Asia a tutto gas (russo)

La crisi di Hormuz impone ai giganti asiatici una netta diversificazione dell’approvvigionamento energetico; la bellicosa “generazione del fronte” al potere in Iran e l’imprevedibile tattica trumpiana di rinegoziare tutti gli accordi, sia con avversari che con alleati, fa presagire un’insicurezza cronica nel Golfo Persico. Il ruolo del GNL russo come alternativa energetica (e geopolitica?) per cinesi, sauditi e giapponesi.

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Hormuz non è più sicura. Il ritiro USA dal trattato sul nucleare (JCPOA) e le recenti frizioni hanno rafforzato in Iran le posizioni politiche della Seconda Generazione, quella “del fronte”: bellicosa, nazionalista, formatasi ”pane & kalashnikov” durante la guerra con l’Iraq, radicata in ambienti militari e paramilitari, come i potenti Pasdaran, conservatrice, sfiduciata verso gli statunitensi e un sistema internazionale non disposto a rispettare le prerogative dell’Iran.

Dal lato statunitense, la volontà trumpiana di voler rinegoziare tutto con tutti, senza distinzione, tassativamente a condizioni migliorative per Washington, sta allarmando, per la prima volta seriamente, anche gli alleati.

Agli incidenti occorsi alle due petroliere dirette in Giappone (riguardo cui è da annotare una carenza di approfondimento informativo e investigativo a livello internazionale, nonché versioni e analisi discrepanti), proprio mentre il premier nipponico Shinzo Abe era in una fallimentare missione di intermediazione a Teheran, ha fatto seguito l’annuncio di Trump di non poter garantire la protezione dei traffici marittimi giapponesi e cinesi nello Stretto.

Ce n’è abbastanza per preoccupare sia i paesi energivori sia le petromonarchie arabe, la cui economia si fonda sull’export di idrocarburi: Hormuz, attraverso cui transita il 21% degli idrocarburi mondiali, è una direttrice energetica per lo più asiatica, per il 76% (Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Singapore) e il Continente con il maggior tasso di crescita economica ed energetica mondiale non può dipendere dal potenziale ricatto iraniano e statunitense né dal pericoloso innalzarsi delle temperature geopolitiche nell’area.

Diversificare l’import energetico è la nuova cogente parola d’ordine per le potenze economiche asiatiche.

Ed ecco spuntare l’interesse verso l’unica fonte e via non controllata dagli americani: l’Artico siberiano russo, ricco di gas, low cost rispetto al petrolio (sei volte di meno),stipabile in grandi quantità grazie alla compressione allo stato liquido (il che ne abbatte i costi di trasporto).

Il  GNL (Gas Naturale Liquefatto) è la crescente alternativa nel mercato degli idrocarburi e i russi,  massimo esportatore mondiale, lo stanno intelligentemente utilizzando come leva di politica estera aprendone lo sfruttamento e la commercializzazione al capitale straniero, di cui d’altra parte hanno forte bisogno.

Così Novatek, principale produttore privato di gas russo, ha dato vita a fine 2017, con la benedizione di Putin, al consorzio Jamal LNG (con partecipazioni azionarie francesi e cinesi) e sta approntando una seconda joint-venture, Artic LNG2, per rifornire il promettente mercato asiatico. Ebbene, la novità è che dal 17 Giugno sono entrati in Artic LNG2 anche i sauditi, con ben il 30%, e dal 3 Luglio i giapponesi col 10%, affiancandosi all’investimento di inizio Giugno delle petrolifere cinesi CNPC e CNOOC.

Conclusioni

Il Circolo Polare Artico è già una realtà energetica interessante al di fuori della sfera di influenza statunitense il disgelo del Mar Glaciale Artico agevolerà il tragitto delle metaniere.

Cina (conclamato avversario globale statunitense) e Giappone (indicato nei Think thank americani come rivale strategico nel prossimo futuro, insieme alla Turchia) vedono nell’orso russo un’importante sponda per prevenire crisi energetiche di origine geopolitiche; anche i paesi del Golfo stanno studiando un piano B per non rimanere impreparati la Russia si dimostra ogni giorno di più come l’unico attore stabilizzatore regionale, capace di parlare con tutti: turchi, israeliani, iraniani, sauditi, siriani e statunitensi.

Così la Siberia artica si ritrova al centro del magmatico rimescolamento delle posizioni internazionali dovuto all’assertivismo dello Zio Sam.