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TematicheItalia ed EuropaAppunti di geopolitica liberale. Carta Kissinger? No, Carta Laschet

Appunti di geopolitica liberale. Carta Kissinger? No, Carta Laschet

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7-11 luglio 1971. Henry Kissinger, allora influentissimo (e controverso) consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Nixon, nonchè importante studioso di relazioni internazionali, con le sue missioni in Cina, via Pakistan, passa alla storia. E prepara la successiva eccezionale visita del Presidente Richard Nixon (leader del mondo libero, anche lui piuttosto controverso) a Pechino. Henry Kissinger prepara la ‘svolta cinese’: ovvero l’inizio di un’era di collaborazione anche strategica fra Stati Uniti, massima potenza mondiale e centro assoluto dell’economia capitalistica, e Cina, il paese più popoloso del mondo governato da una versione peculiare del comunismo, il regime maoista, allora profondamente arretrato appena uscito dalla ‘rivoluzione culturale’.

Kissinger si inserisce con indubbia abilità nella faglia geopolitica fra le due massime nazioni comuniste, Unione Sovietica e Repubblica Popolare, sfruttandone i conflitti per metterle una contro l’altra ma secondo gli interessi strategici americani. E’ quella che viene definita ormai la ‘carta Kissinger’ fra Cina e Urss (o Russia che dir si voglia): usare una nazione eurasiatica contro l’altra per evitare l’emergere di uno spazio geopolitico bi-continentale integrato avversario degli Usa. Allora, nel 1971, quella carta strategica ‘alla Kissinger’ ebbe un successo enorme: oggi, purtroppo per Washington, la carta Kissinger alla rovescia, ovvero mettere la Russia contro la Cina, appare quanto mai debole. Molto debole: se mai c’è una carta Kissinger in stile cinese usata dalla della diplomazia di Pechino in senso opposto, ovvero legare la Russia a Pechino per contrastare la strategia del ‘doppio contenimento-rollerback’ a più livelli delle ultime amministrazioni americane contro entrambe.

Ci sono potenti fattori oggettivi che ostacolano fortemente l’utilizzo da parte americana una carta kissingeriana oggi. Russia e Stati Uniti sono divisi da molteplici e pesanti ‘fattori di rivalità’ che possono essere suddivisi sostanzialmente in tre categorie. In primo luogo, abbiamo una forte rivalità strategica. Russia e Stati Uniti sono avversari anche oggi per armamenti e forze strategiche e lo sono in alcuni scacchieri regionali fondamentali, come l’Europa orientale, il Mar Nero, il Caucaso, lo spazio ex sovietico, fondamentali per Mosca. Questa rivalità strategica si moltiplica grazie ad una rivalità che potremo definire ‘storica’. Gli apparati militari e civili dei rispettivi ‘imperi’ sono nati, vissuti, cambiati nella cultura del reciproco conflitto, della reciproca distruzione assicurata, delle opposte ideologie sociali e politiche. E’ difficile far cambiare facilmente attitudini così consolidati ai rispettivi ‘Deep State’.

Ma la rivalità strategica non è sola. In secondo luogo, abbiamo una fortissima ‘rivalità energetica’. Il ruolo globale della Russia di oggi si fonda molto (ma non esclusivamente), sull’industria del gas e sul settore di materie prime altamente strategiche. In effetti energia, materie prime di tutte le specie, armamenti e industria spaziale sono gli ambiti in cui la Russia tuttora eccelle: ma sono anche tutti settori dove insistono pure potentissimi interessi economici americani. Il caso del gas è da manuale. Proprio l’allora non presidente Vladimir Putin aveva teorizzato l’importanza politica globale per Mosca della geostrategia del gas. La Russia ha enormi riserve di risorse energetiche. Gli Stati Uniti non solo sono una economia petrolifera ma con lo ‘shale’ sono diventati una potenza mondiale del gas, quello non convenzionale. Non sfugge quindi che la Russia del gas convenzionale e l’America del gas shale sono direttamente concorrenziali, anzi rivali. Gas, dunque, ma anche materie prime di tutte le specie ad iniziare dall’oro e platino e finendo con i minerali indispensabili all’industria militare, armamenti avanzati e tecnologie spaziali sono tutti ambiti di rivalità economica, tecnologica con una evidenza importanza strategica e militare.

