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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoAsia centrale e la dissoluzione dell’URSS

Asia centrale e la dissoluzione dell’URSS

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Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del suo sistema economico nel 1991, la transizione economica in Asia centrale è iniziata con ritardo e da allora è progredita lentamente. Una ragione del ritardo è stata la continuazione dell’area del rublo nel 1992 e 1993. Questo ha portato a un’inflazione molto alta in tutto lo spazio post-sovietico, compresa l’Asia centrale.

Il Kirghizistan fu il primo a introdurre la propria moneta nel maggio 1993, seguito da Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan (a maggio 1995). Di conseguenza, la stabilizzazione macroeconomica e le riforme orientate al mercato in Kirghizistan e Kazakistan iniziarono solo nel 1994.  In Tagikistan, sono iniziate qualche anno più tardi, dopo la fine della sua guerra civile. Il Turkmenistan e l’Uzbekistan hanno resistito molto più a lungo alla trasformazione del mercato. I settori finanziari di Turkmenistan e Uzbekistan rimangono altamente repressi. Il carattere largamente autoritario dei sistemi politici è la causa principale della loro debole governance, e della loro carenza di diritti di proprietà e di stato di diritto.

Kazakistan e Turkmenistan beneficiano, inoltre, del commercio come via di transito tra la Cina, l’Europa e l’Iran. Nel 2015, quando le sanzioni all’Iran sono state revocate, il primo treno dalla Cina è arrivato a Teheran dopo aver viaggiato attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan, impiegando due settimane invece di un mese per le merci inviate via mare. La lista dei principali partner commerciali dell’Asia centrale riflette la geopolitica della regione, così come gli accordi economici stipulati. Solo tre paesi su cinque appartengono all’Organizzazione Mondiale del Commercio: Kirghizistan (dal 1998), Tagikistan (dal 2013) e Kazakistan (dal 2015). L’importanza della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), l’organizzazione creata dalle ex repubbliche sovietiche alla fine del 1991 per mantenere il libero scambio e la circolazione senza visti delle persone, è diminuita nel tempo, con la defezione del Turkmenistan. L’Unione Economica Eurasiatica (UEE) guidata dalla Russia, che intende creare un mercato unico, coinvolge il Kazakistan e il Kirghizistan. Tuttavia, recentemente, l’UEE è stata influenzata negativamente dalle tensioni geopolitiche legate al conflitto Russia-Ucraina, come le sanzioni occidentali imposte alla Russia. Nel complesso, l’adesione all’OMC e all’UEE ha aiutato i paesi dell’Asia centrale a modernizzarsi, migliorando nei campi dell’amministrazione doganale e riducendo le barriere al commercio e agli investimenti. 

I processi di democratizzazione

La democratizzazione in Asia Centrale dopo la caduta dell’Unione sovietica è stata complessa e non omogenea tra i cinque stati centrasiatici. Il Kirghizistan è classificato come il paese più democratico della regione, mentre il Turkmenistan in più autoritario. In generale, le transizioni ed i passaggi di potere in Asia centrale sono risultati piuttosto problematici. 

Nel dicembre 1991, il Kazakistan è diventato l’ultimo paese dello spazio post-sovietico a proclamare la sua indipendenza. Il potere è rimasto concentrato nella figura del presidente, Nursultan Nazarbayev, che ha tenuto la posizione di leader dal 1989 al 2019. Nonostante Nazarbayev non ricopra più la carica di Presidente mantiene ancora molta influenza nella politica kazaka: è a capo del Consiglio di Sicurezza ed è stato insignito dell’appellativo “elbasy”, leader della nazione. Con l’ascesa di Kassym-Jomart Tokayev, a seguito delle dimissioni di Nazarbayev nel 2019, molti speravano in un rinnovamento della politica kazaka ed un’apertura della società attraverso importanti riforme, ma così non è stato. Nonostante il Presidente abbia ampiamente promesso radicali riforme economiche e abbia costituito commissioni ed agenzie per l’elaborazione di tali provvedimenti, nella pratica non è stato ancora fatto nessun passo in questa direzione. Il Kazakistan rimane un regime autoritario ricoprendo una posizione di 128/167 nell’indice di democratizzazione (The Economist Intelligence Unit).

Per quanto riguarda il Tajikistan, il Presidente Emomali Rahmon è stato rieletto per la quinta volta con il 91% dei voti lo scorso anno. Fin da quando è salito al potere Rahmon, nessuna elezione in Tajikistan è stata giudicata libera e regolare degli osservatori internazionali e anche nella ultima votazione si sono denunciati brogli e irregolarità. Ma la ricandidatura del Presidente era stata in dubbio fino all’ultimo momento. Infatti, considerata la sua età, molti analisti sostenevano che avrebbe lasciato il posto al figlio, Rustam Emomali, già sindaco della capitale Dushanbe e Presidente dell’Assemblea nazionale

Guardando al Kirghizistan, fino agli anni Novanta, il Paese è stato soprannominato l’“isola della democrazia”, in quanto circondato da regimi più o meno autoritari nel resto dell’Asia centrale. Il Kyrgyzstan, infatti, è stato protagonista di varie ondate di proteste popolari e rivoluzioni: nel 2005, 2010 e 2019. Le elezioni dello scorso anno segnano inoltre il decimo anniversario della costituzione che trasformò il Kyrgyzstan in una repubblica parlamentare. Tuttavia, tali elezioni hanno scatenato pesanti proteste, provocando un vuoto di potere, colmato poi da Sadyr Japarov, già nella scena politica kirghisa, che nel giro di pochi giorni è stato liberato da carcere dove scontava una pena per rapimento ed estorsione, ed è stato nominato prima Primo Ministro e successivamente Presidente. La sua politica ha cancellato la maggior parte degli oppositori, tra cui Omurbek Babanov, ex Primo Ministro, Almazbek Atambayev, Presidente fino al 2017. Con Japarov, dunque, il Kirghizistan interrompe la strada verso la democrazia che stava percorrendo. 

