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Appunti di geopolitica liberale. Le navi sono ormai uscite dal porto (americano)

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Le navi ormai sono uscite dal porto. Washington non ha più il potere e l’influenza di favorire o, tanto meno, di ordinare un loro ritorno alla base. Di che parliamo? Dell’EurAsia, ovvero dello spazio geopolitico e capitalistico eurasiatico integrato e sempre più collegato politicamente che ricomprende in particolare Russia, Cina, Iran.

I fatti parlano chiaro. Il 16 giugno scorso, si conclude, dopo oltre due ore di colloqui, il summit fra Joe Biden, neo-presidente americano e il presidente russo Vladimir Putin. Dopo aver definito assassino il capo del Kremlino, il capo della Casa Bianca aveva deciso di andare a colloquio diretto con Putin. L’obbiettivo non dichiarato ma ampiamente sbandierato da commentatori e specialisti, ‘neocon’ (di sinistra) per lo più, era quello di mettere un cuneo fra Russia e Cina, in modo da indebolire entrambi nel rapporto con gli Stati Uniti. ‘La Russia si sente stretta di fronte alla Cina’, era l’argomentazione di fondo.

Le date. Il 16 giugno si tiene il summit dei due presidenti, ‘colloqui costruttivi’ vengono definiti. Sono stati preceduti da una lunga e chiara intervista di Putin alla NBC. Passano poche ore, il 17 giugno, Cina e Russia svelano ulteriormente i loro programmi di collaborazione spaziale riguardanti la futura base lunare. Programmi che, (annunciano le agenzie spaziali cinese e russa), peraltro sono aperti a ulteriori collaborazioni internazionali. La data di scadenza per la sua messa in attività, almeno nelle intenzioni, è il 2035, fra 14 anni quando viene previsto il completamento della stazione lunare sino-russa. ‘Spazio ultima frontiera’, recita il mantra di Star Trek. E certamente l’avventura e l’esplorazione spaziali sono una ‘nuova frontiera’, ma quando si parla di missioni astronautiche non siamo alle prese solamente con l’eterna aspirazione umana di alcune società a conquistare e andare oltre le ‘frontiere’.

Lo spazio è pure il cuore di alcuni degli investimenti e delle innovazioni tecnologiche più importanti. Per le missioni nel cosmo e per l’umanità intera. Per spedire un rover sulla superficie lunare o marziana, per inviare uomini fra la Terra e la Luna, per inviare sonde automatiche, missioni umane o addirittura per costruire flotte di navi spaziali che viaggino verso il pianeta rosso, occorrono tecnologie, soluzioni ai problemi, organizzazioni sociali innovative che funzionino davvero lassù nello spazio profondo e che non facciano scherzi. Occorrono più rivoluzioni tecnologiche. Tutto ciò a sua volta produce ulteriori rivoluzioni tecnologiche: basta pensare un attimo a tutto ciò che può significare produrre cristalli, leghe metalliche, farmaci a gravità zero. Il fatto che Cina e Russia abbiamo deciso di rispondere all’unisono a Washington, neppure 24 ore dopo il summit fra Biden e Putin con una accelerazione del programma lunare parla più di mille interviste alla NBC o di dieci missioni di Yang Jiechi, l’importante Consigliere di stato cinese, a Mosca. Parla il linguaggio della rivoluzione tecnologica e capitalistica del futuro: le navi Cina e Russia sono uscite dal porto Washington, ormai agiscono in modo concorde e intendono continuare a farlo. Il messaggio di Mosca e Pechino agli Stati Uniti impegnati nella dubbia strategia del ‘contenimento/rollerback’ multiplo contro Russia e Cina non era stato sufficientemente chiaro? Passano pochi giorni, 12 per la precisione, e il 28 giugno i due presidenti, quello russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping, annunciato la conferma e l’allargamento dello storico ‘Trattato di amicizia’ sino-russo. Stavolta è un messaggio fortemente simbolico ma anch’esso parla chiaro: lo spazio eurasiatico appare coeso di fronte alle strategie washingtoniane di diplomazia coercitiva da un lato e di ricerca di cunei geo-strategici dall’altro. 

