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Asset russi in Occidente: ostacoli e implicazioni di una confisca

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Uno degli effetti più significativi della globalizzazione è stato quello di accentuare come non mai l’interdipendenza economica tra gli Stati. Tale interdipendenza, se efficacemente strumentalizzata, rappresenta una risorsa coercitiva molto importante per fare leva sull’avversario. Ad ogni modo, come ogni arma a doppio taglio essa non è spesso priva di ripercussioni per chi la esercita. Questa breve analisi esplora il tema declinandolo nell’attuale dibattito circa l’immobilizzazione e la eventuale confisca di asset russi in Occidente, le problematicità che ne ostacolano la realizzazione e le potenziali implicazioni per il sistema finanziario internazionale.

La posta in gioco tra vincoli e opportunità

Dall’annessione russa della Crimea nel 2014, e più vigorosamente dopo l’invasione ai danni dell’Ucraina nel febbraio del 2022, numerosi Paesi hanno adottato sanzioni economiche nei confronti della Federazione Russa. Non solo limiti all’esportazione e/o importazione di specifici prodotti e/o settori, ma anche sanzioni mirate, con limitazioni alla libertà di movimento e di ingresso di specifici individui, così come il congelamento di beni e proprietà di soggetti economici, giuridici e finanziari. Tuttavia, a far pesare ancor di più il piatto nel dibattito attuale vi sono oltre 300 miliardi di dollari detenuti dalla Banca Centrale della Federazione Russa che sono in stato di fermo tra Unione Europea (207 miliardi), Nord America (85 miliardi), Regno Unito (37 miliardi), e Giappone (36 miliardi) (Fabrichnaya & Faulconbridge, 2023). Tale cifra rappresenta all’incirca il 55% delle riserve di cambio estere della Banca di Russia, una somma tale da coprire per quasi tre quarti il fabbisogno economico di ricostruzione in Ucraina, che la Banca Mondiale (2023) ha stimato essere pari a 411 miliardi di dollari. Proprio per questo motivo, a quasi due anni dall’inizio della guerra, una valutazione da parte dello stesso G7 è attualmente in corso per sondarne la confisca. La proposta, avanzata da Washington e sostenuta da Londra, Ottawa, e Tokyo, sarebbe quella di espropriare ed utilizzare le risorse che ancora legalmente sono di proprietà della Banca di Russia per dare nuovo sostegno all’Ucraina, che vede un rallentamento dell’avanzamento dei piani di aiuto nei principali organi legislativi e decisionali occidentali (Politi & Tamma, 2023). Italia, Francia e Germania hanno manifestato invece il desiderio di procedere con cautela, stressando l’importanza di una valutazione della fattibilità tecnica e legale. L’Unione Europea, nel cui territorio su cui si trovano più di due terzi delle riserve estere della banca centrale russa, sarebbe infatti la principale destinataria di eventuali ritorsioni.

Una materia complessa

Il congelamento di beni di proprietà di un bersaglio ha assunto sempre più rilevanza come parte della politica estera internazionale come effetto indiretto della crescente globalizzazione. In pratica, il sanzionatore distrugge il valore economico immediato del bene di proprietà del sanzionato, sia esso mobiliare o immobiliare, negandone qualunque accesso, e proprio come in una presa d’ostaggio, ne promette la liberazione (o smobilizzo) in cambio di concessioni. Un caso molto interessante emerge durante la crisi USA-Iran del 1979, in cui dopo 10 giorni dalla presa dell’ambasciata statunitense a Teheran l’allora presidente Carter dispose il congelamento di beni e proprietà iraniane per 14 miliardi di dollari (oltre 50 in dollari attuali), comprendendo istituti finanziari americani al di fuori degli Stati Uniti. Due anni dopo l’evento, gli asset iraniani vennero scongelati come parte dell’accordo per il rilascio degli ostaggi, dimostrando come tale misura abbia influito positivamente nella risoluzione della crisi (Alerassool, 1993).

