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Attacco terroristico in Somalia: le minacce alla pace nel Corno d’Africa

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La mattina di sabato 29 ottobre 2022 nel centro di Mogadiscio – capitale somala di poco più di due milioni di abitanti sita nella regione costiera del Benadir – un doppio attentato terroristico ha causato la morte di oltre 100 persone, ferendone altre 300. Le dichiarazioni del presidente Hassan Sheikh Mohamud (1955-), islamista moderato legato alla sezione somala della fratellanza musulmana, in visita sul luogo dell’attacco, rivelano un bilancio più drammatico delle prime stime che riguardavano nove morti e un imprecisato numero di feriti.

Prima di qualunque rivendicazione ufficiale della feroce azione terroristica, le autorità somale hanno puntato il dito contro il gruppo terroristico Al Shabaab, i giovani, che da anni insanguina la Somalia e il Corno d’Africa. Secondo le ricostruzioni delle autorità, ad un incrocio nei pressi del Ministero dell’istruzione, obiettivo di ripiego rispetto al fallito tentativo di avvicinare i leader, due auto cariche di esplosivo sono state fatte esplodere a distanza l’una dall’altra in modo da colpire anche i soccorritori. La polizia ha dichiarato che obiettivi dell’attacco erano il presidente Hassan Sheikh Mohamud, il primo ministro Hamza Abdi Barre, 48 anni e stretto collaboratore del presidente Mohamud, e i capi dei cinque stati federali somali che proprio in quel momento, a poco più di un chilometro di distanza, si trovavano al Jazeera Palace Hotel con lo scopo di discutere gli interventi contro la minaccia terroristica di matrice jihadista. L’ennesimo atto di violenza da parte di un gruppo che da oltre dieci anni compie attacchi terroristici con il preciso obiettivo di rovesciare il fragile governo somalo. Solo nell’ultimo anno, decine sono stati gli attentati con obiettivi governativi o internazionali, molti dei quali a Mogadiscio e condotti con modalità simili.

Le cause delle minacce alla pace in Somalia

Per tentare di contestualizzare la presenza e l’incessante azione del gruppo jihadista degli Al Shabaab è necessario considerare alcuni eventi della recente storia somala. Il vuoto di potere lasciato dalla fine del regime tirannico del generale Mohamed Siad Barre (1919-1995) nel 1991 ha aperto la lunga stagione d’instabilità politica, esacerbando le tensioni interne e gettando il paese nel caos. La Somalia precipita in una profonda crisi umanitaria che spingerà all’intervento USA e ONU nel 1992. Nel contesto della missione “Restore Hope” la battaglia di Mogadiscio del 3-4 ottobre 1993 è uno scontro di vaste proporzioni per intensità e per numero di vittime. La missione si rivela presto un fallimento e i contingenti internazionali si ritirano, sconfitti dopo pochi anni dall’avvio dell’operazione abbandonando un paese ormai agonizzante, distrutto da povertà e violenza. La Somalia viene definita uno “stato fallito”, priva di un governo centrale stabile e di controllo delle acque territoriali, le cui diverse aree sono gestite da gruppi settari e da milizie che combattono fra di loro, minacciando una popolazione civile già stremata. Afflitta da carestie e siccità, la ricchezza della Somalia si concentra da sempre sulle coste dell’oceano Indiano. I litorali vengono inquinati da rifiuti tossici scaricati nell’impunità da molte navi internazionali che distruggono una delle più ricche biodiversità del mondo. Nella seconda metà degli anni ‘90, emergono le prime organizzazioni politicamente e militarmente strutturate dell’Islam politico, sostenute da finanziamenti dell’Arabia Saudita. La tradizione dell’Islam sufi somalo è sempre più schiacciata dalla crescente influenza dei movimenti islamisti di tradizione più radicale. Tra i gruppi più rilevanti, Al Ittihad Al Islami, ufficialmente operativa a partire dal 1983, organizzazione militante salafita-wahhabita somala che riunisce diversi movimenti islamici dalla dislocazione della Jamaaca al Islaamiyah, presente per lo più nel sud del paese. Agli inizi degli anni 2000 la linea strategica intrapresa dalla vecchia guardia del Al Ittihad Al Islami prevedeva il rafforzamento del fronte politico, abbandonando i tentativi armati di istituzione dello stato islamico. L’approccio fu giudicato troppo moderato dalle nuove leve, già scontente dell’avvicinamento con il governo nazionale di transizione. Il risultato è stata la secessione interna all’organizzazione Al Ittihad Al Islami degli Al Shabaab che all’inizio del 2006 si riorganizzano come ala militare dell’Unione delle Corti Islamiche. La pirateria nel Corno d’Africa è il risultato di azioni inizialmente ritenute “patriottiche” per attirare l’attenzione internazionale sulla crisi somala causata dalla fine della pesca, principale risorsa economica, lungo i litorali inquinati da rifiuti tossici. La pirateria da difensiva diviene presto predatoria e raggiunge il suo picco dal 2000 al 2011-12 per poi diminuire ma non scomparire come minaccia alla sicurezza e alla pace nell’area strategica all’imbocco del Mar Rosso.