Dunque, rivalità strategica e rivalità energetica, ma c’è dell’altro: fra Russia e Stati Uniti c’è anche una diretta rivalità geopolitica nella regione chiave del mondo del 21° secolo, l’Asia-Pacifico. Gli Stati Uniti vorrebbero organizzare un sistema geopolitico che li veda come potenza chiave nel quadro dell’’IndoPacifico’ in contrapposizione anche ideologica alla Cina: sarebbe un sistema intriso di conflittualità regionale indispensabile, proprio per ordinare lo schema di alleanze. 

La Russia invece tende ad essere una potenza di ‘mediazione’ nello schema asiatico, come si può vedere nel caso del recente conflitto Cina-India. Nel primo caso avremo un sistema geopolitico fondato su due poli contrapposti; nel secondo un sistema che ricomprenda l’intera Asia Pacifico. E’ una rivalità geopolitica meno appariscente ma più significativa perchè riguarda l’architettura strategica della regione più importante del mondo ed è anche una ‘rivalità filosofica’ ovvero concernente la ‘dottrina’ dell’ordine politico asiatico prossimo venturo. Putin lo ha detto alcuni mesi or sono, quando ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere l’ascesa di nuove superpotenze, ovvero Cina e Germania. 

Russia e Stati Uniti sono profondamente rivali anzi avversari da numerosi punti di vista. Russia e Cina, invece, hanno tratti potenzialmente ben diversi: hanno altrettanti potenti ‘fattori di complemetarietà che non pur non sottovalutando le divergenze di interessi anche consistenti che li contraddistinguono, possono rendere la relazione sino-russa potenzialmente piuttosto collaborativa. La prima ‘complementarietà sino-russa è ovvia: la Russia ha un potere strategico e militare tuttora rilevante, la Cina ha una economia fortissima. La Russia usa i mezzi strategici e militari nel mondo per la sua affermazione regionale e globale; la Cina piuttosto tende ad utilizzare quelli economici e tecnologici. La complementarità appare evidente. Russia e Cina sono poi alquanto ‘complementari’ dal punto di vista strettamente capitalistico: Mosca è grandissima produttrice ed esportatrice di materie prime, Pechino è una potente economia manifatturiera. Anche qui la complementarità è abbastanza forte. Infine, c’è quella ‘geopolitica’: la Russia e la Cina si muovono in modo complementare dall’East Asia alla West Asia. Hanno proiezioni ‘parallele’ che si alimentano e si consolidano a vicenda. In Medio Oriente la cosa è addirittura lampante: Mosca invia truppe e consiglieri, la Cina investe risorse e costruisce infrastrutture. Morale. Russia e Stati Uniti sono rivali a più livelli, Russia e Cina sono complementari a più livelli. Questa complementarietà potenzialmente cooperativa non può occultare le divergenze di interessi. La cosa interessante è che, per ora, Pechino e Mosca sono state in grado di gestire efficacemente queste divergenze, come si è visto durante la crisi pandemica di questi mesi.

Quando Kissinger si mosse dal Pakistan verso la Cina per incontrare i leaders cinesi, la situazione strategica nel triangolo Usa-Cina-Urss era ben diversa. Cina e Urss erano appena usciti da alcuni scontri militari, avevano una durissima conflittualità ideologica e si contendevano l’influenza in regioni chiave come il sud est asiatico.

Oggi il quadro è completamente diverso come abbiamo visto: oltretutto mentre per lungo tempo a Mosca si sono confrontati e scontrati due linee, una di modernizzazione di matrice ‘occidentalista’, e l’altra tradizionalista ed anti-occidentale, ma molto arretrata in chiave di sviluppo capitalistico quella ‘eurasiatista’, oggi nella capitale russa si confrontano due linee che possono a buon diritto entrambi essere definite di modernizzazione, una modernizzazione all’europea e un’altra all’asiatica. La modernizzazione in stile asiatico può non piacere ovviamente ma resta il fatto che gli ‘occidentalisti’ non hanno più come minimo il monopolio della via per lo sviluppo capitalistico oggi. In questo contesto, è difficile che Anthony Blinken, segretario di stato americano, o Joe Biden possano riuscire, con qualche carota politica, a dis-allineare Mosca da Pechino. E difatti immediatamente dopo l’incontro islandese fra Blinken e Lavrov, un incontro definito ‘costruttivo’, Wang Jiechi, consigliere di stato cinese è arrivato a Mosca. E Russia e Cina hanno annunciato il consolidamento della cooperazione spaziale e dintorni. Biden e Putin si incontreranno fra poche settimane, ma dopo qualche altra settimana, Putin si potrebbe vedere con Xi Jinping. Russia e Cina non sembrano aver intenzione di fare ‘regali’ geopolitici a Washington.

