Armenia-Azerbaigian: scontro etnico e interessi geopolitici nel Caucaso meridionale

Dal 27 settembre 2020, la regione del Nagorno Karabakh, abitata in larga parte da armeni ma storicamente parte dell’Azerbaigian, è stata interessata da un’ulteriore recrudescenza delle tensioni etniche manifestatesi per la prima volta con il crollo dell’impero zarista. Nei decenni di dominio sovietico gli attriti sembravano ormai sopiti, visto che il territorio era stato configurato come regione autonoma nel più ampio insieme delle repubbliche sovietiche. La fine dell’URSS, entità statuale accentratrice, ha riaperto quelle fratture etno-religiose di antica origine contribuendo ad alimentare il conflitto aperto scoppiato nel 1992 e terminato ufficialmente due anni più tardi, nonché la recrudescenza odierna, manifestatasi negli scontri diretti che hanno luogo dal mese di settembre 2020. L’attuale escalation esula tuttavia dalla semplicistica lettura che vede solo uno scontro etnico, visto che in gioco vi sono attori esterni come la Turchia e la Russia, gli stessi che più volte in passato si sono scontrati per l’egemonia nella regione caucasica. Gli interessi in ballo sono oggi più ampi; infatti, nel corso degli ultimi tre decenni, il Caucaso meridionale si è trasformato in uno snodo commerciale vitale per il mercato degli idrocarburi

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Il Nagorno Karabakh, regione abitata da una maggioranza armena, ma con una consistente minoranza azera rifugiatasi nel resto dell’Azerbaigian dopo il conflitto del 1992, ha visto nel 2020 una nuova escalation delle ostilità tra le due compagini etniche che coabitano all’interno di quello stesso territorio, retto da un governo denominato Repubblica dell’Artasakh. Tale entità statale de facto indipendente, mai riconosciuta a livello internazionale nemmeno dall’Armenia, comprende anche sette distretti azeri che circondano la regione, annessi durante il conflitto del 1992 allo scopo di fungere da “territorio cuscinetto” tra armeni e azeri. Dopo la crisi del 1992, vari tentativi di mediazione in sede OSCE si sono susseguiti nel corso del tempo, con la Russia che ha svolto un ruolo di primo piano nel cercare un accordo tra le parti grazie al lavoro del “Gruppo di Minsk”, un gruppo di Stati che con il benestare dell’OSCE si è riunito più volte nel corso degli anni al fine di giungere all’avvio di negoziati che avessero come obiettivo finale una pace durevole.  

A tale scopo, il gruppo di Minsk si è riunito in numerose occasioni, arrivando a delineare una linea di condotta articolata nei cosiddetti principi di Madrid, concordati nel 2007 ed estesi poi nel 2009 per mezzo della Dichiarazione di Madrid. I punti in questione hanno delineato delle linee guida per condurre i negoziati prevedendo alcune precondizioni, tra cui: la restituzione allo stato azero dei “distretti cuscinetto” e la possibilità per i rifugiati e gli sfollati interni all’Azerbaigian di far ritorno alle loro case situate nella regione contesa. In aggiunta, si è ragionato in merito a una possibile missione di pace con funzione di interposizione, ma l’Armenia ha vanificato il tutto rifiutando di cedere i “distretti cuscinetto” senza aver prima avuto garanzie certe circa la simultanea istituzione della missione di interposizione. Il timore di fondo da parte di Erevan era quello di lasciare la regione del Nagorno Karabakh senza protezioni certe, visto che la tensione tra i due Paesi, almeno a livello propagandistico, non è mai completamente scemata, poiché entrambe le parti in conflitto hanno proseguito nell’opera di demonizzazione del nemico.

Il conflitto esploso a settembre non si riduce tuttavia a una mera contrapposizione di carattere etnico e religioso, dal momento che il sostegno turco all’Azerbaigian non si limita più ai proclami di facciata che esprimono sostegno e fratellanza. Gli slogan di matrice “panturchista” sono stati infatti affiancati dalle forniture di armi e mezzi bellici, senza contare il fatto che gli scambi economici tra Baku e Ankara hanno visto negli ultimi anni un notevole rafforzamento generale. In più, stando al sospetto più volte adombrato dal governo armeno, la Turchia starebbe aiutando l’esercito azero anche con l’invio di propri mercenari lungo il fronte recentemente riapertosi nella regione contesa. Tale sospetto, smentito da Ankara e difficilmente dimostrabile visto che i mercenari non vengono inquadrati all’interno delle forze combattenti regolari, ha alimentato la narrativa semplicistica che vede in questo contrasto un vero scontro di civiltà. Al di là della propaganda proveniente da entrambe le parti, va constatato come la presenza turca nelle dinamiche caucasiche stia complicando l’agenda russa nella regione, dal momento che il Cremlino intende salvaguardare la propria sfera di influenza nel suo “estero vicino”, e non può quindi schierarsi a fianco di una delle parti in conflitto alienandosi uno dei due Paesi alleati.

L’interesse di Mosca è dunque orientato verso una soluzione negoziale che le permetta di rimanere neutrale. La Russia, infatti, nonostante gli accordi di cooperazione militare con l’Armenia, dove sono presenti basi russe proprio nel territorio contiguo alla regione contesa, non può rinunciare alla sua alleanza con Baku, dal momento che anche l’Azerbaigian è un alleato strategico per mantenere un equilibrio geopolitico favorevole nella regione. Al Cremlino, infatti, l’intero territorio del Caucaso meridionale è concepito come uno spazio strategico al fine di mantenere la sicurezza nelle regioni meridionali della Russia, percorse da afflati indipendentisti mai sopiti, che potrebbero trovare nuovo vigore. Le istanze “panturchiste” promosse da Ankara, la quale non nasconde l’intento di espandere la propria sfera di influenza al di là dei suoi confini, potrebbero contribuire a destabilizzare il precario equilibrio caucasico. Il Cremlino ha cercato dal canto suo di governare la situazione, mediando per il cessate il fuoco raggiunto il 9 ottobre e disatteso il giorno dopo da entrambe le parti.


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L’escalation attuale, a differenza di quelle precedenti, minaccia tuttavia di avere ripercussioni più ampie rispetto al passato; ciò è dovuto al ruolo rilevante assunto dall’Azerbaigian nel mercato energetico, da cui dipende gran parte del suo prodotto interno lordo. Infatti, dal momento che a nord della regione contesa del Nagorno Karabakh transitano i gasdotti e gli oleodotti che trasferiscono gli idrocarburi azeri in Turchia e in parte anche in Europa, vi è un serio timore che le forze armate armene, pressate dalle ripetute offensive azere, possano facilmente prendere di mira le infrastrutture energetiche del nemico. Una simile svolta rischierebbe di alimentare ulteriormente la tensione nell’area, costringendo Mosca a giocare un ruolo più assertivo nel dossier in questione, in cui, al contrario, la Turchia si è posta esplicitamente a sostegno di Baku. Per scongiurare l’erosione della sfera di influenza russa nel Caucaso meridionale, di fronte all’eventuale riacutizzarsi della tensione Mosca avrebbe interesse a intervenire come forza di interposizione tra le parti, smorzando in tal modo il conflitto tra quelli che per la Russia rappresentano due alleati imprescindibili per la sicurezza del suo confine meridionale caucasico.