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NewsAppunti di geopolitica liberale: Cina, Russia e Queimada

Appunti di geopolitica liberale: Cina, Russia e Queimada

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Qualche settimana or sono, su una rivista americana di politica internazionale, un autorevole studioso e diplomatico russo, si domandava se il ‘picco’ del riavvicinamento strategico e geopolitico di Cina e Russia fosse stato raggiunto e a quel punto ‘superato’. Cina e Russia sono e rimarranno importanti partner strategici di fondo almeno fino a quando l’assetto del potere mondiale non avrà cambiamenti drastici.

 Questa forte partnership strategica sino-russa era frutto, in primo luogo, della politica russa di ‘equilibrio’ di potenza in un mondo ‘multipolare’ (la geopolitica russa è quella del multipolarismo) e in secondo luogo delle strategie americane di ‘contenimento’ (o pseudo-tale) multiplo anti-russo e anti-cinese. Ma questa partnership strategica, si chiedeva lo studioso russo, (che è fautore dell’approccio ‘euroasiatico’ della diplomazia di Mosca, un po’ in linea con un altro grande studioso e diplomatico russo, E. Primakov), poteva aver raggiunto il suo ‘picco’.

Molte erano i motivi che spingevano lo studioso in questa valutazione. In primo luogo, l’assertività della Cina. Pechino con l’amministrazione di Xi Jinping è diventata più assertiva in molti dossier internazionali. Ma al di là della attuale leadership cinese, appare evidente che la Repubblica Popolare con la sua ‘stazza’ economica, sociale, geopolitica, anche con un reddito pro capite ancora relativamente poco alto, produce effetti tsunami geopolitici rilevanti. Figuriamoci quando Pechino avrà un reddito pro capite medio pari a quello dei paesi Ocse, quale saranno gli impatti economico-geopolitici! Con le sue economie di scala e di nicchia corrispondenti, con la sua enorme capacità di accumulazione e di produzione manifatturiera, l’effetto tsunami sarà moltiplicato, nonostante i suoi indubbi problemi critici, dal debito alla demografia passando per alcune imprese di stato, che la affliggono. La Cina, insomma, al di là dell’assertività dell’attuale amministrazione, non può che produrre cambiamenti importanti negli assetti mondiali reali non fosse che per il suo peso sociale-economico e storico. Il peso crescente di Pechino (e l’assertività dell’attuale leadership) pone problemi al potente vicino russo. E questo è il primo fattore.

Poi c’è il nazionalismo di una fetta importante della opinione pubblica cinese. La Cina è retta, come è noto, da un Partito ‘egemonico’ che ha la forma di ‘partito-stato’; attualmente con l’amministrazione di Xi Jinping, il partito stato ha assunto un governo particolarmente autoritario. Pur tuttavia in Cina c’è ed è particolarmente estesa, una pubblica opinione nazionale che si esprime, sotto gli sguardi della censura, nella blogsfera in modo impetuoso. Il nazionalismo a sua volta è una delle principali formule di legittimazione politica del regime del partito egemonico: con la Repubblica Popolare la Cina si è riunificata e ha superato il luogo periodo del ‘secolo delle umiliazioni’. La legittimazione patriottica quindi è molto importante a Pechino ed è usata politicamente dal partito stato. Ovviamente l’ideologia e le pulsioni nazionalistiche sono un terreno sempre molto delicato per un sistema di consenso politico: sono un facile e influentissimo strumento di legittimazione ma possono diventare anche un linguaggio e codice di contestazione. Il partito stato usa le pulsioni e le tendenze nazionalistiche ma così viaggia su un sentiero scosceso: e comunque quelle pulsioni e tendenze, espresse nella blogsfera, creano problemi ad esempio nelle relazioni con i vicini come il partner russo.

C’è poi un terzo elemento problematico nella relazione sino-russa: la crescente influenza cinese nel cortile di casa centro-asiatico della Federazione russa. Le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, da sempre nell’orbita di Mosca, sono ora sempre più attratte dalla Via della seta di Pechino. E ciò ovviamente deve essere gestito geopoliticamente da Pechino e da Mosca.

Nonostante tutto ciò la relazione di partnership strategico sino-russa è destinata a restare (almeno fino a quando gli Usa avranno un ruolo forte nel sistema internazionale), diceva quell’autorevole studioso russo, ma Cina e Russia non diventeranno alleati militari formali. Diceva.

