Attentanti di Parigi: quando la fiera della banalità comunica una fiera della vanità

Come abbiamo avuto modo di rimarcare in una nostra precedente riflessione, la strage di Parigi ha messo in luce, in maniera per molti versi brutale, i tanti limiti dell’informazione giornalistica. Dinanzi alla sfida di un racconto così complesso per i suoi contenuti e caratterizzato da un livello elevatissimo di human interest, i media mainstream sono infatti caduti nella trappola di quelle stesse bufale, false notizie, leggende metropolitane di cui sovente la Rete viene accusata di essere foriera.

Attentanti di Parigi: quando la fiera della banalità comunica una fiera della vanità - Geopolitica.info Il raccoglimento dei parigini intorno Le Carillon, 15 novembre 2015 (cr: Alan Joncard / AFP / Getty Images)

Analizzare i fatti di Parigi in chiave massmediale impone tuttavia di guardare anche all’altra faccia della medaglia, ovvero di chiedersi se, a fronte di un’informazione giornalistica che ha mostrato molti limiti, la comunicazione dei principali leader internazionali e nazionali ha invece dato prova di coerenza, efficacia, efficienza.

A nostro avviso, la risposta a questa domanda è tendenzialmente negativa, e la sua spiegazione chiama in causa uno dei termini presenti nel titolo di questa riflessione: le prime dichiarazioni a caldo dei “potenti della Terra” riflettono infatti un’intrinseca banalità, che prende forma a vari e diversi livelli.

C’è infatti una banalità nei concetti espressi e nelle parole utilizzate, che emerge in primis nella dichiarazione del presidente americano Barack Obama, uno dei primi leader mondiali a intervenire già nella sera di venerdì 13. Nel suo discorso, Obama rimarca infatti come quello di Parigi non sia stato un attacco contro i parigini o contro la Francia, bensì «an attack on all of humanity and the universal values that we share». Lo stesso richiamo all’immagine dell’attacco contro l’umanità torna con straordinaria simmetria nelle parole del nostro presidente del consiglio Matteo Renzi. Il suo discorso, pronunciato all’indomani della strage, muove infatti dalla menzione di quella “umanità” cui aveva fatto riferimento Obama («Hanno colpito la Francia, ma colpendo la Francia hanno colpito l’umanità intera»), per poi scivolare in un’analisi quasi “privata” di quanto accaduto («Come tanti italiani, anche io ho cercato le parole giuste per raccontare ai miei figli cosa è accaduto. […] Come tanti italiani anche io ho cercato di domandarmi cosa i terroristi stessero mettendo in discussione»). Morale della favola: ascoltando il discorso, la sensazione è che a parlare sia Matteo Renzi, cittadino italiano padre di tre figli, e non Matteo Renzi presidente del consiglio. A far da contraltare a queste dichiarazioni, le parole sobrie, che tuttavia trasudano umana partecipazione, di papa Francesco: «esprimo il mio profondo dolore», ha infatti affermato il pontefice, «per gli attacchi terroristici di Parigi. Pregate con me per le vittime e le loro famiglie».

A conferma di questa generale tendenza alla banalità, i commenti dei leader europei e internazionali tendono a rifugiarsi con straordinaria omogeneità in luoghi comuni e frasi fatte. Il premier inglese David Cameron si dichiara infatti “scioccato” («Our thoughts and prayers are with the French people»), così come il premier spagnolo Mariano Rajoy, la presidente brasiliana Dilma Rousseff, il presidente della commissione europea Jean-Claude Junker. «Our hearts are with Paris tonight», afferma il vice presidente Usa Joe Biden, mentre il segretario di stato John Kerry utilizza toni anco più melodrammatici («Our hearts go out the people of Paris, to the French, to people of other countries who lost their lives last night in atrocious attack»). Non è da meno Hillary Clinton che, dopo aver invitato tutti alla preghiera per la città di Parigi e per le famiglie delle vittime, afferma che «even after this darkest night, Paris remains the City of Light. No terrorist attack will ever dim the spirit of the French people or our common commitment to the democratic values we share».