Conclusione (provvisoria): la Russia non si ‘dis-allinea’ rispetto alla Cina. Il vertice Biden-Putin è comunque un fatto importante anche perchè dovrebbe rilanciare il negoziato sugli armamenti nucleari ad esempio, ma la carta Kissinger appare fuori tempo massimo. Per ora. Per l’intanto però vale la pena di osservare che in realtà Washington avrebbe già in mano una importantissima carta geopolitica non tanto per ‘dis-allineare’ Russia e Cina ma per ‘dare’ a Mosca un ulteriore e influente allineamento strategico che potrebbe seriamente bilanciare quello con la Cina. Infatti, se è vero che la Russia e Stati Uniti sono rivali da diversi punti di vista, è anche vero che la Russia e un’altra parte dell’’Occidente’ sono fortemente ‘complementari’. Europa e Russia sono molto complementari fra di loro da diversi punti di vista e non hanno fattori di ‘rivalità’ quasi impossibili da gestire.

Proprio le caratteristiche di ‘grande potenza civile’ dell’UE rende consistente codesta complementarietà: la Russia è una grande potenza militare, l’UE è una grandissima economia con fortissime risorse geopolitiche civili. Non solo: nonostante ciò alcuni paesi europei, la Francia, hanno anche una importante forza strategica atomica. Quindi l’Europa, da un lato, si fonda su risorse geopolitiche complementari rispetto a Mosca, e, dall’altro lato, ha una sua ragionevole polizza di assicurazione strategica. Proprio le potenzialità di geopolitica liberale dell’Europa renana rendono fortemente complementari dal punto di vista generale, Russia ed Europa. E poi c’è lo sviluppo capitalistico: esattamente come per la Cina, mentre la Russia esporta moltissime materie prima, l’Europa è una grandissima economia manifatturiera. La Russia poi ha un forte interesse alla differenziazione della propria struttura economica e l’Europa può dare un contributo importante in questa direzione. Quindi oltre la complementarietà strategica c’è pure quella economica e capitalistica. 

L’Europa, (tutta l’Europa unita a leadership renana, non la sola Germania quindi), con la geopolitica liberale può far leva su potenti mezzi per costruire un buon rapporto di cooperazione e partnership con la Federazione russa, condizionandone anche il sistema politico in senso democratico e pluralistico, un obbiettivo chiave. Una modernizzazione più in stile europeo e una differenziazione della struttura capitalistica russa sono, almeno in teoria, ottimi vettori per la crescita di una forte società civile e di una decente democrazia pluralistica. Geopolitica liberale europea rispetto a Mosca può significare una partnership economica e una partnership energetica. Ciò comporta però due cose: la prima sono le assicurazioni politiche indispensabili che l’Europa dovrebbe dare a paesi come la Polonia, le repubbliche baltiche, la Romania; la seconda riguarda il ruolo centrale e decisivo della Germania. Abbiamo detto che una carta di questo genere da parte di Washington dovrebbe essere gestita dall’Europa unita, non da un singolo pur importantissimo paese europeo, ma è di tutta evidenza che un approccio di questo livello non può che essere guidato da una Berlino che si porta appresso l’intera costruzione europea.

Una forte partnership ‘civile’ euro-russa comporterebbe un allineamento nuovo della Russia: oltre la Cina, Mosca avrebbe a disposizione la ‘carta europea’ per la sua politica ed economia nazionali e internazionali. L’Eurasia non sarebbe ‘dis-articolata’ ma Mosca avrebbe un tavolo alternativo sul quale operare: l’attuale spazio eurasiatico cambierebbe profondamente. Tutto ciò potrebbe creare equilibri geopolitici diversi e più consoni ai ‘valori occidentali’. A guidare questo processo dovrebbe essere, nel quadro della costruzione europea, da Berlino. Ovvero da un Cancelliere in sintonia con la geopolitica liberale dell’attuale Cancelliera: dovrebbe essere chiaro che l’Europa da un lato dovrebbe mantenere e anzi consolidare l’amicizia con gli Stati Uniti e, con il sostegno indiretto di Washington, dovrebbe giocare una partita geopolitica autonoma con Mosca, attraendo così la Russia e bilanciando quindi l’attuale relazione sino-russa. Per tutte queste ragioni si può parlare di ‘carta Laschet’ al posto della ‘carta Kissinger’: oggi Washington per attrarre Mosca, esattamente come Kissinger fece allora con la Cina, dovrebbe usare le carte giuste. Allora Kissinger utilizzò nella cornice della fortissima e conflittuale rivalità militare e ideologica sino-russa, la carta di Taiwan con Pechino. Oggi, forse, Washington dovrebbe utilizzare nella cornice delle forti potenzialità di cooperazione globale, la carta europea per attrarre la Russia. Carta Laschet appunto al posto di carta Kissinger.