Le pressioni americane però rischiano di cambiare questo quadro, già fortemente negativo per gli Stati Uniti: l’EurAsia infatti fino a quando gli Stati Uniti avranno un ruolo ‘imperiale’, rimarrà un asse geopolitico e capitalistico alternativo a Washington. Ma dato che le cose non stanno mai ferme, questo asse tenderà ad espandersi e consolidarsi. Non solo.

Come dicevamo le cose non stanno ferme in politica mondiale: gli Stati Uniti premono su Cina e Russia su due delicatissimi fronti. Taiwan per quanto riguarda la Cina, l’Ucraina per quanto concerne la Federazione russa. Altri autorevoli studiosi spiegano come questa doppia pressione americana induca ad un ulteriore avvicinamento strategico di Cina e Russia. Tanto che la stampa asiatica inizia a parlare di ‘alleanza miliare’ sino-russa mentre le rispettive flotta fanno continue esercitazioni ad esempio nel mar del Giappone.

Insomma le situazioni di tensione attorno a Taiwan e in Ucraina, invece di indebolire Cina e Russia, le spingono ad approfondire ulteriormente il loro riavvicinamento strategico e geopolitico. L’attuale gestione americana di questi delicati dossier non è ottimale dal punto di vista sia geo-strategico sia geopolitico-economico.
Ma c’è dell’altro: Cina e Russia non solo tendono, (almeno per ora), ad approfondire la loro cooperazione strategica, ma continuano a coordinarsi a livello di diplomazia. Ad esempio in Asia meridionale. Il 6 dicembre scorso, il presidente russo Vladimir Putin è giunto a Delhi. Putin si è recato in questi mesi pochissime volte in missione all’estero preferendo nettamente gli incontri in virtuale. La missione indiana quindi doveva essere molto molto importante. Per Mosca e per Delhi. 

Vladimir Putin e Narendra Modi hanno hanno confermato le intese precedenti riguardanti sistemi missilistici russi avanzati. Delhi ha confermato gli acquisti nonostante i veti e le minacce di sanzioni americane. Nonostante le lettere aperte di esponenti americani reazionari come il senatore repubblicano di destra della Florida Marco Rubio, Delhi ha confermato la sua politica di ‘multi-allineamento’ con gli Usa ma anche con la Russia, con il Giappone, ma senza tralasciare la Cina.

Putin, secondo alcuni osservatori bene informati, ha portato una specie di ‘messaggio’ di Xi Jinping a Modi, un ‘messaggio’ per favorire la ripresa dei negoziati di frontiera fra Cina e India. Dopo i noti incidenti di confine, le relazioni sino-indiane si sono incrinate mentre si sono allargate quelle indiano-americane. Delhi però da un lato non si fida del tutto dell’approccio americano, e dall’altro lato vuole rimanere fedele alle politiche di ‘multi-allineamento’ . E dall’altra parte l’India non può fare a meno di rapporti importanti con la Cina, vitali dal punto di vista economico (gli investimenti cinesi e le relazioni dei grandi gruppi indiani con Pechino sono consistenti) e da quello geopolitico regionale (l’influenza cinese in Pakistan è decisiva per Delhi). Il messaggio cinese via Putin al di là delle sue forme, è quindi un ulteriore elemento che va visto assieme al recente summit dei ministri degli esteri del RIC, il formato geopolitico che riunisce Russia, India e Cina (i documenti dei tre ministri degli esteri sono interessanti), e al summit della SCO, l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, di cui fanno parte anche le tre capitali RIC. Il supporto indiano alla Cina sul tema olimpico è significativo, quindi.

L’India vuole una forte relazione con gli Usa, (come si evince dall’adesione al QUAD), ma quella relazione non è minimamente esclusiva nell’ottica di Delhi: ci sono anche Cina e Russia. Putin d’altra parte ha offerto e richiesto all’India di approfondire con la benedizione di Mosca (e forse anche di Pechino) i rapporti in Asia centrale.

Insomma, la Russia vuole portare l’India più vicina (o addirittura dentro) all’EurAsia per renderla geopoliticamente più bilanciata. Ed è sostenuta  in questo approccio dalla Cina, che così vuole colpire le politiche americane di ‘contenimento’ multiplo anti-cinese/anti-russo/anti-iraniano. 

