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Armi combinate e scopi politici. La controffensiva ucraina alla prova

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La controffensiva estiva era stata pensata dall’Ucraina come una grande operazione manovrata, volta a disarticolare il sistema difensivo russo, con lo sforzo principale da attuarsi lungo il fronte centrale, negli oblast di Zaporizhzhia e Donetsk, con due teatri secondari, rispettivamente il Donbass ed il corso del Dnipro in zona Kherson. L’obiettivo di “grande tattica” di questa offensiva era la conquista di Melitopol, attraverso cui raggiungere i due obiettivi strategici di spezzare in due lo schieramento russo lungo il “corridoio di Crimea” e minacciare la presenza nemica sulla penisola occupata nel 2014.

La guerra manovrata è fallita già nei primi giorni, quando le colonne corazzate e meccanizzate ucraine hanno impattato contro la Linea Surovikin, densa di campi minati e strutturata in profondità, ma i comandi ucraini hanno poi convertito la propria strategia, votandola alla Materialschlacht o “scontro di materiali”, dunque trasformando quella che doveva essere una avanzata in grande stile in una lenta ma necessaria battaglia di logoramento.

La “conversione” tattico-strategica, volta a conservare quante più risorse possibili e a ridurre le perdite umane (l’unico materiale che non può essere rimpiazzato), ha dato i suoi frutti migliori nel Donbass, più specificamente nel settore di Bakhmut, cioè quello che doveva essere a tutti gli effetti un fronte secondario e che ha assunto nuova importanza. Così come importanti sono stati i successi ottenuti dalla “campagna logistica” ucraina volta a distruggere e sabotare le infrastrutture, i magazzini, i rifornimenti e le linee di collegamento dell’Esercito russo, così da provocare l’implosione dello schieramento difensivo e tornare, quanto prima, alle azioni manovrate che, sole, possono consentire il successo di una campagna. 

Eppure, hanno sottolineato Frederick W. Kagan, Karolina Hird e Kateryna Stepanenko (Isw) sul “Time”, per quanto si possa sperare che la strada per il Mar d’Azov venga aperta con facilità dagli ucraini, restano alte le probabilità che i combattimenti restino duri e le vittime alte, con la frustrazione come costante compagna di viaggio di comandanti e soldati di Kyiv.

Analisti ed esperti militari si interrogano, infatti, su quale sia stato l’errore di calcolo iniziale dei generali ucraini che abbia portato al fallimento degli attacchi manovrati nella prima fase della controffensiva. In molti sostengono che l’incapacità ucraina di condurre operazioni interforze abbia chiuso le porte alla possibilità di una vittoria rapida o, comunque, di progressi decisamente maggiori rispetto a quelli raggiunti in questa offensiva condotta “a piedi”, principalmente dalla fanteria e dal contributo essenziale dell’artiglieria.

Sviluppata al termine della prima guerra mondiale in risposta alla guerra d’attrito ed all’ecatombe immobile delle trincee, la teoria delle armi combinate puntava sull’azione cooperativa di fanteria, corazzati, artiglieria e aerei per controllare il terreno, disporre di una potenza di fuoco superiore in tutti i domini e rompere le difese del nemico più rapidamente, a volte prima ancora che egli possa reagire. 

Le operazioni condotte con “armi combinate” sono alla base della teoria occidentale sulla guerra convenzionale e, nei fatti, gli strateghi statunitensi e della Nato hanno tentato di trasporle al teatro ucraino, attraverso l’addestramento di uomini e la fornitura di mezzi, senza troppo successo.

Come ha spiegato il colonnello statunitense in ritiro Steve Boylan, già portavoce dell’Army’s Combined Arms Center, le tattiche ad “armi combinate” non possono essere insegnate e tantomeno imparate nel corso di una guerra, quando a dettare i tempi sono le situazioni contingenti sul campo, ma richiedono un lungo periodo di indottrinamento ed addestramento prima di ottenere i migliori risultati. Basti pensare che le Forze armate statunitensi hanno inserito nei propri documenti dottrinari la teoria delle combined arms nel primo dopoguerra ed hanno condotto un’operazione su quelle basi solo durante la guerra del Golfo nel 1991.

Non si poteva pretendere che gli ucraini potessero rispondere positivamente e da subito a quella che poteva essere interpretata come una sorta di “obbligo” tattico e grande-tattico non rispondente, per quanto i processi di modernizzazione e le riforme abbiano trasformato l’Esercito ucraino in una forza armata “occidentalizzata”, alla propria dottrina classica.

I ritmi di una guerra che è, prima di tutto, “scontro di materiali”, sono lenti per antonomasia. Non c’è da stupirsi. Dopotutto, anche la coalizione Usa-Nato (e qualche aggregato) al massimo della sua forza, durante la prima guerra del Golfo del 1991, cioè al momento del trionfo della teoria delle combined arms, impiegò più di un mese nella campagna aerea per la distruzione delle infrastrutture nemiche prima di invadere da terra l’Iraq.

Inoltre non si può parlare di “armi combinate” o di supremazia in tutti i domini se manca una componente fondamentale come quella aerea. La mancanza di copertura aerea ed il controllo russo dei cieli hanno impedito alle AFU di cogliere sul campo successi essenziali, anche quando, magari, le condizioni “a terra” avrebbero consentito agli attaccanti di sconfiggere i difensori. I primi giorni della controffensiva ucraina hanno dimostrato, infatti, che, senza idonea copertura aerea né fuoco d’appoggio – e non di semplice preparazione – dell’artiglieria, gli assalti frontali di unità miste fanteria-cavalleria corazzata non hanno possibilità di riuscita alcuna contro un sistema difensivo stratificato. Sia il fuoco di interdizione che i contrattacchi dei russi si sono rivelati particolarmente efficaci proprio grazie alla superiorità aerea.