Ma se le cose stanno in questo modo, perchè Washington è così ostile a qualsivoglia rapporto di cooperazione Europa-Russia o Germania-Russia? Cooperazione ovviamente non significa ‘appeasement’. Le ragioni della fortissima ostilità americana in effetti sono tante, come peraltro potevano essere tante e importanti le ragioni per cui gli Stati Uniti a lungo non hanno usato verso Pechino positivamente la carta Taiwan. Alcune sono legate ovviamente ai ‘fattori di rivalità’ russo-americani che abbiamo ricordato sommariamente prima, ma c’è dell’altro in quella ostilità a relazioni euro-russe. In primo luogo, probabilmente c’è il dover riconoscere che l’approccio di geopolitica liberale della Cancelliera sia di gran lunga più adeguato delle attuali ‘dottrine’ di moda a Washington. Ciò è alquanto fastidioso anche perchè gli Stati Uniti dovrebbero entrare in un mondo e in una logica molto diverse da quelle che preferiscono: ad esempio, la carta europea richiede un atteggiamento diverso anche verso la stessa Pechino. Significa scegliere di bilanciare la Cina, non di volerla velleitariamente farla arretrare strategicamente e tecnologicamente. Sia da parte americana sia da parte, ovviamente, europea.

In secondo luogo, vi è un fattore molto prosaico di mezzo: il ruolo delle rispettive monete. Una Europa che fa partnership forte con la Russia, che la porta a modernizzarsi e a democratizzarsi senza politiche di diplomazia coercitiva, comporta un ruolo allargato e politicamente molto forte anche per la moneta unica europea. Ciò potrebbe esasperare una competizione fra euro e dollaro. Proprio per questa ragione, un approccio di questo genere implica un ‘cambio di paradigma’ o di ‘regime intellettuale’ negli Stati Uniti e l’attitudine a inventare legami e relazioni di partnership di tipo nuovo innanzitutto proprio fra Usa e UE. L’Europa ha cercato, con una certa capacità e validità, di elaborare questi legami innovativi, come si è vista dall’’Agenda UE-Usa’ proposta dalla Commissione europea alla fine del 2020. Gli Stati Uniti sembrano lontanissimi da questa impostazione. E qui sta il problema, il nodo vero: la necessità di un ‘cambio di regime intellettuale e ideologico’ a Washington. Inseguendo le chimere dell’ideologia neocon, Washington si preclude importantissime opportunità politiche globali e continua a scherzare con il fuoco della delegittimazione dei sistemi politici democratici occidentali.

Come abbiamo già cercato di spiegare, o la geopolitica diventa liberale o anche la politica interna dei paesi democratici occidentali diventa autoritaria. In questo caso, o l’’Occidente’ riesce a favorire la modernizzazione capitalistica e l’apertura democratica della Russia (e l’incentivare le pulsioni nazionaliste in Russia non favorisce certamente processi democratici) oppure assisterà all’incremento delle pulsioni neo-nazionaliste anche al suo interno. In primo luogo, infatti, se continuerà l’attuale situazione di profonda ostilità e sfiducia reciproche, che anche la Russia continuerà ad utilizzare geopoliticamente il proprio soft power di matrice e di ideologia ‘sovranista’. Non ci piace minimamente ma i fatti sono fatti. In secondo luogo, per la semplicissima ragione che se l’’Occidente’ non riesce ad avere rapporti di collaborazione neppure con una nazione che alla fin fine fa parte a pieno titolo della storia europea, ciò depone maledettamente a sfavore della nostra capacità di costruzione di istituzioni mondiali condivise capaci di governare fenomeni epocali come il cambiamento climatico, la protezione ambientale, le migrazioni, le gravissime disuguaglianze di ricchezze e di opportunità. Ma senza questa capacità di costruzione di adeguate forme di governo globale, l’’Occidente’ rischia seriamente di non sapere gestire le crisi sociali interne che si riversano nelle insorgenze neo-populistiche. Dunque, ancora una volta siamo di fronte al link vitale politica mondiale-politiche nazionali, ovvero geopolitica liberale-democrazia liberale.

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