In tal modo, poi, la Russia continua a porsi come rivale di sistema geopolitico in Asia rispetto agli Stati Uniti. Mentre Washington continua a cercare di costruire una Asia ‘bipolare’ fra Cina e Usa, la diplomazia di Mosca continua a tessere il filo dell’Asia ‘multi-polare’. L’India la sostiene; la Cina ovviamente preferisce una cintura di nazioni ‘neutrali’ rispetto ad una rete di alleanze pro-Washington. Proprio la spinta americana ad una Asia bipolare quindi si può ritenere che spinga Delhi a consolidare la relazione con la Russia; ciò anche per avere un ulteriore canale con la Cina. E ciò significa che l’Asia tende ad essere ‘multipolare’ o, per meglio dire, ‘multi-centrica’.

Tutto ciò a che cosa ci porta? Forse il ‘picco’ della relazione di partnership sino-russa è stato raggiunto, ma le contraddizioni politiche e geopolitico-economiche americane possono proporre ulteriori e non prevedibili nuovi ‘quasi-picchi’ sino-russi. Intanto però c’è un’altro fronte geopolitico da tenere bene d’occhio, quello sudamericano ed emisferico.

Proprio in questi giorni tre piccoli paesi dei Caraibi e dell’America centrale hanno assunto posizione e posture geopolitiche di un certo interesse. Barbados, ex colonia inglese, è diventata repubblica, rimandando a casa la Corona britannica. L’Honduras ha un nuovo presidente, di sinistra, che è orientata a stringere legami con Pechino al posto di Taipei. Il Nicaragua, altra repubblica centro-americana, anch’essa per lungo tempo dominio della United Fruit Company (grande compagnia americana ben nota!), ha annunciato il riconoscimento della Repubblica Popolare al posto di Taiwan. In tutti questi tre fatti c’è lo zampino geopolitico della Cina. Anche nella proclamazione di repubblica dello stato-isola di Barbados. Tutto questo si ricollega alla crescita enorme delle relazioni dell’emisfero americano con la Cina. I numeri sono impressionanti: nel 2000 l’interscambio fra Cina e America Latina era di 12 miliardi di dollari, oggi è di 300 miliardi, e fra qualche anno raddoppierà a quasi 700 miliardi facendo della Cina il primo partner economico del subcontinente. L’emisfero di Monroe diventerebbe l’emisfero di Xi. La Cina si presenta con investimenti e risorse, importa materie prime e esporta beni manufatti. Gli Stati Uniti si presentano con chiacchiere propagandistiche. Detto per inciso, anche la Russia è della partita assieme alla Cina come si è visto nella crisi venezuelana.

Tutto ciò succede in un mondo latinoamericano in rapida trasformazione e con leadership emergenti di orientamento neo-populistico. A destra come a sinistra. Le scelte geopolitiche di questi paesi (piccoli e meno piccoli) si collegano con la crisi generale del mondo emisferico. Una crisi che la pandemia ha seriamente aggravato ma che era preesistente. Le crisi economiche e sociali fanno da propulsore delle nuove leadership neo-populistiche. Il caso del Cile è emblematico: nelle recenti elezioni presidenziali si sono scontrati il candidato della sinistra ‘radicale’ e quello della destra radicale apertamente autoritaria. Il sedicente modello cileno (frutto della dittatura di Pinochet e delle ‘riforme’ economiche pseudo-liberistiche ‘made in Chicago’ organicamente collegate alle ‘vicende’ dello Stadio di Santiago) è quindi crollato su se stesso. La vicenda è importantissima da diverse angolazioni.

In primo luogo, essa costituisce l’ennesima conferma della crisi organica dei sistemi politici di alternanza ‘competitiva-bipolare’: la iper-polarizzazione e la crisi di capacità di governo rendono questi sistemi politici estremamente poco efficienti in questo periodo storico, con tutte le conseguenze del caso, in economia nazionale e globale come in politica mondiale. In secondo luogo, la crisi sistemica del modello cileno rende plastica la crisi organica del ciclo ‘pseudo-liberistico’ (o ‘neo-liberistico reale’): alla fin fine, queste elezioni mostrano che quel ciclo finisce lì dove tutto era tragicamente iniziato. La storia ea cominciata con il golpe di Auguisto Pinochet contro il governo costituzionale di Salvator Allende e la conseguente strage ‘anti-comunista’. 

