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Armi chimiche e campagne mediatiche che preparano la guerra in Siria

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Scene raccapriccianti sulle televisioni, appelli a salvaguardare un’umanità offesa, un’ondata di indignazione che scoraggia l’analisi razionale. Damasco era già stata accusata di attacchi chimici nel 2013: l’attacco Usa fu evitato all’ultimo momemento. Poi il giornalista Seymour Hersh rivelò una versione differente degli eventi: erano stati i ribelli a usare armi chimiche, per fornire un pretesto all’intervento americano. Nel 2017 Damasco venne di nuovo accusata (e bombardata) da Washington; Hersh smentì ancora una volta la versione ufficiale.

Non è semplice verificare cosa succede in Siria; ci si potrebbe però chiedere perché l’esercito siriano dovesse ricorrere ad armi chimiche contro avversari già in rotta. Da quando Mosca è intervenuta direttamente, l’esercito siriano ha ripreso Palmira, Aleppo, Deir Ezzor; si apprestava a riprendere Ghouta. Grazie al sostegno degli alleati russi e iraniani, Damasco stava vincendo la guerra. Pochi giorni fa, inoltre, Russia, Turchia e Iran avevano raggiunto un’intesa sul futuro del paese; Ankara è l’attore più ambiguo del conflitto siriano e per Mosca era stato un successo portarla dalla propria parte. Poi è avvenuto l’attacco chimico e le carte sono cambiate. «Ogni volta che abbiamo un momento in cui la comunità internazionale dà prova di unità, c’è qualcuno che prova a minare quel senso di speranza producendo un senso di orrore e indignazione»; così si espresse, qualche tempo fa, l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura e le sue parole fanno riflettere.

In una società di massa, per ricorrere alla guerra il potere deve suscitare il consenso della popolazione. Riflettendo sulla prima guerra mondiale, il francese Georges Demartial osservò che ciò non era tanto difficile: bastava «mobilizzare le coscienze» con una campagna di demonizzazione del nemico. Parigi prima nascose che la mobilitazione tedesca era stata successiva a quella russa, poi vennero le voci di atrocità: i soldati tedeschi amputavano le mani ai bambini. Non c’erano prove, ma nei paesi dell’Intesa libri e cartoline ritraevano l’infamia dei bambini oltraggiati, un po’ come ora circolano immagini dei bambini di Douma. Concludeva Demartial: «l’avvento della democrazia, da cui uomini come Kant si aspettavano l’eliminazione della guerra, ha dunque avuto come unico risultato di aggiungere la menzogna alla guerra» (La guerre de 1914: comment on mobilisa les consciences).

Ancora oggi una campagna di demonizzazione del nemico è più che sufficiente, tanto più che la guerra la fanno militari di professione, in terre lontane. Così si esprimeva Trump da candidato: Many Syrian ‘rebels’ are radical Jihadis. Not our friends & supporting them doesn’t serve our national interest. Stay out of Syria! Per il Trump presidente, invece, Assad è un «animale» che agisce per puro sadismo, proprio come i soldati del Kaiser. Dunque è inopportuno chiedersi cui prodest l’attacco chimico. «Gli Stati non hanno amici ma solo interessi», disse De Gaulle, ma l’indignazione impedisce di chiedersi quali siano gli interessi di Washington, Londra o Parigi: nel discorso pubblico Assad è il cattivo, tanto basta a legittimare un attacco.

Eppure l’indignazione è un’emozione passeggera; nessuno sostiene più che l’Iraq abbia importato democrazia, né che Sarkozy e compagni abbiano destrutturato la Libia per disinteressato spirito umanitario. Esiste un’interessante letteratura sulla fabbrica dell’indignazione e relative guerre umanitarie, che offre una rassegna dei casus belli ad uso mediatico*. Le armi chimiche dell’Iraq, le fosse comuni di Gheddafi, l’esportazione della democrazia sono solo gli ultimi esempi di un lungo elenco che forse, un giorno, includerà anche l’attacco chimico su Douma.

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