Passano altri pochi giorni e il 3 luglio, poche ore fa, Mosca e Pechino decidono di cooperare in materia di sicurezza dei dati e di rotta marittima artica. Qui le cose si fanno ancora più intriganti: la rotta artica, infatti, per ora appare molto poco sfruttabile per i commerci mondiali, ma il riscaldamento globale potrebbe aprirla in modo consistente e clamoroso fra poco tempo. E se ciò avvenisse, puramente e semplicemente cambierebbero le equazioni geopolitiche e capitalistiche mondiali fondate sulla storica rotta di Suez, la rotta delle Indie. Far East e Occidente (europeo) avrebbero un’altra linea di collegamento e di corridoio strategico aperta ed autonoma del potere marittimo tradizionale. Le rotte oceaniche rimarrebbero preminenti, ma ci sarebbe una alternativa. Lasciamo stare qui contraddizioni e conflittualità che porterebbe una rotta artica funzionante e rilevante, ma non sfugge l’importanza dell’intera faccenda. Cina e Russia collaborano dalla Luna al Polo Nord per organizzare lo spazio capitalistico mondiale prossimo venturo. E alla base di ciò mettono i principi del loro ‘Trattato di amicizia’. Piaccia o non piaccia. Ovviamente noi (da liberali) vogliamo una architettura geopolitica e capitalistica ben diversa, ma sta di fatto che le strategie americane non sono opzioni valide ed adeguate. Come si può ricavare dall’altro fattore di questi ultimi giorni: l’elezioni in Iran del nuovo presidente della Repubblica Islamica. Al posto di un riformista moderatamente pro-occidentale, Rohani, è arrivato un integralista nettamente pro-cinese, Raisi. Ciò costituisce l’ovvia ‘integrazione’ politica interna di Teheran del recentissimo mega-accordo di cooperazione economica, energetica, strategica fra Iran e Cina. Non solo: Teheran ha anche chiesto l’adesione all’’Unione economica eurasiatica’ a guida moscovita, ci spiega un osservatore particolarmente acuto. L’Iran cioè, si è ormai inserito a pieno titolo nello spazio geopolitico e capitalistico integrato della ‘Grande Eurasia’ con Cina e Russia. Mosca, Teheran, Pechino si muovono in modo piuttosto coordinato riguardo i dossier più importanti, si sostengono molto spesso un con l’altro, e cercano cooperativamente di limitare i danni delle politiche americane di diplomazia coercitiva contro uno o l’altro dei tre.

L’amministrazione Biden, riaprendo il gioco dell’accordo nucleare con Teheran, intendeva forse anche in questo caso cercare di mettere cunei nello spazio eurasiatico: l’elezione del nuovo presidente iraniano in qualche modo risponde a Washington. Facciamo pure passi avanti sul nucleare, sembra dire Teheran, ma noi, carissimi americani, siamo parte dell’EurAsia. La nave Teheran è anch’essa uscita dal porto Washington. Anche qui il fatto è grossissimo: Cina più Russia significa l’unità del cuore di quello che un tempo era il potere ‘continentale’ (e che oggi può invece essere definito il cuore dei corridoi e delle rotte fra Far East e Occidente nella logica del capitale globalizzato), l’Iran invece significava e significa il ‘Gendarme’ del Golfo persico seppure con diverse logiche geopolitiche al comando. Teheran è comunque il ‘Guardiano’ dell’arteria vitale dei rifornimenti di greggio e gas dai paesi produttori del Golfo verso il resto del mondo. Fino alla rivoluzione khomeinista, Teheran ha assunto quel ruolo nell’ambito del sistema strategico britannico prima, americano poi del Medio Oriente. Ora, con il mega-accordo sino-iraniano prima e con l’elezione del nuovo presidente poi, Teheran assume quella funzione nell’ambito dello spazio eurasiatico. Altrochè ‘carta Kissinger’ dunque per cercare di separare la Russia dalla Cina e l’Iran sia da Pechino che da Mosca! Qui siamo di fronte ad una situazione geopolitica del tutto differente. La realtà è che le strategie americane di questi ultimi anni, da Obama a Trump per giungere a Biden, hanno potentemente incentivato un processo storico peraltro già in movimento per ragioni obbiettive. Parliamo della genesi di uno spazio eurasiatico di modernizzazione capitalistica. 

