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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoAppunti ucraini: per un nuovo "containment" della Russia

Appunti ucraini: per un nuovo “containment” della Russia

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Eugene Rumer e Andrew S. Weiss, entrambi membri di alto livello del Carnegie Endowment for International Peace, hanno firmato sul Wall Street Journal un articolo che si immette appieno nel dibattito sulla guerra in Ucraina e sull’evoluzione dei rapporti tra blocco occidentale e Russia, evidenziando, ancora una volta, l’errore di prospettiva in cui la comunità politico-strategica euro-americana è caduta.

L’articolo si intitola emblematicamente “It’s Time to End Magical Thinking About Russia’s Defeat” ed invita a smettere di pensare che la Russia possa essere “magicamente” sconfitta, proprio nel momento in cui la controffensiva ucraina ha mostrato i suoi limiti, le truppe russe sono passate all’offensiva in vari settori del fronte, il conflitto in Medio Oriente riempie le pagine dei giornali ed ha catapultato su Gaza l’attenzione delle cancellerie occidentali e, non da ultimo, il sistema politico russo ha resistito al golpe di Prigozhin e quello economico-industriale sta sostenendo il peso delle sanzioni ed irrorando rifornimenti in armi e munizioni alle forze operanti.

Lo svantaggio strategico generale della Russia, in quella che è la “guerra grande” contro l’Occidente, è compensato dalla necessità di finanziare ed armare l’Ucraina per garantirne la resistenza nella “guerra piccola”, dove, invece, Mosca sembra essere riuscita ad imporre la sua tattica di logoramento e “scontro di materiali” – che nell’escalation favorisce chi ha oggettivamente più risorse ed è facilitato nel procurarsene – con la conseguente emersione dei choke points critico per il blocco di alleati di Kyiv: i ritmi di produzione dell’industria militare ed il sostegno delle opinioni pubbliche al conflitto.

Rumer e Weiss hanno scritto che “i tecnocrati responsabili della gestione dell’economia russa hanno dimostrato di essere resilienti, adattabili e pieni di risorse. Gli elevati prezzi del petrolio, dovuti in parte alla stretta collaborazione con l’Arabia Saudita, stanno riempiendo le casse statali. L’Ucraina, al contrario, dipende fortemente dalle infusioni di denaro occidentale”. La dipendenza ucraina dall’Occidente costituisce insieme la tutela degli interessi nazionali ma anche il più serio limite alla prosecuzione della guerra ed al raggiungimento degli obiettivi che Kyiv si è posta, come il ritorno alla situazione ante-22 febbraio 2022.

Le difficoltà connesse alla mancanza di autonomia finanziaria ed industriale-militare ucraina sono emerse con l’inizio della campagna elettorale presidenziale statunitense (episodi come la spaccatura dei repubblicani proprio sulla questione ucraina o le necessità di Biden di legare i conflitti ucraino e israelo-palestinese sono esempi emblematici) ed il fallimento della controffensiva e sono state analizzate anche dal comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Valerii Zaluzhnyi, in un documento nel quale ha  spiegato che rompere gli schemi della “parità” strategica con la Russia è il passaggio fondamentale per passare dalla guerra di posizione – lunga e dove prevale la legge del vantaggio competitivo in termini di risorse – a quella manovrata.

Ma la “parità” strategica è parte integrante del vantaggio di cui gode la Russia in questo momento. Il vecchio detto attribuito al Mullah Omar, lo storico capo talebano, “voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo” sembra valere anche per Mosca in questo momento. 

Il sostegno di una parte consistente della NATO (quella dei Paesi dell’Europa occidentale) all’Ucraina è legato alla sua “guerra di liberazione nazionale” e non ad una guerra schiettamente offensiva che possa causare, in caso di vittoria, il rischio di collasso della Russia sull’onda di un’invasione e dell’implosione del sistema putiniano. Anche perché lo sfaldamento del sistema imperiale russo non per forza sarebbe foriero di una ondata di democratizzazione, come gli esempi storici della guerra civile (1917-1922) e del collasso dell’Unione Sovietica (1991) hanno abbondantemente dimostrato. 

In questo contesto è naturale il ritorno degli approcci realisti al conflitto russo-ucraino ed alla sua evoluzione. La differenza tra il realismo con cui Stati Uniti e blocco occidentale hanno affrontato la minaccia sovietica durante la guerra fredda e le aspettative di marca “liberale” che hanno condizionato l’azione delle loro cancellerie a partire da febbraio 2022 è tutta qui. 

Per utilizzare le parole di Rumer e Weiss, troppo spesso i leader occidentali si sono abbandonati a “pensieri magici”, scommettendo sull’efficacia delle sanzioni economiche, su una controffensiva ucraina riuscita o sul trasferimento di nuovi tipi di armi “game changer” per costringere il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative. Oppure sperando di vedere Putin rovesciato con un golpe o una congiura di palazzo.

I provvedimenti a breve termine, presi non in anticipo ma sull’onda dell’evoluzione della guerra, hanno condizionato in negativo la strategia (o la mancanza di essa) dell’Occidente, anziché costruire una strategia di “contenimento paziente ma fermo e vigile” – come lo avrebbe definito George F. Kennan, il padre del containment antisovietico – valida non solo per il confitto in Ucraina ma, più in generale, per la sfida revisionista che Mosca ha lanciato all’ordine internazionale liberale.

I realisti sono stati accusati di essere sostenitori della politica aggressiva della Russia perché hanno evidenziato errori e doppiezze dell’Occidente rispetto alla gestione della crisi e poi della guerra in Ucraina. Nei fatti, però, senza analizzare gli errori, non si possono generare opportunità da essi. Hanno ragione, allora, Rummer e Weiss quando scrivono che “gli Stati Uniti e i loro alleati devono avere ben chiaro la natura a lungo termine di questa impresa (la tutela dell’Ucraina e la sua integrazione in Europa, connessa al contenimento della Russia, ndr). La fine della guerra, quando ciò accadrà, difficilmente riuscirà a sedare il confronto tra la Russia e il resto dell’Europa”.

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