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Armi e guerra, il fronte di Austria e Ungheria che preoccupa l’Ue

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È celebre la frase di Henry Kissinger: “A chi devo telefonare se voglio parlare con l’UE?”, con la quale il segretario di stato USA alludeva alla fumosità della politica estera dell’Unione e alla mancanza di un leader europeo e di una linea unica. La reazione al conflitto in Ucraina e i pacchetti di sanzioni apposti alla Russia ha finora unito l’Unione, tuttavia l’avvicinamento tra Austria e Ungheria all’interno dell’alleanza europea potrebbe comportare la nascita di situazioni ambigue. 

Lunedì 30 gennaio 2023 la ministra austriaca della difesa Klaudia Tanner si è recata a Budapest per un incontro bilaterale con il suo omonimo ungherese Kristóf Szalay-Bobrovniczky, nel quale è stata delineata la posizione dei due paesi per quanto riguarda la difesa europea. La linea espressa dai ministri è stata chiara: Austria e Ungheria si rifiutano di inviare armi a Kyiv, ribadendo in maniera chiara il loro desiderio di perseguire una posizione di “neutralità” nei confronti del conflitto in Ucraina. Nonostante la presa di posizione di Vienna e Budapest risulti coerente con le politiche espresse dai due Paesi nei mesi trascorsi dopo il 24 febbraio 2022, la dichiarazione congiunta di fine gennaio potrebbe essere in grado di far percepire la politica estera dei partner europei come ulteriormente divergente. 

Di fronte allo scoppio della guerra in Ucraina, Budapest ha dovuto scegliere da che parte stare. La leadership di Viktor Orban non ha mai nascosto il suo lavoro di costruzione di rapporti amichevoli con Vladimir Putin, tanto da generare timori di infiltrazioni russe all’interno delle sedi decisionali europee grazie al canale ungherese. La decisione di Mosca del 24 febbraio ha, tuttavia, portato Budapest ad allinearsi alla condanna dell’aggressione (più o meno velata) da parte della comunità europea. 

Orban ha capito di poter ottenere proficui vantaggi dalla sua situazione. Infatti, sfruttando il suo potenziale diritto di veto sull’adozione delle sanzioni europee, ha negoziato per ottenere condizioni favorevoli in altri campi di scontro tra Budapest e Bruxelles. Dunque, fino ad oggi Orban ha saputo cogliere quanto più poteva, ma questo ha in ogni caso deteriorato i rapporti con Mosca. La situazione si è aggravata per la leadership ungherese quando la Federazione russa ha deciso la drastica riduzione delle esportazioni di gas verso l’Europa. Questo ha fatto perdere all’Ungheria il suo ruolo di hub energetico ed ha costretto Orban ad affrontare un forte risentimento interno a causa delle scarse riserve di gas e dei prezzi esponenzialmente moltiplicati.

La posizione neutrale espressa da Budapest potrebbe sembrare un tentativo di riallacciare i rapporti con Mosca. Tuttavia, potrebbe anche essere un carta che Orban ha aggiunto alla sua mano per giocare al tavolo europeo, usando la rinuncia a detta posizione in cambio di vantaggi interni all’UE.

Inoltre, la guerra ha posto i paesi del blocco di Visegrad (storicamente anti immigrazione e contrari ad una possibile redistribuzione dei rifugiati) di fronte ad una massiccia pressione migratoria, fatta di milioni di sfollati in fuga da guerra e povertà. La risposta ungherese alla crisi umanitaria è in grado di fornire una chiave di lettura alla duplice dichiarazione di imparzialità di Vienna e Budapest. Orban ha deciso di sfruttare questo flusso come strumento di pressione sul resto di Europa. Sono molti i rifugiati ucraini in Ungheria, e sebbene la fortezza d’Europa abbia aperto loro le porte, la macchina degli aiuti è sostanzialmente gestita da associazioni private di volontari ungheresi e non. Sembrerebbe mancare un impegno pubblico, specialmente per quanto riguarda l’accoglienza nel lungo periodo. Questo, in combinato con la facilità con cui i richiedenti asilo ucraini ottengono la protezione europea e i diritti di libera circolazione derivanti, potrebbe rendere l’Ungheria un paese di puro transito in cui ottenere asilo europeo per poi spostarsi verso altri Stati membri dove i programmi di welfare siano meglio implementati.

