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Il trattato del Quirinale, a chi conviene e cosa cambia in Europa con l’asse tra Italia e Francia

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Il viaggio di Macron a Roma ha suggellato l’intesa con Parigi. I rapporti tra i due Paesi sono in una delle fasi migliori da anni e ora gli equilibri all’interno dell’Unione europea potrebbero cambiare.

La firma è arrivata. L’asse tra Italia e Francia è stato ufficialmente siglato il 26 novembre al Quirinale da Mario Draghi ed Emmanuel Macron. Un Trattato per formalizzare la stretta cooperazione tra i due Paesi su determinati dossier. Secondo quanto trapelato è un testo di una sessantina di pagine, diviso tra premesse, obiettivi e programmi di lavoro. I temi affrontati sono molteplici: Difesa, Esteri, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e Pubblica amministrazione. 

Per rintracciare l’ideazione del Trattato del Quirinale bisogna risalire al settembre del 2017, quando lo stesso Macron, con l’allora presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, lanciarono il progetto. In poco più di quattro anni, le relazioni tra Roma e Parigi hanno avuto più bassi che alti, soprattutto a causa dell’avvento nel 2018 del governo gialloverde di Giuseppe Conte. L’incontro di Luigi Di Maio, a quel tempo vicepremier, con gli esponenti dei Gilet Gialli diventò un caso diplomatico, tanto che Macron richiamò l’ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Nello stesso periodo ci furono contrasti con il ministro dell’Interno Matteo Salvini per la gestione dei flussi migratori. Successivamente, con il cambio di governo in Italia, i rapporti si stabilizzarono e si ricominciò a lavorare a ritmi serrati al Trattato. Non aiutarono nel processo alcuni importanti ostacoli, come la fallita acquisizione dei cantieri navali di Saint Nazaire da parte di Fincantieri, saltata definitivamente nel gennaio del 2021 dopo un’estenuante trattativa. O la guerra in Libia, che ha visto gli interessi contrapposti di Italia e Francia.

Proprio gli esteri e l’industria sono tra i temi centrali dell’accordo. In campo internazionale l’asse italo-francese ha vacillato su Tripoli, ma ha trovato una certa convergenza negli ultimi mesi sull’approccio verso la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Le ostilità tra il presidente turco e francese sono note, così come le motivazioni, legate principalmente alla volontà di Erdogan di ergersi a leader del mondo musulmano, al contrasto del radicalismo islamico in patria di Macron e alle partite nel mar Mediterraneo orientale. L’appellativo “dittatore” dato di recente da Draghi al presidente turco ha evidenziato l’atteggiamento italiano nei confronti di Ankara, pur sottolineando l’importanza dei rapporti commerciali con Roma. 

In campo industriale la situazione è peculiare. I tentativi più o meno riusciti dei due Paesi di acquisire asset industriali e strategici negli ultimi anni sono stati diversi – “coronati” dalla fusione di Fiat Chrysler Automobiles con Psa, e la nascita di Stellantis. Anche in questi giorni regna la questione dell’opa del fondo americano Kkr per Tim, e un ruolo decisivo lo ha la francese Vivendi. Le tensioni sugli investimenti di rilievo, quindi, non sono mai mancate, anche perché in più di un’occasione la Francia ha tenuto a ribadire il suo superiore peso specifico sulla materia. Non è un caso che Parigi (al 2019) sia il principale investitore straniero in Italia.

I timori di cosa possa significare la firma del Trattato del Quirinale per l’Italia, si sono manifestati nelle ultime ore, sia nel panorama politico che mediatico. Interessanti, a riguardo, le corpose dichiarazioni diffuse dall’Eliseo martedì 23 novembre: “Quanto si è letto sulla stampa italiana secondo cui questo Trattato andrebbe a rafforzare l’atteggiamento predatorio della Francia sull’economia italiana è completamente falso.” Come se non bastasse le fonti francesi hanno aggiunto: “Quello che vorremmo creare non è del timore, ma una vera cooperazione reciprocamente vantaggiosa”, parlando inoltre di “complementarità economica” tra i due Paesi. L’affidabilità e la veridicità di tali affermazioni, più simili a frasi di circostanza, devono essere prese evidentemente con le dovute precauzioni. Tuttavia, che ci siano vantaggi sia per Roma che per Parigi è assodato. 

Se è vero che non bisogna necessariamente legare il tempismo di questo Trattato all’addio di Angela Merkel alla cancelleria tedesca, non si può negare la volontà esistente di Francia e Italia di assumere un ruolo maggiore all’interno dell’Unione europea. Senza particolari timori di smentita, rappresenta anche un segnale che i due Paesi, in primis la Francia, vogliono mandare alla Germania e al resto del continente. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel ricevere Macron giovedì, è stato netto: “Un rapporto più forte tra Italia e Francia contribuisce a costruire un’Ue più forte”. “La rafforzata cooperazione – ha continuato il PdR italiano – deve avere l’obiettivo di portare all’interno dell’Ue la necessaria ambizione”. 

L’importanza dell’intesa è dimostrata anche da come e quanto si è mosso il governo parigino. Macron nel viaggio a Roma, è stato accompagnato dai ministri degli Esteri, dell’Economia, della Difesa, dell’Interno e dal segretario di Stato agli affari europei. 

Quello del Quirinale, è un accordo di eguale portata rispetto al Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania, siglato il 22 gennaio del 2019 sulla scia del Trattato dell’Eliseo del 1963, che palesava quell’asse franco-tedesco consolidato con l’obiettivo di trainare l’Ue. Da quel giorno la situazione però è mutata, anche a causa della pandemia da Covid-19. L’economia e la sanità di Parigi, così come di Roma, sono state colpite pesantemente dagli effetti del virus ed entrambi gli Stati hanno tutta la necessità di assumere un maggior potere per contenere le possibili volontà della Germania in primis, così come di altri Paesi nordeuropei, riguardo politiche severe e austere.

Ora spetta al Parlamento italiano ratificare l’accordo, che come ogni trattato internazionale, per Costituzione, deve passare al vaglio delle camere. Si sono alzate, soprattutto in Italia, diverse voci scettiche o contrarie, in particolare da Fratelli d’Italia e da alcuni esponenti della Lega che hanno contestato al governo di Draghi il fatto di non aver coinvolto il ramo legislativo nel processo di redazione e decisione. Nonostante ciò, non è in dubbio l’andata in porto dell’accordo.

Luca Sebastiani

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