuato le discussioni con il governo australiano. Il Segretario di Stato Rubio ha ribadito che l’amministrazione supporta l’accordo, ma è stato scritto che l’intenzione potrebbe essere di rinegoziarlo. 

Attore chiave per il futuro di AUKUS è il Congresso, poiché l’organo legislativo è responsabile di deliberare sui programmi e fondi per la difesa americana tramite i “National Defense Authorization Acts” e le leggi di stanziamento. Il Congresso ha già autorizzato alcuni investimenti iniziali e riformato i controlli sulle esportazioni di prodotti per la difesa USA così da consentire l’implementazione di AUKUS. Tuttavia, sono previste altre negoziazioni che testeranno ulteriormente il consenso intorno all’accordo. Un problema evidenziato soprattutto dai Repubblicani sta nel fatto che la produzione domestica di sottomarini sta tradendo le aspettative, producendo solo 1.2 sottomarini l’anno, mentre il target della Navy americana è di 2. Vendere i Virginia-class all’Australia è dunque visto da alcuni come rischioso per la sicurezza nazionale in assenza di un rilancio dell’industria, come sottolineato dalla lettera inviata da 25 senatori Repubblicani al Presidente Biden nel 2023. Il problema è stato di recente affrontato dal Presidente Trump con un ordine esecutivo volto a rivitalizzare il settore già nel breve periodo. In tale contesto, una possibile alternativa, presa in considerazione dal servizio di ricerca del Congresso, starebbe nel mantenere i Virginia-class nelle mani della Marina americana,  assicurandone comunque il dispiegamento in acque australiane. Quest’ultimo approccio rappresenterebbe una divisione delle responsabilità simile ad accordi che gli Stati Uniti hanno con altri alleati, ma accenderebbe più di una discussione in Australia sui temi della sovranità e della perdita di autonomia strategica.

La politica australiana

AUKUS è soggetto ad alcune importanti critiche. In primo luogo, la questione dei costi. L’esborso di lungo periodo per l’Australia è compreso tra 268 e 368 miliardi di dollari, una cifra che porterebbe le spese australiane per la difesa dal 2.05% al 2.20% del PIL e che viene considerato eccessivo da alcuni politici, tra tutti il senatore David Shoebridge (portavoce per la difesa dei “Verdi”). Shoebridge ha suggerito di cancellare l’accordo al fine di ridurre il budget nazionale per la difesa e investire una parte della somma in altre aree e priorità. In secondo luogo, la sovranità: diversi esponenti, tra i quali l’ex premier Keating, ritengono che AUKUS comprometta l’indipendenza strategica australiana, vincolandola agli interessi USA e rischiando di mettere a repentaglio i rapporti con la Cina. Argomentazioni di questo tipo hanno preso un certo vigore di recente perché le politiche di Trump sui dazi, non risparmiando l’alleato australiano, hanno suscitato critiche di inaffidabilità e alimentato lo scetticismo verso AUKUS. Ciò nonostante, AUKUS continua a godere di un largo consenso. Il premier Albanese ne è un convinto sostenitore, e in una delle prime chiamate dopo la rielezione, ha convenuto con il premier britannico Starmer di lavorare con maggiore ambizione sulla tabella di marcia. Anche diversi esponenti di rilievo della Difesa hanno sostenuto l’accordo. In particolare, l’attuale Ministro della Difesa Marles, e il Capo delle Forze di Difesa Australiane Gen. Campbell; quest’ultimo  nel 2024 l’ha definito “un programma straordinario”. Molte delle argomentazioni in sostegno di AUKUS, diffuse anche tra gli analisti, si basano sul fatto che l’attuale geopolitica dell’Indo-Pacifico è diversa da quella degli scorsi decenni a causa di crescenti tensioni, rivendicazioni territoriali e assertività. Un caso recente rimanda alle vicende di Febbraio 2025, quando una task force navale cinese in acque internazionali ha costretto alcuni voli vicino al Mar di Tasmania a deviare la propria rotta. A ciò è seguita una completa circumnavigazione dell’Australia da parte di due navi da guerra cinesi e una di supporto. Tale dispiegamento navale ha evidenziato una notevole capacità di proiezione del potere e dato ulteriore linfa alle preoccupazioni per la sicurezza nazionale australiana. In un paese il cui commercio internazionale dipende per il 99% dalle rotte marittime, inclusi gli approvvigionamenti critici di carburante, fertilizzante e munizioni, molti rimangono convinti che il patto AUKUS rappresenti non un azzardo, ma una necessità strategica e il giusto investimento per il futuro del Paese.

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