I gruppi terroristici

Seppure eccezionalmente intricata e complessa, la storia che ha portato agli atti violenti degli Al Shabaab parte dalla definizione di due contrapposizioni: quelle dei signori della guerra poi riuniti, seppur parzialmente e insieme ad altri gruppi, alcuni dei quali d’appartenenza musulmana, nei governi di transizione somali e i gruppi a mobilitazione islamica, raggruppatesi nell’Unione delle Corti Islamiche (UCI), l’organizzazione politico-legale che raggruppava undici corti islamiche di Mogadiscio. L’unione era nata dopo l’attacco da parte dei signori della guerra all’inizio del 2006 e con l’appoggio della popolazione locale e delle nuove unità militari, li scacciò dalla capitale, assumendo il controllo dopo quasi vent’anni di vuoto istituzionale. Riportato l’ordine e riaperti porto ed aeroporto ormai chiusi dal 1991, l’Unione estende la sua area di controllo alla parte meridionale del paese, pur senza giungere a Baidoa, eletta a sede del governo federale di transizione. L’imposizione della sharia, funzionale alla creazione dello stato islamico, si rivelò presto impossibile a causa della realtà clanica del contesto somalo e dell’appoggio internazionale e regionale africano al governo di transizione. L’Unione decise di abdicare al potere religioso, mantenendo il controllo politico, ma la decisione causò lo scontento di alcune fazioni, tra cui le unità militari degli Al Shabaab. Successivamente, l’intervento etiope del dicembre 2006 a supporto del governo federale di transizione somalo, cacciò le forze dell’Unione da Mogadiscio, respingendole verso sud. In questo contesto, sotto la guida del comandante degli Al Shabaab Aden Hashi Ayro, ucciso durante un attacco aereo americano nel 2008, l’unità Al Shabaab abbandona l’alleanza con l’Unione con la promessa di portare avanti il progetto dello stato islamico, seppur in forma e con mezzi più radicali. In questa prima fase, nel tentativo di reinsediarsi a Mogadiscio, l’organizzazione istituisce una massiccia campagna di propaganda nazionalista attraverso l’uso di canali di comunicazione internet e dei propri media, come radio Al Andalus: l’impiego propagandistico della debolezza dimostrata dall’Unione ha consentito al gruppo militante di promuoversi come l’unica vera opzione per la resistenza contro le forze etiopi e americane. Nel 2012 la visibilità aumenta grazie alla risonanza internazionale e all’accesso ai canali di comunicazione di Al Qaeda. Durante i due anni dell’occupazione etiope (2006-2008), l’organizzazione, le cui file ormai contano migliaia di militari somali e stranieri si espande e si ridefinisce, dandosi una precisa struttura organizzativa basata su quattro organi di governo: la shura, ovvero il parlamento composto da 50 membri, un organo di arruolamento e propaganda ovvero Al Da’wa, Al Hesbah, la polizia religiosa e Al Usra, l’apparato militare. In questo modo la forza jihadista riprende il controllo delle città di Merca, Chisimaio e Baidoa, insieme a parte di Mogadiscio, istituendo un sistema amministrativo nelle aree occupate e applicando una strategia di guerriglia nei territori sotto il controllo del governo somalo. La crescente preoccupazione globale porta nel 2007 ad una nuova missione internazionale di sicurezza, questa volta sotto l’egida dell’Unione Africana, l’African Union Mission. Nel 2012, dopo cinque anni di stallo tra vittorie e sconfitte, l’ampliamento della missione realizza una contro-offensiva senza precedenti, arginando, senza sconfiggere, gli Al Shabaab. Espulsi dalla capitale dall’esercito dell’Unione Africana, le unità armate si sono ritirate nelle aree rurali, ancora oggi sotto il loro controllo, ricorrendo esclusivamente alla strategia del terrore, estesa oltre i confini del territorio somalo, in particolare in Etiopia e in Kenya, sancita dall’ufficializzazione del legame con Al Qaeda lo stesso anno. Oggi il movimento è ampio e trasversale, aperto a diversi gruppi di clan somali, oltre alle forze transnazionali dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dal Sudan.  L’ingresso di combattenti stranieri, inoltre, ha anche rafforzato Al Shabaab nelle campagne jihadiste regionali e globali, ampliandone le strategie, come l’introduzione di attacchi suicidi. Nel 2013, il primo obiettivo ufficiale è il centro commerciale West Gate di Nairobi, provocando 60 morti e 200 feriti. Gli attacchi successivi sono sempre più efferati: la strage nel campus universitario di Garissa in Kenya che ha contato 150 vittime il 14 ottobre 2017 fino al massacro a Mogadiscio del 30 ottobre 2022 e le centinaia di vittime. Il presidente Mohamud ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per soccorrere i feriti con elicotteri attrezzati e ha chiuso le scuole per consentire donazioni di sangue. La milizia di Al Shabaab è oggi uno dei più grandi gruppi terroristici operativi nel continente africano, dalla complessa organizzazione e dai diversi volti, che fatica ad essere compresa e affrontata dalle tradizionali strategie antiterrorismo. Le azioni di forza non sono efficaci perché non affrontano le radici della formazione e, soprattutto, dell’ampliamento di questi gruppi continuamente in grado di riorganizzarsi e di reclutare militanti e risorse. Non da ultimo, il solo intervento militare non è in grado di sconfiggere l’ideologia trasformista dietro agli estremismi di questa matrice. “Dio converta il cuore dei violenti” ha affermato Papa Francesco pregando per le vittime dei plurimi attentati nel mondo.

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