Il punto centrale sta qui: mentre nel passato, anche recente, modernizzazione era sinonimo di ‘occidentalizzazione’ (in una delle sue versioni comunque), oggi la modernizzazione capitalistica non ha come declinazione assolutamene egemonica l’Occidente, sia esso quello europeo e renano, o quello americano. Ci sono altre modernità capitalistiche in campo: ci possono non piacere, ma ci sono. In particolare, è in campo la modernizzazione capitalistica ‘con caratteristiche cinesi’. Prima c’erano il modo di produzione capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il primo era espressione di una borghesia rampante, il secondo era invece mera espressione dell’arretratezza più cupa. Oggi non è più così (dato e non concesso che lo fosse nel passato): oggi ci sono più modi o formazioni capitalistiche avanzate e tendenzialmente egemoniche o ‘co-egemoniche’. Quelle made in Usa non sono sempre le più coerenti con il mondo globalizzato. Qui si potrebbe fare un lunghissimo discorso su mondo cinese e sviluppo della modernità. Moltissimi studiosi hanno trovato moltissimi fattori sociali, economici, financo culturali che spiegherebbero la ‘superiorità’ dell’Occidente rispetto all’’Oriente’ cinese per quanto concerne lo sviluppo e la modernizzazione capitalistica. Noi siamo un pochino dubbiosi riguardo tutte queste spiegazioni ‘a senso unico’, ma sia come sia, oggi giorno, la modernizzazione capitalistica non è più ‘monopolio’ dell’Occidente. Proprio qui sta il nodo centrale: lo spazio eurasiatico integrato non è semplicisticamente uno spazio geopolitico classico strategico. Esso è uno spazio capitalistico di modernizzazione. Ciò costituisce una sfida del tutto nuova.

Morale: Cina, Russia, Iran vanno, per ora, mano della mano non solo perchè Washington li spinge uno con l’altro ma perchè siamo di fronte a processi storici epocali che dovrebbero essere affrontati con pragmatismo intellettuale e con abilità politica, perchè siamo in un mondo globalizzato. 

La geo-strategia americana dei ‘limes’ e dell’’Impero’ non riesce e non può riuscire a smuovere Cina, Russia, Iran. Anzi ottiene effetti opposti. Cina, Russia, Iran reagiscono coordinandosi nonostante contraddizioni interne e internazionali e potenziali motivi di conflittualità. Si potrebbe affermare che hanno trovato modalità di composizione di queste contraddizioni, almeno per ora. Washington quindi non riesce e non può riuscire a ‘dis-allineare’ Mosca, Pechino, Teheran tantomeno in una logica ‘geo-strategica’ imperiale. Un ‘dis-allineamento’ tra questi tre attori ora appare implausibile. Potrebbe invece essere potenzialmente e teoricamente plausibile un’altra logica geopolitica. Una ‘geopolitica liberale’, fondata su fattori ‘civili’ (‘geo-economia’) potrebbe puntare, in un’altra logica ‘sistemica’ non a dis-allineare alcunchè ma a moltiplicare gli allineamenti strategici e capitalistici, ad esempio della Russia. Mosca, in questa logica, potrebbe non essere ancorata solo a Pechino (la relazione stretta con la Cina rimarrebbe comunque per evidenti ragioni di crescita capitalistica globale) ma potrebbe trovare una diversa e forte sponda anche ad Occidente per ‘ri-equilibrare’ le sue relazioni di fondo. La geo-economia capitalistica e geopolitica liberale europea potrebbero riuscire in ciò che la geo-strategia imperiale americana sta fallendo: mutare, in parte, le equazioni geopolitiche dominanti attualmente a Mosca. Energia, infrastrutture, corridoi sono un possibile strumento della geopolitica liberale europea, ovviamente se l’Europa si presentasse unita all’appuntamento con la Russia. Una Russia fortemente interconnessa a livello energetico, economico, infrastrutturale e di corridoi con un grande polo capitalistico come l’Europa unita a leadership neo-renana avrebbe a disposizione una leva geopolitica potente per ri-equilibrare il proprio rapporto con il mondo asiatico, Cina in testa. Mosca troverebbe un nuovo ‘multi-allineamento’ geopolitico, la ‘quasi-alleanza’ con Pechino, lo spazio integrato anche con Teheran (ed altri attori regionali), ma anche il forte collegamento economico (e civile) con l’Europa. Ma, cosa ancora più importante, a Mosca  le classi dirigenti potrebbero a quel punto trovare una nuova sintesi per la Russia fra modernizzazione in stile asiatico, (ora predominante), e modernizzazione all’europea. Ciò potrebbe avere un impatto fondamentale anche sul fronte dei diritti umani e dei processi di democratizzazione e sviluppo politico. La modernizzazione capitalistica all’europea ormai è collegata strettamente alla democrazia social-liberale: si chiama non casualmente ‘capitalismo sociale di mercato’. Il ‘multi-allineamento’ geopolitico civile ovviamente creerebbe una grande opportunità in tal senso.

