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NotizieArmenia-Turchia: Il riavvicinamento in attesa delle ratifiche parlamentari

Armenia-Turchia: Il riavvicinamento in attesa delle ratifiche parlamentari

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E’ iniziato tutto nel 2008 con l’invito del Presidente armeno Sarksyan al suo omologo turco Abdullah Gül di presenziare all’incontro calcistico tra le nazionali dei due Paesi per le qualificazioni ai mondiali di calcio. La “football diplomacy” ha dato i suoi frutti il 10 ottobre dello scorso anno, quando Turchia e Armenia firmarono, dopo sei settimane di colloqui a Zurigo, due protocolli per riprendere le relazioni diplomatiche e riaprire il loro confine comune, chiuso nel 1993, in seguito al coinvolgimento armeno nel conflitto per il Nagorno-Karabakh.

L’accordo ha subito scatenato le reazioni delle componenti nazionaliste di entrambi i Paesi. In seguito alla firma dei protocolli, un partito della coalizione di governo del Presidente armeno si ritirò dal governo. Anche Stepan Safarian, leader dell’Heritage Faction e membro di opposizione del parlamento armeno, mostrò contrarietà all’intesa, perché troppo vaga sulla questione del genocidio, di cui non vi è una specifica menzione; nell’accordo è prevista, infatti, la costituzione di un panel in cui discutere della “dimensione storica”degli incidenti accaduti durante la I Guerra Mondiale, e che questa dovrebbe includere l’esame “scientifico” e “imparziale” dei “registri e archivi storici” per definire l’esistenza del problema e proporre raccomandazioni. Per molti armeni si tratta di un tentativo di rimettere in discussione ciò che è una verità, quella del genocidio, acclarata da molti storici, e che è divenuto un elemento costitutivo dell’identità armena. 
Per tentare di contenere il risentimento armeno il Presidente Serzh Sarksyan ha subito effettuato un giro delle comunità della diaspora armena, incontrando però dimostrazioni di dissenso in Libano e Francia, in cui la folla lo ha definito “traditore”. Suo compito era anche di convincere la comunità della diaspora negli Stati Uniti, e in particolare l’ANCA (Armenian National Commitee of America), la potente lobby degli armeni “americani”, che si oppone ad un qualsiasi processo di riavvicinamento in assenza di una discussione aperta sul genocidio armeno. Anche in Turchia i partiti di opposizione Partito Popolare Repubblicano (CHP) e il Partito Movimento Nazionalista (MHP) non hanno appoggiato l’accordo e parlano di un “passo indietro” della politica estera turca, per cui premono affinché esso non venga approvato dal Parlamento Turco.

Il fatto è che l’accordo è parte di un intreccio diplomatico non facile da sciogliere. L’Azerbaijan, alleato turco, non ha accolto favorevolmente l’intesa, e il giorno dopo la firma il ministro degli esteri azero dichiarò che l’accordo “offuscava lo spirito della fraterna relazione” tra Turchia e Azerbaijan (Today’s Zaman). Dal suo punto di vista, l’accordo porterebbe ad una riapertura dei confini in assenza di un miglioramento delle condizioni di occupazione del Nagorno-Karabakh, figurando come un cedimento senza ricompensa agli occupanti armeni. Per gli armeni l’apertura del confine senza menzione del riconoscimento del genocidio è già la prova della disponibilità a dialogare senza precondizioni, cosa che, come ricordato, ha causato l’opposizione di alcuni gruppi parlamentari e di varie comunità armene all’estero. La Turchia, per non deludere troppo il suo fraterno, e ricco di petrolio, alleato, sembra abbia collegato la ratifica degli accordi di ottobre ai progressi nel contenzioso tra l’Azerbaijan e l’Armenia per il Nagorno-Karabakh, l’enclave armena in territorio azero, il cui status è l’oggetto del contendere. Questo linkage non è accettato dall’Armenia, e il ministro degli esteri armeno Edward Nalbandian ha ribadito che le due questioni vanno ritenute distinte e “parallele”, e ha ricordato che il protocollo prevede l’apertura del confine “senza precondizioni” (Hürriyet Daily). Quest’ultimo, dopo aver ricordato che il protocollo richiede che il processo di ratifica avvenga entro “un ragionevole periodo di tempo”, ha fatto sapere che il dialogo verrà compromesso se entro marzo detto processo non sarà concluso; data importante sarà il 24 aprile, giorno in cui ricorre l’anniversario (quest’anno il 95°) del genocidio armeno.