In Uzbekistan, l’attuale presidente è salito al potere nel 2016, a seguito delle elezioni, vinte da Shavkat Mirziyoyev, già Primo Ministro dal 2003 braccio destro del defunto Presidente Islom Karimov, al potere dalla caduta dell’URSS.  Mirziyoyev, riconfermato alle elezioni di quest’anno, dall’inizio del suo mandato ha avviato significative riforme in vari campi, da quello economico a quello sociale, verso una progressiva liberalizzazione e garanzia delle libertà fondamentali. Tuttavia, questo complesso sistema di riforme non è ancora riuscito a garantite piene libertà di stampa e di espressione, nonché politiche, avendo Mirziyoyev allontanato i suoi principali avversari politici negli ultimi anni. 

La divisione dei confini e i relativi conflitti 

Per quanto riguarda la divisione dei confini, l’area più problematica in Asia centrale è stata la valle di Fergana. 

La valle di Fergana è l’intersezione di tre Stati centrasiatici: l’Uzbekistan, il Tagikistan ed il Kirghizistan. Si tratta di un’area densamente popolata che conta circa 12 milioni di abitanti, tanto che un terzo della popolazione tagica e kirghiza e un quarto di quella uzbeka risiede nell’area. 

La valle di Fergana racchiude stati e persone con un background storico e culturale comune, ma divise politicamente e linguisticamente. Ciò ha portato con la caduta dell’Unione sovietica ad un deteriorarsi delle dinamiche securitarie regionali. Dispute sui confini, sull’uso delle terre e delle infrastrutture e tensioni etno-nazionali regolarmente causano incidenti transfrontalieri che a volte sfociano in conflitti. Inoltre, con nascita degli stati indipendenti, sono di conseguenza aumentati i controlli di frontiera e doganali, che hanno costituito un ostacolo al commercio interregionale e al movimento di persone e beni, molto frequente ed intenso in epoca sovietica. 

In epoca sovietica, i confini nella valle di Fergana vennero tracciati diverse volte: negli anni ’20, ’50 e ’80. Definire un particolare gruppo etnico era un compito complicato poiché in alcuni casi diversi gruppi si autodefinivano in maniera diversa in base al luogo di origine, ma anche per la sovrapposizione di diverse identità etniche. 

Il governo centrale sovietico, dunque, seguì la logica della frammentazione, del divide ed impera, così che creò nella sola valle di Fergana numerose enclavi ed exclavi: quattro enclavi uzbeche e due tagiche in Kirghizistan e due enclavi, una tagica e una kirghiza, in Uzbekistan. La ragione dietro questa scelta era evitare che uno degli stati centrasiatici prevalesse sugli altri nella valle, e allo stesso tempo evitare il consolidamento dei leader musulmani del Turkestan. Mosca negoziò i confini con le élite locali; le controversie territoriali di quell’epoca però non ebbero una grande risonanza e la definizione di nuovi confini amministrativi non impattò particolarmente sulle popolazioni locali poiché essi rimasero pressoché aperti. 

Nei trent’anni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica, le autorità tagiche e kirghise hanno convenuto alla delimitazione di circa il 60% dei propri confini attraverso 27 incontri bilaterali, mentre le negoziazioni rimangono aperte sui restati 459 km di confini contesi. Per quanto riguarda il confine uzbeko-kirghiso, solo 200 km su un totale di circa 1300 km di confine sono ancora oggetto di disputa. 

Tuttavia, non sono mancate tensioni ed incidenti lungo i confini. Tra il 1989 e il 2009 si sono verificati 20 scontri nella valle, mentre tra il 2010 e il 2013, 62 al confine kirghiso-tagiko e 102 tra Kirghizistan e Uzbekistan. Negli anni successivi il numero è stato crescente: 37 scontri solo nel 2014, a cui è necessario aggiungere anche gli incidenti che non sono stati registrati dalle autorità frontaliere. 

Alcuni incidenti comportano l’uso di armi e provocano vittime. Per esempio, tra il 2014 e la metà del 2015, 16 incidenti hanno comportato l’uso di armi, causando 16 vittime e lasciando 12 persone ferite. Nel 2016, invece, una disputa territoriale nella parte kirghiza e uzbeka della valle, dove i confini non erano stati adeguatamente demarcati, ha richiesto l’intervento degli eserciti di entrambi i paesi. Incidenti analoghi si sono verificati anche negli anni successive nelle zone di confine non ancora concordati. Queste frizioni hanno gravi ripercussioni sul commercio e sui collegamenti economici nella valle e, inoltre, acuiscono le tensioni etniche tra le comunità presenti nella valle. In aggiunta, la questione dei confini pone anche un altro problema: l’uso delle risorse, in particolare dell’acqua, che diventa un’ulteriore causa di conflitto. 

In conclusione, con la caduta dell’Unione Sovietica l’Asia Centrale è andata incontro ad importati trasformazioni economiche, politiche e sociali. Per quanto riguarda i processi di democratizzazione, rimangono ancora ampi margini di miglioramento, come anche nel campo economico. L’integrazione regionale non è ancora completamente avviata, ma potrebbe verificarsi nel prossimo futuro, vista la rilevanza della regione nelle dinamiche economiche, infrastrutturali e securitarie globali.

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