Un secondo livello di banalità prende forma nel passaggio dal “dire” al “fare”. Tutti i leader si sentano infatti quasi obbligati a dire che “bisogna fare qualcosa”, ma nessuno di loro sembra poter/voler/saper dire chi debba fare che cosa. Cameron promette infatti che «we will do whatever we can to help», senza tuttavia spiegare chi sia ricompreso nel “noi” pronto ad aiutare, così come Obama che solennemente afferma che «we stand prepared and ready to provide whatever assistance the government and the people of France need to respond». Rajoy e Junker si limitano invece a dichiararsi al fianco della Francia («Francia tiene a su lado al pueblo español en estos momentos tan difíciles», «Nous sommes solidaires aux côtés des français»). Una perfetta sintesi dei due atteggiamenti appena descritti si trova invece nelle parole di Matteo Renzi, il quale dapprima promette che «vinceremo questa battaglia. Non sarà semplice, non sarà breve, occorrerà tutta la nostra forza, tutta la nostra determinazione», quindi rassicura gli italiani sul fatto che il Bel Paese è pronto a combattere questa «sfida epocale»: «l’Italia c’è, al fianco della Francia, un paese coraggioso e nobile, che oggi è colpito al cuore ma che deve sentire, e lo sta sentendo, l’affetto, l’amicizia e la solidarietà di tutta l’Europa e della comunità internazionale. L’Italia c’è, la fianco di tutti gli uomini di buona volontà».

Un terzo livello, forse più grave, di banalità emerge con riferimento alle finalità per cui molti leader prendono la parola: in molti casi, la strage di Parigi viene infatti “ridotta” a pretesto, strumentalizzata in chiave utilitaristica a vantaggio dei propri interessi o di quelli della propria fazione politica.

Da questo punto di vista, non vi è dubbio che “tutto il mondo è paese”. Negli Stati Uniti, dove è in corso la campagna elettorale per scegliere il successore di Obama, il candidato alla presidenza Donald Trump dapprima esprime il proprio cordoglio per i fatti di Parigi («My prayers are with the victims and hostages in the horrible Paris attacks. May God be with you all», anche in questo caso attingendo al già menzionato “dizionario delle frasi fatte e dei luoghi comuni”), quindi sferra un violento attacco all’amministrazione Obama, invocando un cambiamento («President Obama said “ISIL continues to shrink” in an interview just hours before the horrible attack in Paris. He is just so bad! CHANGE»).

Dice e non dice, invece, l’ex presidente Nicolas Sarkozy che, da francese prima ancora che da leader dell’opposizione, pronuncia un discorso molto “istituzionale” («Face aux attaques terroristes d’une gravité exceptionnelle, mes premières pensées vont aux victimes de ces actes de barbarie, à leurs familles, à leurs proches et aux forces de sécurité qui font preuve d’un courage exemplaire»), seppur non scevro dal desiderio di spiegare al proprio elettorato perché il suo partito ha avallato le scelte del presidente Hollande («Dans ces circonstances tragiques, la solidarité de tous les Français s’impose. C’est dans cet esprit que je soutiens la décision prise ce soir de décréter l’état d’urgence et la fermeture des frontières. Les terroristes ont déclaré la guerre à la France. Notre réponse doit exprimer une fermeté et une détermination de chaque instant»).

Venendo all’Italia, qui le reazioni politiche sono state assai diverse, soprattutto sul fronte delle opposizioni. Il Movimento 5 Stelle mantiene infatti un bassissimo profilo, esprimendo il proprio cordoglio e una condanna per i fatti di Parigi («Quanto accaduto a #Parigi è scioccante. Un attacco terribile, che deploriamo con fermezza. Il #M5S è vicino alle famiglie delle vittime»); lo stesso Grillo, sul proprio blog, si limita a postare l’immagine con il simbolo della pace.

Per contro, l’opposizione di centro-destra utilizza la strage come punto di partenza per un violento attacco contro le istituzioni italiane ed europee, nonché come spunto per aggressive digressioni sui temi dell’immigrazione e della sicurezza.

Riscontriamo questa tendenza in primo luogo su Twitter, dove una fortissima violenza verbale caratterizza nei tweet di Giovanni Toti («Il #terrorismo si sconfigge a casa sua. Intervenire contro l’#ISIS e schierarsi al fianco di #Israele»), Maurizio Gasparri («Quanti imbecilli pronti a far radere al suolo tutto l’Occidente #sterminareIsis»), Daniela Santanchè («Non basta piangere Parigi. Adesso li mandiamo a casa tutti e chiudiamo le frontiere»), Giorgia Meloni («Sono a #Parigi, testimone d’un attacco barbaro a nostra #civiltà. Siamo tutti in guerra contro fanatismo islamico»), Matteo Salvini («Una preghiera per morti innocenti di #Parigi. Subito chiusura frontiere e controlli a tappeto su realtà islamiche. Subito attacchi in Siria e in Libia: i tagliagole e i terroristi ISLAMICI vanno eliminati con la forza! #Paris #Parigi #Parigisottoattacco»).

