Una nuova frontiera della cooperazione: l’apicoltura

I legami Africa-Occidente sono oggi messi in crisi da forme di estremismi religiosi che sfociano spesso in attività terroristiche. I vuoti politici e la destabilizzazione causati dal colonialismo in senso lato e dalle nuove forme che assume oggi, sempre più subdole e celate, si ritorcono oggi contro di noi. Diventa cruciale la soluzione di questi problemi con nuove forme e pratiche di Cooperazione Internazionale che permettano un riavvicinamento delle due culture, europea e africana, che preveda un dialogo alla pari, senza nessuna forma di subordinazione di una all’altra.

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Questo dialogo può oggi avvenire attraverso il confronto nei campi più disparati che vedono oggi legate queste due realtà: pensiamo dunque a una pratica che unisca sinergicamente al suo interno una cultura millenaria, la relazione uomo-ape, un’alimentazione sana capace di supportare la lotta all’HIV, l’empowerment femminile, l’educazione e il rispetto e la tutela ambientale: questa è l’apicoltura. Questa attività con cui l’uomo si prende cura delle api, diventando parte del mondo “alveare”, ha radici così lontane da poterle difficilmente districare dal percorso evolutivo dell’uomo. E questo fa sì che l’apicoltura sia una delle attività fondamentali per la vita dell’uomo, in qualsiasi società.

Ciò è dimostrato sia dalle tappe che l’uomo ha compiuto come essere sociale sia dalla sua evoluzione metabolica, inestricabilmente legata al miele, il frutto incredibile di questa pratica.

Miele, cera d’api, propoli e pappa reale non sono gli unici frutti che l’alveare ci regala, sebbene ricoprano comunque un ruolo centrale della pratica, ma ad essi vanno aggiunti l’attività di impollinazione di questi insetti capace di ampliare le rese agricole e la produzione di colture vegetali, colture che sono alla base della nostra alimentazione costituendo il 70% degli alimenti di cui ci nutriamo, ed infine la capacità di utilizzare l’alveare come sentinella ambientale. Il volume economico diretto e indiretto, si stima, ammonti oggi globalmente a 265 miliardi di dollari.

Chiave è però la possibilità di volgere questa attività a fini di promozione e inclusione sociale: è il caso del Camerun.

In questo paese la prassi apistica, messa a rischio oggi dal disinteresse dei giovani, poco formati e informati sull’essenzialità di questo mondo, permette l’integrazione tramite progetti ad hoc, delle categorie più emarginate e svantaggiate: il progetto ‘Forest conservation through beekeeping in North-West Cameroon’ mira ad ottenere uno sviluppo della comunità Nkon, presente nella Regione del Litorale, zona boschiva nel nord del Paese, con l’intento di coinvolgere in maniere sempre crescente il maggior numero di donne in questa attività fondamentale. In queste regioni infatti, gli uomini dovendosi occupare dell’allevamento del bestiame, non possono dedicarsi con tutto l’impegno richiesto alla pratica apicola, cosa possibile invece per le donne che sono a casa e si dedicano ai lavori domestici e alla cura dei piccoli orti; il‘Progetto Apicoltura’ dell’associazione MOSOH Camerun, Mouvement de Solidarité aux Handicapés du Cameroon si occcupa invece dell’integrazione dei disabili in attività formative e utili socialmente, tra cui appunto l’apicoltura.

Nel Camerun, le persone disabili sono viste come una vera e propria piaga familiare, persone malate, inutili alla società che spesse volte sono abbandonate a loro stesse. L’intento del progetto è dunque l’accoglienza di queste persone e il cercare di creare un ambiente protetto in cui permettere un loro sviluppo culturale e intellettuale, facendoli sentire apprezzati in quanto membri attivi della società di cui sono parte; si inserisce nel contesto di lotta contro il virus epidemico dell’HIV il progetto promosso dall’ Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ‘Miele e Camerun’, sotto la responsabilità tecnica della professoressa Antonella Canini, del Dipartimento di Biologia. Questo progetto mira a garantire tramite i frutti dell’attività apistica, il fabbisogno minimo indispensabile all’organismo umano, per non indebolirsi ed essere quindi più resistente ai vari patogeni che lo affliggono. Il miele, con il suo apporto proteico, costituisce e ha costituito per secoli l’unica sostanza zuccherina e carica proteica per l’organismo umano, permettendo lo sviluppo fisico e cerebrale dell’uomo.

L’ape, e il suo mondo, sono oggi messe in pericolo in Occidente dalle pratiche apistiche sempre più incentrate sul profitto, che non tengono quindi in conto la natura libera di questo animale e lo sfruttano fino agli estremi. Allo stesso tempo è aggravata da quello che è stato il lento ma progressivo distacco dell’agricoltura dalla pratica apistica: la figura dell’api-agricoltore, non è nient’altro che quella figura che vede coincidere in sé l’apicoltore e al contempo il contadino, detentore di quella cultura popolare nata dal contatto con la terra da cui nasce la simbiosi uomo-ambiente, come succede nella realtà camerunense. Nonostante l’agricoltura sia ancora in fase di sviluppo e l’apicoltura sia legata ancora a pratiche tradizionali che poco tutelano l’ambiente e le api, la figura dell’api-agricoltore in Camerun risulta essere la possibilità di promuovere uno sviluppo sinergico di questi due mondi, evitandone un distacco e permettendo loro così di avere una marcia in più sia nella gestione ambientale legata a queste attività sia nella possibilità di un intervento sinergico in questi due campi, intrinsecamente e indissolubilmente legati, cosa non più possibile nella realtà occidentale dove apicoltori e agricoltori appartengo a mondi differenti, con interessi e pratiche ben distanti e spesso in conflitto tra loro.

La figura dell’api-agricoltore è quindi il perno di quella che possiamo definire come “Inverse Cooperation”, ossia una Cooperazione la cui rotta non segue la tradizionale direzione Occidente-Africa, in cui l’Occidente è esportatore di know-how e conoscenze frutto del suo mondo e della sua evoluzione in maniera immediata, ma bensì uno scambio di conoscenze in cui entrambi i mondi, europeo e più in generale occidentale, e quello africano, contribuiscono in maniera uguale, ognuno dei due suggerendo e non imponendo i suoi punti di forza, a quello che è un percorso sinergico “win-win-win” che permetta a entrambe le realtà di beneficiarne e di cui uomo, api e ambiente siano i vincitori indiscussi.