Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.

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L’evento

Per la precisione, i due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. Con una dichiarazione del portavoce dei ribelli, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco, anche nei giorni successivi, attribuendone la ratio ad una strategia difensiva in risposta agli strike sauditi nello Yemen.

In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Si è andato via via affermando, quindi, l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro gli impianti sauditi, nonostante i principali esponenti di Teheran abbiano negato sin dal primo momento questa eventualità.

Il pregresso

I mesi precedenti all’attacco si erano caratterizzati da una serie di alti e bassi tra l’Iran e gli Stati Uniti: ad un punto di scontro molto alto, avvenuto con il sequestro della petroliera britannica nel Golfo Persico il 19 luglio, che aveva comportato il reale rischio di un attacco militare convenzionale contro l’Iran, si era passati nelle scorse settimane ad un ammorbidimento dei toni da ambo i lati. Un tentativo diplomatico di mediare tale che alcune fonti riportavano imminente (anche se smentito dalle parti in causa) un incontro tra Rouhani e Trump, che sarebbe potuto avvenire a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU prevista nei prossimi giorni.

Dopo l’attacco

Sin da subito alti funzionari americani hanno lasciato trapelare il dubbio relativo ai mezzi usarti nell’attacco: le prime informazioni dai media arabi parlavano, infatti, di uno strike degli Houthi tramite l’utilizzo di droni, mentre da Washington si è chiarito come l’attacco si fosse svolto tramite l’utilizzo anche di cruise.
Per la precisione 18 droni contro l’impianto di Abqaiq, e 7 cruise, di cui 4 che hanno raggiunto l’obiettivo a Khurais.

Anche la base di partenza dell’attacco, secondo l’intelligence statunitense, sarebbe stata utile a smentire l’ipotesi Houthi, in quanto inquadrata in un’area a nord dell’Arabia Saudita: Iran o Iraq, quindi, con il secondo paese immediatamente tirato fuori dal tavolo delle opzioni direttamente da Mike Pompeo in una dichiarazione pubblica.
Nonostante la convinzione del coinvolgimento iraniano, le prime dichiarazioni di Trump sono state attendiste, e hanno rimandato la decisione sul da farsi all’alleato saudita. Da Riad, tramite una conferenza stampa a seguito di una prima inchiesta, diversi funzionari hanno mostrato alcuni resti di missili coinvolti nell’attacco, e hanno parlato di un “attacco sponsorizzato dall’Iran”, senza accusare direttamente Teheran.
Dall’Iran hanno continuato a smentire, e il ministro degli esteri Zarif ha accusato il cosiddetto “B-Team” (Israele, Arabia Saudita ed Emirati) di voler trascinare Trump in una guerra contro l’Iran per i loro interessi. Ha inoltre dichiarato, riprendendo l’esempio dello Yemen, che un conflitto diretto contro Teheran sarebbe una follia, con la Repubblica Islamica pronta a combattere una “guerra totale” contro i suoi nemici.

Gli scenari

La linea di Washington in politica estera, dopo l’allontanamento di Bolton, sembra essere sempre più una “linea Trump”: nessuna volontà di andare a uno scontro diretto, e di impegnarsi militarmente in uno scenario instabile come quello mediorientale.
Delle risposte ci saranno, questo sembra inevitabile, ma saranno su un piano indiretto: un inasprimento delle sanzioni economiche (già annunciato dall’inquilino della Casa Bianca su Twitter), e probabilmente saranno colpiti asset strategici iraniani in Libano o in Iraq.
La capacità di proiezione iraniana nella regione, tramite il proprio sistema missilistico e l’uso di milizie dislocate nei vari paesi, non è sottovalutata dalle parti di Washington, consapevole che un conflitto aperto con l’Iran sarebbe tutt’altro che semplice e avrebbe ripercussioni nell’intera area mediorientale. Difficile credere che, in vista delle prossime elezioni presidenziali, Trump avalli una decisione così drastica: più probabile una riposta simbolica, come quella vista nell’aprile del 2018 con il lancio di cruise in Siria, dopo i presunti attacchi chimici perpetrati dall’esercito siriano.
Anche l’Arabia Saudita, al momento, non sembra intenzionata ad entrare in un conflitto diretto con Teheran, che non solo potrebbe essere inconveniente per la nuova immagine che MBS vuole fornire a Riad, ma sarebbe soprattutto disastroso dal punto di vista militare, come dimostrano le tante guerre per procura a bassa intensità che i due paesi già combattono nella regione.
C’è motivo di credere, quindi, che l’episodio delle raffinerie non sia ancora decisivo per innescare una guerra totale in Medio Oriente, ma vada interpretato nell’insieme delle azioni che gli attori regionali compiono per salvaguardare i propri interessi e per accrescere la propria posizione di forza nella gerarchia dell’area. L’episodio, inoltre, va inserito in una partita che supera i confini della regione mediorientale, dove i nuovi Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di assumere il ruolo di gendarme, ma quello di superpotenza che bada ai propri interessi reali.