In questo contesto dobbiamo collocare la proposta della Cancelliera tedesca e del Presidente francese per un summit UE-Mosca. Per ora la proposta non è ‘passata’ al Consiglio europeo, ma la Cancelliera come al solito ha intanto iniziato a mettere fieno in cascina anche, probabilmente, per il suo successore alla Cancelleria. Una relazione importante euro-russa non può essere appannaggio unicamente di Berlino: i paesi come Polonia, repubbliche baltiche, Svezia, devono partecipare con sicurezza al processo geopolitico. Per questo motivo, probabilmente4, la proposta della Cancelliera oggi appare importante seppure non accettata tanto che alcuni osservatori hanno subito parlato di sconfitta di Angela Merkel al suo ultimo Consiglio europeo. Può darsi che sia così, ma forse siamo di fronte ad una delle, tante, mosse di gambetto della Cancelliera. Il punto molto interessante è comunque costituito ancora una volta dal gioco geopolitico complesso che fa Angela Merkel. Pochi giorni prima dell’ultimo Consiglio europeo, lancia assieme a Emanuel Macron, l’idea del summit con Vladimir Putin. In questi giorni, a Londra, incontra il premier di un paese ad oggi fortemente anti-russo, Boris Johnson primo ministro della Gran Bretagna. La Cancelliera ancora una volta cerca di attuare un accorto bilanciamento geopolitico. Stavolta fra ‘GeRussia’ e ‘asse sassone’, ovvero la relazione anglo-tedesca. Ovviamente la faccenda è quanto mai complicata come dimostra il recentissimo ‘incidente’ navale anglo-russo nel Mar Nero. Tenere assieme oggi ‘GeRussia’ e ‘asse sassone’ è molto ma molto complesso.

La cosa che a prima vista appare stupefacente è che sia Londra a chiedere a Berlino riunioni periodiche congiunte dei rispettivi governi, sul modello franco-tedesco. Ci sono diverse ed opposte ragioni per queste scelte. Da un lato il Regno Unito, un tempo potenza marittima per eccellenza, ha perfettamente compreso che i tempi della geopolitica sono profondamente cambiati e che oggi non può giocare più una partita classica. A dir la verità Londra aveva già capito ampiamente questa realtà tanto che l’economia e la finanza britannica si sono integrate fortemente con Europa e Germania, ma Brexit sembrava aver interrotto e colpito questo processo. L’idea di ‘Britain Global’ sembrava andare in altre direzioni. E invece proprio il premier della Brexit ritorna in qualche modo all’’asse sassone’ fra Gran Bretagna e Germania. I seguaci di Brexit volevano distruggere i rapporti fra le due sponde della Manica e colpire a morte la relazione anglo-tedesca. Oggi costoro si ritrovano con l’uscita di Londra dall’UE ma anche con la piena ripresa dell’’asse sassone’? Ciò è in parte verissimo, come dall’altro lato è assai probabile che Londra in tal modo cerchi di riprendere una qualche influenza sulle scelte europee oggi ampiamente caratterizzate in senso neorenano. Insomma Londra anche in questo caso agisce in qualche modo da ‘agente’ americano. Ma sia come sia, sta di fatto che persino in tempi di Brexit Londra abbia necessità dell’’asse sassone’. Non sfugge il ruolo chiave giocato dal governo britannico nel respingere il progetto calcistico della ‘SuperLega’ sponsorizzato da una grande banca americana, JPMorgan-Chase. Non sfugge il ruolo di Londra nell’’E3’ (il gruppo Germania-Francia-Gran Bretagna) per la faccenda iraniana e per l’idea di una alleanza globale contro la pandemia. 

‘GeRussia’ e ‘asse sassone’ quindi sono entrambi gioielli della corona geopolitica di Angela Merkel: potenzialmente si potrebbe tenere un con l’altro. Alla fine, un rapporto anglo-tedesco forte, se governato ‘alla Merkel’ (ovvero con la capacità politica della Cancelliera), costituisce la base di un ‘multi-allineamento’ in salsa britannica. Forse le navi sono ormai definitivamente uscite dal porto americano, ma forse potrebbero partecipare a linee di collegamento con il porto Europa e per questa via potrebbero ricollegarsi anche ad un ‘sistema Occidente’ alquanto rivisto e profondamente rinnovato.

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