Ma la crisi del ciclo ‘neo-liberistico reale’ ci riporta alla crisi del sistema geopolitico dominante americano nell’emisfero. Le scelte geopolitiche di Barbados, Honduras, Nicaragua ci mostrano la validità delle asserzioni dell’agente inglese a Queimada (un celebre film con Marlon Brando) che spiegava come le contraddizioni di un’intera epoca, allora era l’epoca dell’imperialismo coloniale a leadership inglese, oggi si potrebbe dire che è l’epoca dell’’Impero’ post-liberale americano, si disvelano più facilmente in realtà apparentemente iper-periferiche. L’isola dello zucchero di Queimada nel film, i piccoli paesi del Caraibi e del CentroAmerica nella realtà di oggi. Marlon Brando forse comprendeva di più di geopolitica di certi ‘super-specialisti’ (di scuola neocon in particolare). Una cosa appare evidente: gli Stati Uniti invece di continuare con le politiche di ‘contenimento’ anti-cinese e anti-russo non farebbero meglio ad elaborare e implementare geopolitiche innovatrici per l’America latina e l’emisfero ex Monroe, prima che sia troppo tardi?

Barbados, Honduras, Nicaragua sono piccoli paesi che disvelano le contraddizioni di una epoca intera. Ed allora andiamo a Washington. Le aspettative dell’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca erano grandi, dopo il periodo trumpiano. The Donald era finalmente fuori gioco (si pensava…). E poi c’era la nuova economia. I racconti sulla strategia economica bideniana ne parlavano come il novello presidente del novello New Deal che avrebbe portato gli States in una regione politica più rassicurante. Le cose erano in realtà diverse e difatti sono cambiate drasticamente e rapidamente. I sondaggi sono impietosi. Joe Biden e la sua amministrazione sono in caduta libera. Nonostante il varo dei piani di rilancio economico massicciamente finanziati in deficit (e contrattati a Capitol Hill con la destra repubblicana e i democratici più conservatori). 

Morale. Biden oggi perderebbe di brutto contro Trump, 40 a 44 nel voto popolare (nei voto dei grandi elettori sarebbe una catastrofe.); i repubblicani guidano le intenzioni di voto per il Congresso sui democratici con un delta del 10 per cento. Un disastro dunque per Joe Biden e Kamala Harris. Un disastro dal quale i Dem non vedono una via di uscita. I ‘summit della democrazia’ di Blinken non riescono ad occultare la realtà di un sistema politico americano iper-polarizzato in corsa verso il baratro: la vittoria repubblicana, ovvero del partito di Trump oggi, al Congresso implicherebbe un blocco totale dell’amministrazione Biden-Harris. La eventuale vittoria di Trump alle prossime presidenziali innescherebbe una nuova pericolosissima fase di contrapposizione radicale di legittimazione politica della leadership nazionale. Con tutte le armi da fuoco che sono in giro per gli States, vi è da preoccuparsi per la stabilità stessa della società americana. 

Biden dunque è in gravissima crisi. Il sistema politico americano pure. Ma perchè? Vi sono tantissime ragioni ovviamente la cui analisi richiederebbe saggi ed analisi rigorose, adeguate, lunghe. C’è però un punto che deve essere rapidamente e sommariamente qui esaminato: la crisi storica che stiamo attraversando è contraddistinta da enormi incertezze economiche, insicurezze psicologiche e socio-politiche correlate a crescenti (e paurose) disuguaglianze sociali, di opportunità, di redditi, ricchezze e di potere. Nella crisi epocale degli anni Trenta e dintorni, quella sfida terribile fu alla fine governabile democraticamente, in parte da sinistra, con il Welfare State che fu attuato dopo la seconda guerra mondiale in Europa e Occidente. Ciò salvò i nostri paesi dai pericoli comunisti sovietici e pose le basi del periodo d’oro della redistribuzione sociale, della produttività e della crescita economica del compromesso Keynesiano. Quei Welfare state e quei capitalismi sociali Keynesiani erano costruzioni sostanzialmente nazionali pur nell’ambito di un sistema geopolitico e capitalistico mondiale a direzione Usa. 

