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TematicheItalia ed EuropaAttentato a Barcellona: perchè la guerra dell’Isis è infinita

Attentato a Barcellona: perchè la guerra dell’Isis è infinita

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Barcellona è stata colpita. La Spagna era rimasta esente dagli obiettivi dell’Isis in Europa fino a ieri, quando un altro furgone ha fatto una strage di civili e un secondo attentato è avvenuto a Cambrils, che ha visto la morte dei 5 attentatori che hanno investito altrettante persone. 14 i morti accertati di Barcellona, tra cui due italiani, e più di 90 i feriti, di cui molti gravi.

La modalità d’esecuzione è quella ormai tristemente consueta da più di un anno, da quando fu utilizzata a Nizza la scorsa estate, il 14 luglio, facendo 86 vittime su Promenade des Anglais. Da allora abbiamo assistito almeno a 6 attentati avvenuti secondo il medesimo schema, diffuso per la semplicità di esecuzione, l’efficacia dell’azione e l’impatto mediatico che ne consegue.

Ora si fa già un gran parlare della facilità di accesso al noleggio dei furgoni, della provenieza degli attentatori, delle misure di sicurezza inefficienti, della paura che non prevarrà sulla vita democratica e sono molte, forse troppe, le dichiarazioni di circostanza dei politici italiani. Quel che rimane sono alcune questioni urgenti, impellenti e che chiedono interventi immediati, soprattutto dalla prospettiva nazionale.

Non è di poco conto, infatti, la circostanza che vede colpita la Spagna, paese di grande apertura, che solo pochi mesi fa aveva visto lo scorso febbraio protagonista Barcellona in una immane, partecipata e vivissima manifestazione a favore dell’accoglienza dei rifugiati. Di pochi giorni fa è anche il vastissimo corteo dallo slogan “no al turismo di massa, vogliamo i rifugiati”, in cui la sindaca Ada Colau propona la sua città come capitale della speranza di contro alla xenofobia. Era dal 2004 che la Spagna non vedeva gli effetti del terrorismo islamico al proprio interno e ora nel planisfero degli attacchi perpetrati dallo Stato Islamico si aggiunge un altro tragico tassello.

L’Europa intera, così come i paesi impegnati nella coalizione internazionale anti-Isis, pensava già che la guerra contro lo Stato Islamico, arrivata a un punto importante sul terreno in Siria e in Iraq, potesse mettere fine agli attacchi nei propri territori. Le cose non stanno così, ed è opportuno chiarirlo fin da subito. Per farlo bisogna comprendere la natura dello Stato Isamico: la sua è una realtà territoriale diffusa, l’appartenenza ad esso si fonda su principi religiosi che non amettono confini alla propria azione. La fedeltà ad esso si esplica nei termini di un’azione che esula dall’aderenza geografica.

Si tratta infatti di uno Stato che ha piantato le proprie radici nei cuori e nelle menti di migliaia di jihadisti e che basa la propria esistenza non su una porzione di territorio definita da confini, com’è per tutti gli Stati occidentali che seguono il modello statuale nazionale stabilito nella modernità europea e con la pace di Westfalia, ma sulla propensione globale dei suoi combattenti e del suo territorio, in un’ottica che è molto più imperiale che nazionale e geografico-politica, molto più sovrannazionale che territorialmente definita, come attesta la sua propaganda in molte occasioni, quando rimarca la multietnicità dei suoi fedeli. D’altronde, da quando fu proclamato il Califfato nel giugno del 2014, ha sempre agito in tal senso: la sua è sempre stata una geografia diffusa, incerta, mutevole.

Il pericolo deriva proprio da questa sua natura per noi imprendibile, sfuggevole. Abbiamo per secoli tentato di stabilite le nostre certezze politiche su confini ben definiti e di fronte a un’entità che si pone al di là di questi non sappiamo come reagire. Ecco perché le preoccupazioni per le questioni di sicurezza, di facilità di noleggio dei furgoni e le polemiche a caldo sui fatti strettamente contingenti appaiono spesso quanto mai velleitarie e tragicamente inutili: perché l’Isis ha già impiantato efficacemente nei suoi affiliati la propria ideologia, il proprio modus operandi – che sebbene possa variare per mezzi, uomini e luoghi colpiti, produrrà sempre gli stessi tragici effetti in una guerra globale che già la strategia di George W. Bush già definito infinita.

Così come appaiono di una inutilità stucchevole le dichiarazioni dei nostri politici, con frasi fatte sulla necessità di non cedere alla paura, che denunciano spesso una sconfinata lontananza dalla realtà e, ancor peggio, un’incapacità di fornire adeguate risposte: molti di loro forse non si sono accorti che l’Europa e l’Italia sono già preda della paura e terreno di una guerra senza confini, che vede una stima dei morti – civili e non – che giorno dopo giorno, attentato dopo attentato, aumenta irrimediabilmente.

I jihadisti si sentono combattenti di una guerra che non ha terreno, o meglio: ha tutti i terreni possibili, a partire dal contesto mediorientale che ha visto la nascita e l’evoluzione del Califfato. Nelle rivendicazioni dell’Isis c’è pressoché sempre il richiamo ai morti prodotti dalla coalizione internazionale nella guerra in Siria e Iraq: il collegamento è continuo e inossidabile. Inutile dunque pensare che all’andamento positivo della guerra in quei territori faccia seguito un decremento degli attacchi nel resto del mondo. Sarà forse il contrario: si tratta di forze di uno stesso fronte che agiscono su diversi sentieri, pur partendo da un medesimo punto (il jihad, la lotta per la difesa della fede da minacce esterne) e che risultano perciò molto più incerte e dunque più pericolose.

È per questo che, molto più delle parole, delle dichiarazioni e delle presunte prese di posizione contano i fatti e la piena coscienza di ciò che accade sotto ai nostri occhi:  è in atto una guerra senza frontiere, non voluta da noi ma che esiste e della quale dobbiamo necessariaente e nostro malgrado prendere atto, anzitutto nei suoi aspetti pecualiari. Non ci sono ragioni economiche prevalenti, non ci sono questioni di devianze psichiatriche dei singoli attentatori, non esistono retroscena complottistici, ma una chiara matrice ideologica, un insieme di fattori legati a una lettura dell’Islam e alla guerra per la sua difesa: è per questo che i jihadisti muiono e uccidono. Non riconoscere questo significa essere parte del problema, non della soluzione.

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