La scommessa russa si basa proprio sulla capacità di mantenere la superiorità aerea – e proprio il controllo dei cieli è uno dei crucci di Zelensky, che preme sugli alleati della Nato per avere quanto prima la contraerea ed i caccia richiesti – per colpire in profondità le linee della logistica ucraine, per imbrigliare le capacità di rifornimento e, quindi, la continua alimentazione di armi e munizioni alle truppe al fronte, impastoiando le truppe ucraine sulla prima linea o nelle sue immediate retrovie della Linea Surovikin.

L’impressione generale, viste le tante lacune nella guerra aerea (sia offensiva che difensiva), la perdita rapida di equipaggiamenti e mezzi moderni, con il conseguente sforzo sia occidentale che nazionale per ripianare le tabelle organiche, la “crisi delle munizioni” cui le AFU sono andate presto incontro, è che la controffensiva ucraina sia iniziata “in anticipo” rispetto alla disponibilità ottimale di truppe ed armi sia per l’esigenza politica di dimostrare alla Nato che Kyiv potesse cogliere una vittoria importante, sia per l’errata valutazione sullo stato delle forze russe in campo (che pur presentando ancora numerose problematiche, anche strutturali, hanno saputo apprendere dai propri errori del 2022) sia per quella del sistema industriale-bellico di Mosca.

Alla base di questa idea c’è il comportamento politico-diplomatico dei governanti ucraini, intenti a mostrare agli alleati americani ed occidentali tutte le possibilità che le Forze armate di Kyiv hanno di liberare aree strategicamente importanti, così da poter mantenere il sostegno essenziale della Nato. Fintanto che l’Ucraina verrà giudicata in grado di vincere la guerra o di sedersi al tavolo negoziale da una posizione forte, l’Occidente continuerà ad alimentarne – nonostante alcuni segnali di stanchezza mostrati – la macchina militare ed economica e questo, per la proprietà transitiva, consentirà agli ucraini di continuare a combattere per raggiungere i propri scopi. Tale risultato può essere raggiunto solo se gli ucraini otterranno vittorie tali da far scricchiolare il sistema difensivo russo, come accaduto lo scorso anno con le offensive su Kherson e Kharkiv.

Del resto che la linea della Nato sia – anche se informalmente – quella di spingere l’Ucraina al negoziato con la Russia è emerso dalle dichiarazioni rilasciate ad Arendal, in Norvegia, dal capo di gabinetto del segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg, Stian Jenssen, il quale ha spiegato che una delle possibilità sul tavolo potrebbe essere l’accettazione da parte di Kyiv della cessione di alcuni territori (nei fatti quelli attualmente occupati dai russi) in cambio dell’adesione alla Nato. Si tratta di dichiarazioni che hanno sollevato un vespaio, con il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko, che ha definito inaccettabili le parole di Jenssen, rimarcando la distanza tra il programma politico “massimo” di Kyiv, che prevede la liberazione completa delle zone occupate dalle truppe russe, e quello della Nato che, pur sostenendo le rivendicazioni ucraine senza mezzi termini, potrebbe iniziare a ragionare su una soluzione definita da molti come “realistica”.

L’idea, rifiutata dal governo ucraino, sarebbe quella di far sottoscrivere un armistizio a Kyiv e Mosca, congelando il conflitto ed evitando la formale rinuncia ucraina al Donbass, alla Crimea ed al litorale orientale del Mar Nero che de facto resterebbero sotto il controllo russo. Si tratta di una ipotesi che in alcuni ambienti e cancellerie occidentali circola ed è quella di applicare il “modello Corea” alla guerra d’Ucraina.  

Seguendo i canoni del realismo offensivo, la Russia ha scelto di scatenare la guerra in Ucraina per ricostruire la propria area d’influenza, dunque agendo nel solco delle dinamiche classiche della politica di potenza. Più che la postura russa contingente nella guerra d’Ucraina, a preoccupare la Nato dovrebbe essere il revisionismo russo in sé.  Le teorie di Jennsen rispondono ad una percezione diffusa – specie tra gli Stati dell’Europa occidentale – in seno alla Nato che somma la mancanza di risultati al fronte con un fisiologico senso di stanchezza nei confronti della guerra, ma è chiaro anche che senza l’appoggio concreto e convinto dell’Alleanza atlantica l’Ucraina non possa fornire agli alleati quelle prove “tangibili” di vittoria chieste a gran voce. 

Così le distanze strategiche tra i generali ucraini e quelli occidentali rischiano di avere ripercussioni anche sui rapporti politici tra Kyiv e la Nato, con una diversa interpretazione degli scopi della guerra che ha assunto per l’Ucraina le dimensioni di una “piccola guerra” di liberazione nazionale e per Washington e alleati quelle di una “grande guerra” per ridimensionare le ambizioni dei revisionisti moscoviti. Le due interpretazioni della guerra sono legate a doppio filo ma si tratta di fili tempestati di nodi che per essere sciolti hanno bisogno di vittorie sul campo di battaglia.  

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