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Myanmexit? L’imbarazzo di ASEAN nella gestione della crisi in Myanmar

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Lo scorso 27 ottobre i Ministri degli Esteri di nove Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) si sono riuniti a Jakarta in un “meeting speciale” per discutere della situazione in Myanmar, alla luce dei recenti massacri operati dalla giunta militare in violazione del piano per la pacificazione del Paese concordato con ASEAN lo scorso anno. La situazione in Myanmar rischia di compromettere il prestigio dell’Associazione, che sarà impegnata durante il mese di novembre 2022 in varie iniziative regionali e multilaterali, incluso il Summit annuale presieduto dalla Cambogia.

Il meeting di Jakarta dello scorso 27 ottobre si è svolto in un clima di densa preoccupazione, nonché di frustrazione, per la situazione politica e umanitaria in Myanmar. Nel febbraio 2021 infatti Il governo guidato da Aung San Suu Kyi è stato rovesciato da un colpo di stato guidato da alcuni generali delle Forze Armate, i quali hanno deposto e tuttora tengono in detenzione i membri del precedente governo. A seguito del golpe, la Giunta militare ha represso violentemente i movimenti di protesta pro-democrazia, destando preoccupazione e sconforto da parte degli osservatori internazionali e dei Paesi vicini. In seguito al golpe, ASEAN ha convocato nell’aprile 2021 il rappresentante della Giunta Militare, Min Aung Hlaing, al fine di delineare una roadmap per la stabilizzazione e pacificazione del Paese. La Dichiarazione rilasciata in esito a tale Summit, chiamata “five-point consensus”, prevedeva l’impegno da parte della Giunta alla cessazione delle ostilità e l’accesso nel Paese da parte di ASEAN al fine di garantire supporto umanitario. Si richiedeva inoltre di iniziare un processo di pacificazione politica mediante l’apertura al dialogo con le forze di opposizione, e l’invio di un Osservatore speciale di ASEAN nel Paese. 

Non deve sorprendere, come l’atteggiamento di ASEAN verso governi autoritari o dittatoriali sia particolarmente morbido e mai estremo. L’approccio di ASEAN nel risolvere questioni, seppur drammatiche, relative alla stabilità e agli affari interni dei Membri da sempre si caratterizza per gradualità e non interferenza. ASEAN, infatti, opera mediante dialogo e inclusione, nel tentativo (spesso riuscito) di “socializzare” progressivamente i propri membri ed armonizzare il loro comportamento secondo principi comuni. In quest’ottica, non sorprende come i Paesi a guida dell’Associazione nel 2021 e 2022, rispettivamente Brunei e Cambogia, non abbiano adottato drastiche misure contro la Giunta: l’augurio infatti era che, una volta calmatosi il periodo di subbuglio a seguito del golpe, la Giunta avrebbe progressivamente seguito il “five-point consensus”, garantendo stabilità e pace nel Paese, anche se a discapito della democrazia. Del resto, ASEAN non è composta interamente da Paesi democratici, e tuttavia persiste la convinzione che diritti umani, pace e stabilità possano essere mantenuti sia tra i suoi Membri che a livello domestico attraverso il rispetto dei principi dell’Associazione. Come risultato, l’unica misura “punitiva” adottata da ASEAN è stata quella di non ammettere esponenti della Giunta ai Summit dell’Associazione, richiedendo per tale scopo esponenti politici civili. 

In questo sta la frustrazione di ASEAN verso la Giunta Militare. Da aprile 2021, infatti, non sembra che il Myanmar abbia fatto progressi nella direzione auspicata: al contrario, la Giunta ha continuato ad eliminare esponenti dell’opposizione con l’accusa di terrorismo, ha ostruito il lavoro dell’Osservatore ASEAN e censurato la stampa e l’informazione, in una strenua lotta per il mantenimento del potere acquisito. Si stima che dal giorno del golpe siano state uccise dalla Giunta più di 2000 persone, non da ultime una sessantina oggetto di attacco aereo durante un concerto organizzato da un gruppo di opposizione. La costernazione di ASEAN e (in diverse misure) dei suoi membri sta nel fatto che la Giunta Militare, invece che avviarsi ad un cammino di auspicata “socializzazione”, appare più propensa ad affermare il suo potere anche a costo di isolare il Paese

Questa situazione di stallo genera non pochi dilemmi per ASEAN e per alcuni dei suoi membri. Innanzitutto, appare chiaro come la partecipazione di un governo di tale brutalità come la Giunta sia sempre meno tollerabile anche per un’Associazione che non condanna apertamente le dittature, e tuttavia non esistono al momento né precedenti né procedure per sanzionare o costringere un Membro ad un comportamento più consono ai principi dell’Associazione, tra cui il rispetto dei diritti umani e l’apertura al dialogo. 

Questo conduce ad un secondo dilemma, ossia l’espulsione o la sospensione del Myanmar dall’Associazione. Espellere un membro, infatti, oltre ad essere un atto senza precedenti, sarebbe contrario ad uno dei principi ispiratori di ASEAN, ossia l’inclusione: è stato infatti osservato come escludere il Myanmar non porterebbe di fatto alcun beneficio alla situazione interna nel Paese, mentre mantenerne anche formalmente la partecipazione potrebbe portare ad aprire finestre di dialogo in futuro. Da qui l’usuale tono “morbido” della Dichiarazione rilasciata a seguito della riunione speciale, in cui ci si limita ad esprimere “grave preoccupazione” per i recenti accadimenti in Myanmar. 

Tuttavia, appare chiaro come l’aderenza al principio di inclusione, nello specifico contesto attuale, porti dei costi e dei danni all’immagine di ASEAN e dei suoi Membri superiori rispetto al passato. L’Associazione e alcuni suoi Membri principali, in primis l’Indonesia, hanno cercato negli ultimi anni di mantenere un ruolo centrale e preminente come principale attore dell’equilibrio regionale ed extra-regionale. Mantenere il Myanmar come Membro desterebbe non pochi imbarazzi e perplessità già spesso sollevati rispetto ad ASEAN, e in più renderebbe i suoi processi decisionali, già complessi e regolati tramite consenso, ancor più di difficile attuazione. 

In conclusione, la crisi in Myanmar e la chiusura al dialogo della Giunta rischia di diventare una perenne “spina nel fianco” per il prestigio di ASEAN, il cui Summit a metà novembre desterà non poche attenzioni e aspettative sia a livello regionale che extra-regionale. È ragionevole ritenere che non saranno adottate decisioni drastiche da parte dei leader dei Membri, guidati quest’anno dalla Cambogia. I riflettori, tuttavia, saranno puntati sul leader di ASEAN per il 2023, l’Indonesia. Il più grande Stato della regione, nonché la sua più grande democrazia, desideroso di ricavarsi un ruolo di rilievo come attore internazionale, sarà misurato anche nel modo in cui affronterà il complesso rapporto tra la situazione in Myanmar e la difficile scelta tra far evolvere ASEAN o diminuirne la rilevanza. 

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