Questo fattore potrebbe spiegare la posizione di Vienna. Il governo Austriaco, saldamente in mano alla destra conservatrice, ha sempre percepito il contrasto ai flussi migratori come uno dei principali temi della sua agenda. La situazione in Ungheria, porterà ad un naturale aumento della pressione sul confine tra Ungheria ed Austria per motivi puramente geografici. Supponendo questo, una delle possibili chiavi di lettura della dichiarazione duplice di imparzialità sarebbe la ricerca di una rinnovata alleanza tra Budapest e Vienna al fine di trovare un’intesa sulla gestione dei flussi migratori. Un’ipotesi corroborata dalle parole espresse durante la conferenza stampa della ministra austriaca, nel corso della quale la decisione di Vienna è stata giustificata come un primo passo verso una distensione dei rapporti con la Russia al fine di evitare tanto minacce militari dirette, quanto minacce asimmetriche, come l’aumento dei flussi migratori. Secondo la ministra austriaca, infatti, la Russia potrebbe usare l’esodo dei profughi come una leva per deteriorare i rapporti tra partner europei.

La politica estera dell’UE è, da sempre, un tema spinoso. Gli Stati membri non hanno voluto devolvere sovranità sotto questo profilo, pur riconoscendo la necessità di costituire una Politica estera e di sicurezza comune (PESC). Questo ha comportato un’attività esterna dell’Unione non particolarmente prolifica e il mancato punto di incontro tra partner europei su temi fondamentali quali la difesa comune, la produzione bellica e il settore di ricerca e sviluppo militare. Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina ha avuto un effetto inaspettato: un maggiore compattamento degli alleati UE. La risposta europea all’aggressione russa è andata oltre alle aspettative. Le sanzioni, l’invio di armi e il processo di indipendenza energetica da Mosca hanno colpito Putin e il suo entourage, probabilmente cogliendo l’autocrate russo di sorpresa. Tuttavia, questa netta posizione europea è stata possibile grazie ad una negoziazione interna, volta a convincere quei Paesi meno propensi a inimicarsi la Russia.

La posizione espressa da Budapest e Vienna comporta l’allargamento di una frattura all’interno dell’approccio europeo alla guerra in Ucraina. L’Ungheria si trova tra due fuochi e cerca di ottenere il massimo possibile da entrambe le parti, comportandosi da pacifista sanzionatorio finché riesce. La decisione austriaca pesa maggiormente. La ministra Klaudia Tanner nel suo discorso ha ricordato come si dovrebbe velocizzare il processo di integrazione per quei Paesi dei Balcani del sud per evitare possibili allineamenti di questi ultimi con Mosca. Velocizzare l’integrazione dell’area balcanica (Bosnia, Macedonia del Nord e Kossovo) comporterebbe abbandonare l’idea dell’annessione rapida dell’Ucraina. Il messaggio potrebbe essere interpretato come il voler lasciare Kyiv a Putin in cambio della stabilità dei Balcani, oppure come l’ammissione della sconfitta in Ucraina e il correre ai ripari nelle zone meridionali dell’Europa. 

Il punto chiave è la dissonanza tra le priorità di Budapest e Vienna e le scelte dei restanti Paesi europei. Questo evento minoritario potrebbe essere segnale di un possibile indebolimento della risposta europea all’aggressione russa. Se ciò accadesse (a causa di distanze interne), la credibilità del fronte comune europeo vacillerebbe, in quanto diventerebbe permeabile a forti influenze esterne finora espulse grazie alla linea condivisa e comune UE. L’aggressione all’Ucraina è un attacco più o meno diretto alle democrazie occidentali e al sistema europeo, e la risposta dell’Unione è stata, fino ad adesso, chiara ed efficace. Se ora si tornasse indietro, Putin avrebbe la possibilità di giocare una nuova mano sia sul terreno ucraino che nel suo tentativo di depotenziare le istituzioni di Bruxelles (obiettivo mai troppo celato). Inoltre, una retromarcia renderebbe l’Unione europea un attore poco credibile nell’arena internazionale agli occhi di USA e altri alleati strategici. Questi i più grandi pericoli dell’atteggiamento di Vienna e Budapest.

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