Oggi una sfida affine per essere governata democraticamente, deve avere risposte innovatrici neo-liberali, neo-riformiste di sinistra, neo-radicali di sinistra su scala istituzionalmente globale: le politiche della domanda Keynesiane e neoKeynesiane, le politiche della transizione e della Grande trasformazione ecologica, le politiche di mercato concorrenziale e dell’offerta liberali ‘classiche’ possono essere sostenute, elaborate e implementate solamente con una forte presenza a livello globale. Esse possono essere costruite solamente con un ‘accordo politico e geopolitico globale’ forte. In assenza di quell’accordo globale, i fattori di incertezza, insicurezza, disuguaglianza si consolidano e si allargano sempre di più, destabilizzando tutti i sistemi e i regimi politici; mandando all’aria in particolare i sistemi politici e i regimi ‘iper-polarizzati’. 

Le destre, nella versione neo-nazionalista, possono fare a meno di grandi accordi politici globali: le loro ‘soluzioni’ alla fine non sono tali, ma vengono comunque percepite come alternative (seppur illusorie) e quindi sostenute da settori ampi di opinione pubblica e di società in assenza di programmi efficaci. Liberali innovatori, neo-riformisti e neo-radicali di sinistra non possono invece eludere la ‘questione principale’, ovvero la necessità dell’’accordo politico e geopolitico globale’, se vogliono avere e proporre uno straccio di soluzione. In assenza dell’’accordo politico e geopolitico globale’, puramente e semplicemente, liberali innovatori, neo-riformisti e neo-radicali di sinistra non hanno una agenda pubblica efficace nè una capacità di governo adeguata. E quindi soccombono al primo anno. Inutile dire che ‘accordo e geopolitico politico globale’ significa una geopolitica/geoeconomia profondamente diversa da quella della troika Biden-Blinken-Sullivan, ovvero la geopolitica  del ‘ri-allineamento ideologico’ delle potenze civili d’Occidente, Europa e Giappone, e della ‘concorrenza  (o contenimento) estrema’ contro l’EurAsia, Cina e Russia. Al contrario, serve una geopolitica/geoeconomia di rafforzamento civile di un (nuovo) ‘Occidente’ sull’’asse’ di Berlino e Tokio con una comune visione social-liberale; e serve una geopolitica/geoeconomia di competizione/cooperazione ben regolate fra questo‘Occidente’ social-liberale, Cina, Russia e gli altri grandi attori mondiali e regionali. 

Il nuovo ‘quasi-picco’ dell’avvicinamento strategico sino-russo, le spinte geopolitiche dell’emisfero americano, le sfide globali impongono innovazione, come aveva capito perfettamente Angela Merkel. Una geopolitica/geoeconomia di rafforzamento civile dell’Occidente e di competizione/cooperazione ben regolata con l’EurAsia e gli altri attori globali e regionali, serve anche nell’emisfero ex Monroe (nonchè in Asia-Pacifico ad iniziare proprio dall’Asia meridionale). La geopolitica/geoeconomia del mondo globale è, secondo noi, direttamente politica sociale ed economica nazionale. La sinistra alla Biden ci pare che non lo abbia capito o che lo ha abbia capito malamente: per questa ragione, potremo definirla una sinistra’ zombie’. 

Le scelte geopolitiche di piccoli paesi dell’emisfero contribuiscono a disvelare le contraddizioni del sistema politico americano: in particolare la ‘contraddizione principale’ della sinistra alla Biden, una sinistra tanto celebrata da alcuni ‘super-specialisti’ (neocons di destra e di sinistra???) in contrapposizione alla vecchia Europa di Angela Merkel (e Olaf Scholtz). La sinistra di Biden dovrebbe aprirsi ad accordi globali, ma essa non riesce neppure ad elaborare il problema a causa della cultura politica e di alcuni interessi potenti che essa rappresenta al posto degli interessi più ‘naturali’ delle classi lavoratrici, della borghesia produttiva e di quella istruita. Tutto ciò rende la sinistra alla Biden asfittica e conservatrice (si potrebbe dire che essa è ‘sinistra di regime’). Ma forse proprio da quella vecchia Europa potrebbe arrivare un approccio geopolitico e politico-economico davvero sostenibile per l’Occidente e adeguato per il mondo globalizzato nonchè coerente con una sinistra rinnovata, capace di ‘egemonia’ e quindi liberata da interessi improduttivi e, specialmente, liberata da culture politiche illiberali. Ma questo è proprio un altro discorso.

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