Il punto dirimente e controverso nel dibattito sugli asset russi emerge non sulla già avvenuta immobilizzazione degli stessi, bensì sull’effettiva possibilità di una confisca permanente. In questo caso, un precedente importante è riconducibile a quando nel 2003 l’amministrazione Bush dispose la confisca di 1,7 miliardi di dollari in asset iracheni poco dopo l’avvio dell’invasione dell’Iraq, in seguito utilizzati per la ricostruzione successiva alla risoluzione del conflitto (Ordine Esecutivo 13290, 2003).  Nel caso degli asset di soggetti affiliati al Cremlino (si pensi ad esempio agli oligarchi), tuttavia, le confische rischierebbero – se non opportunamente motivate, di collidere col rispetto dei diritti di godimento di proprietà facenti parte della cornice dei diritti umani, mentre ancor più difficile è la confisca di asset di diretta proprietà di uno Stato estero, che sono protetti in questo caso dall’immunità garantita dal diritto internazionale (Chernohorenko, 2023; Moiseienko, 2023). Nel caso relativo alla Seconda Guerra del Golfo, la fattibilità legale risiedeva nel fatto che la legge americana consente la confisca di asset di Stati esteri quando in presenza di uno stato di conflitto armato tra gli Stati Uniti ed il Paese sanzionato (Stephan, 2022). Tuttavia, tale tesi sarebbe più difficilmente sostenibile nel caso dell’aggressione russa, che almeno formalmente non è impegnata in un conflitto diretto con i Paesi occidentali. In UE, per aggirare il problema la Commissione Europea sta considerando più opzioni, tra cui ad esempio quella di non utilizzare l’intera somma detenuta dalla Banca Centrale Russa, ma di limitarsi ai soli profitti dati dai titoli che vengono a maturazione. Soluzione, questa, che porterebbe risorse molto inferiori (si stimano 4 miliardi di euro l’anno) in cambio di una più facile implementazione legale senza effetti retroattivi (Brozozowski, 2024; Tamma, 2024).

Potenziali implicazioni economiche e strategiche

Una delle più intuitive conseguenze di una confisca da parte dei Paesi occidentali sarebbe una ritorsione russa. Il Cremlino ha infatti fatto sapere di avere pronta una lista di asset occidentali da aggredire a tal fine. Ad ogni modo, gli investimenti in Russia e riserve in rublo differiscono significativamente da Paese a Paese, e ad essere particolarmente esposta è proprio la riluttante Unione Europea. Più che a livello di riserve delle varie banche centrali dei singoli Stati o della stessa BCE, una forte vulnerabilità risiede negli investimenti europei su suolo russo. Stando a fonti russe, su 288 miliardi di dollari la quota di asset degli Stati europei vale oltre 220 miliardi, ossia più del 75% (Reuters, 2024 ). 

Inoltre, a preoccupare Bruxelles sarebbero anche le possibili conseguenze che una confisca così audace economicamente e legalmente avrebbe sulla stabilità dell’euro (The Economist, 2023). Dando vita ad un importante precedente reputazionale, l’esproprio degli asset russi rischierebbe infatti di spingere molte banche centrali di vari Paesi stranieri a ridurre le loro riserve in euro come misura cautelare, indebolendo così la valuta dell’eurozona. È in parte un meccanismo già avviato non solo dalla Russia stessa (Fig.1), ma anche da paesi come Turchia, Venezuela o Cina, che da qualche anno stanno cercando di ridurre la loro esposizione alle valute occidentali (il dollaro in particolare), anche e soprattutto in risposta a sanzioni americane (McDowell, 2020; Mulder, 2023).

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Figura 1 – Composizione delle riserve russe e sanzioni americane (2012-2019). Fonte: McDowell, 2020.

Ad ogni modo, dollaro ed euro rimangono ad oggi le valute più gradite e scambiate a livello internazionale. I dati del Fondo Monetario Internazionale (2023) mostrano infatti che a livello mondiale le loro quote sommate corrispondono a quasi l’80% delle riserve totali. Difficile dunque pensare ad un radicale ed improvviso rovesciamento di tale status quo, che è lontano dal vedere uno sconvolgimento, almeno nell’immediato.

In conclusione, la questione delle sanzioni economiche e il dibattito sulla possibile confisca degli asset russi rappresenta un nodo intricato e controverso che suscita tensioni tra le potenze occidentali. Mentre alcune nazioni propendono per una confisca finalizzata a bypassare gli scogli politici che frenano il sostegno all’Ucraina, altri esitano, preoccupati per le implicazioni legali e il potenziale impatto sull’equilibrio internazionale. Una possibile ritorsione russa e il rischio di ulteriore allontanamento dalle valute occidentali aggiungono preoccupazione al quadro finanziario internazionale, che fino ad ora ha visto nel dollaro e nell’euro i suoi due indiscussi pilastri portanti.

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