Stesse finalità, ma toni diversi, nelle parole di Silvio Berlusconi. L’ex cavaliere esordisce infatti esprimendo il proprio cordoglio («gli attentati di Parigi rappresentano tutto il contrario di tutto ciò che noi consideriamo civiltà»), ma subito si affretta a puntare il dito contro l’Europa e le sue politiche («c’è una carenza di leadership nel mondo occidentale che è preoccupante e drammaticamente evidente. Siamo nelle mani, purtroppo, di incompetenti e incapaci. Abbiamo chiesto il controllo delle frontiere e non hanno capito che si dovevano ri-applicare i controlli sospendendo Schengen»); infine, lancia un assist all’amico storico Vladimir Putin («sono mesi e mesi che il presidente Putin sollecita l’attivazione di una coalizione con l’Unione Europea, [che] intervenga militarmente sotto l’egida dell’Onu per estirpare il cancro dell’Isis alla radice»).

Un quarto livello di banalità emerge infine nella reazione dell’unico leader che fin qui non abbiamo volutamente menzionato: François Hollande. Ora, come appare evidente, le parole del presidente francese non possono essere messe sullo stesso piano di quelle dei suoi “colleghi”, poiché esse provengono dal presidente del Paese colpito dall’attentato e, come tali, devono necessariamente fungere da collante per una nazione profondamente ferita per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Proprio per questi motivi, è dunque per molti versi logico che esse attingano a quella retorica che normalmente viene utilizzata nelle situazioni di maggiore crisi. A conferma di ciò, Hollande parla infatti di una “Francia ferita“, ma anche “determinata e unita” («Les terroristes capables de telles atrocités doivent savoir qu’il auront face à eux une France déterminée et unie»), in cui ciascuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità («Nous devons faire preuve d’unité et de sang froid. Nous devons appeler chacun à la responsabilité»). A conclusione del suo discorso, il presidente rivendica a gran voce e con orgoglio la capacità del popolo francese e dell’intera nazione di rialzarsi («Face à l’effroi il y a une Nation qui sait se défendre et qui saura faire face»). Dove sta allora la banalità, nelle parole del presidente francese? Nel fatto che egli richiami la grandeur francese? No. A nostro avviso sta molto più semplicemente nel fatto che la strage di Parigi arriva appena 10 mesi dopo l’attentato alla redazione di «Charlie Hebdo» e dunque le parole usate oggi da Hollande sono drammaticamente simili a quelle già usate all’inizio del 2015. E, si sa, in questi casi non sempre repetita iuvant.

Passando dalla descrizione all’analisi delle citate dichiarazioni, viene spontaneo chiedersi perché mai importanti leader politici e istituzionali, nazionali e internazionali, abbiano ritenuto di doversi esprimere sui fatti di Parigi, e di farlo rifugiandosi in una sostanziale banalità. A nostro avviso, la risposta a questa domanda è assai semplice, ma non per questo meno complessa o significativa: nell’impossibilità di dire cosa sta accadendo realmente o cosa si intende fare per risolvere il problema (perché si tratta di dichiarazioni che vengono rese pubbliche quando l’attacco terroristico è ancora in corso, o poche ore dopo la sua conclusione, e di conseguenza esse possono ancor meno scendere nel dettaglio di azioni di sicurezza internazionale), ma nella necessità di dover dire qualcosa (perché tempi e modi di una comunicazione politica sempre più mediatizzata lo impongono), si finisce per rifugiarsi nella banalità, che sia la banalità dell’astrazione (parlo di “umanità” in senso lato, così tutti non possiamo non sentirci coinvolti) o la banalità del “noi ci siamo” (anche se non dico per fare cosa, se non per pregare), la banalità del “noi sappiamo cosa fare, voi no” o la banalità del “già detto”. Con la differenza che, se a invocare la preghiera è papa Francesco, questo ha un senso (anzi, ha molto senso), se a invocarla sono Obama, Renzi o Cameron di senso se ne intravede molto di meno.