Dal punto di vista geopolitico invece, l’accordo sembra sia positivo per tutti. Mosca può felicitarsi dell’inizio di una normalizzazione dei rapporti tra un suo alleato e un Paese con cui sta stabilendo rapporti sempre più amichevoli, e che si sta dimostrando centrale per gli equilibri regionali; Washington realizza il suo intento di fare della Turchia un importante attore per la stabilizzazione regionale; l’Armenia esce dall’isolamento cui è stata posto dalla chiusura dei confini turco e azero; la Turchia dimostra l’efficacia e la determinazione nella sua politica di “azzeramento” dei problemi con i vicini. Ma proviamo ad aggiungere alcune considerazioni. Per Yerevan, l’accordo rappresenta l’opportunità di rilanciare il commercio e l’economia del Paese. L’Armenia è uno Stato povero e landlocked, e la sua economia ha risentito molto della chiusura dei confini. La soluzione quindi è accolta con favore soprattutto dalla lobby affaristica armena, interessata alla gestione dei traffici commerciali; in tal caso un certo rilievo assumerebbe il commercio con la regione povera dell’Anatolia orientale. Importante è stata l’azione del Turkish-Armenian Business Development Council (TABDC), che attraverso la “business diplomacy” ha tentato di sviluppare altri tipi di “diplomacy”, in linea con quanto auspicato dai sostenitori dell’internazionalismo liberale. L’accordo, inoltre, costituirebbe un’apertura del Paese all’occidente, cosa che bilancerebbe l’influenza russa. Va ricordato però che tra Russia e Armenia vi sono forti legami di natura politica, economica e militare, oltre ad una vicinanza culturale e religiosa. La Russia ha interesse quindi a che l’Armenia non si sposti nella zona d’influenza occidentale. Va perciò stabilito se l’accordo in sé avvicini l’Armenia all’occidente o sia il risultato di una politica estera turca più autonoma e non necessariamente imposta dall’esterno. Discorso che per converso si ripresenta per gli Stati Uniti, i quali vedevano realizzate le sollecitazioni alla Turchia affinché questa si adoperasse come stabilizzatore regionale, in base all’idea che ciò avrebbe giovato alla sua influenza politica ed economica nella regione. 
 

Indebolendo lo schema delle contrapposizioni che vedevano l’asse russo-armeno contrapposto a quello costituito da Georgia-Azerbaijan-Stati Uniti-Turchia, questo rapprochement potrebbe risultare vantaggioso per gli americani. Ma forse non è tutto così scontato; in verità, senza l’intervento dei russi l’accordo non avrebbe ragionevolmente potuto concretizzarsi. Esso si innesta sullo sfondo di un miglioramento delle relazioni tra Turchia e Russia. L’influenza russa non sembra così messa in discussione. Mosca potrebbe trarne vantaggio per quanto riguarda i suoi rapporti con il mondo musulmano e con l’Azerbaijan, in quanto connesse al caso ceceno, ma vi sarebbero ricadute positive soprattutto per la gestione delle linee di distribuzione di risorse energetiche verso i porti del Mediterraneo.
Sappiamo poi che la firma dei protocolli è in sintonia con la politica di “zero problemi con i vicini” adottata dalla Turchia, e che rende più credibile il suo proporsi come “crocevia diplomatico”. L’apertura del confine rafforzerebbe il ruolo di hub logistico della Turchia, trasformando l’Anatolia in un crocevia del commercio in direzione nord-sud e est-ovest. Inoltre sia Armenia che Turchia beneficerebbero della possibilità di una diversificazione delle vie di transito e di approvvigionamento energetico. Per cui non è sicuro che l’iniziativa sia solamente in esecuzione alle pressioni di stabilizzazione occidentali, mentre sarebbe l’effetto di una politica estera più autonoma da parte di Ankara, che rilanci il suo ruolo di ponte eurasiatico.

Le considerazioni fatte restano, però, sospese fino a quando i parlamenti non avranno ratificato i protocolli firmati, e solo a quel punto si saprà quanto realistiche siano le prospettive di pacificazione e quali saranno le reali conseguenze dello storico tentativo di riavvicinamento tra turchi e armeni. Nel frattempo il processo sembra già minato. La Turchia ha protestato contro una sentenza della Corte Costituzionale armena, che, nel rigettare una domanda di illegittimità dell’accordo, ha fatto riferimento al massacro degli armeni e ha confermato l’assenza di un legame tra il riavvicinamento turco-armeno e la questione del Nagorno-Karabakh, dando l’idea di modificare i termini e l’interpretazione dei protocolli. Yerevan rigetta le accuse e preme affinché Ankara dia ai documenti l’approvazione parlamentare. Naturalmente, senza quest’ultima, difficilmente il governo armeno potrà superare le proprie opposizioni parlamentari per ottenere la ratifica.

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