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TematicheAfrica SubsaharianaL’onda lunga dell’apartheid aggrava la crisi climatica in Sudafrica

L’onda lunga dell’apartheid aggrava la crisi climatica in Sudafrica

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Le recenti inondazioni nella provincia del KwaZulu Natal, in Sudafrica, hanno ucciso più di 400 persone, mentre innumerevoli famiglie hanno perso le loro case. L’esercito è stato dispiegato a Durban (il cui porto, inondato, è uno dei più grandi terminali dell’Africa sub-sahariana) e nelle aree circostanti. Negli scorsi giorni, piogge torrenziali hanno ulteriormente danneggiato quest’area, costringendo coloro che vivevano in rifugi temporanei dopo le alluvioni del mese scorso ad abbandonarli. 

Secondo i funzionari locali, questa tragedia è stata senza dubbio un disastro naturale causato dal cambiamento climatico. Ma, oltre a ciò, è possibile individuare un altro colpevole di questi disastri, ovvero l’eredità lasciata ai sudafricani dal regime di apartheid. La rapida urbanizzazione e la crescita degli insediamenti informali in tutto il Sudafrica, infatti, sono una conseguenza diretta della segregazione spaziale imposta durante i “quarant’anni perduti”. 

Segregazione razziale, segregazione spaziale: alle origini dei disastri ambientali in Sud Africa

Un’esplicita politica volta a istituzionalizzare la separazione tra i diversi gruppi etnici in Sud Africa venne attuata a partire dal 1948, anno della vittoria del National Party guidato da Daniel Malan. Tuttavia, le norme che cominciarono a essere applicate a partire dal 1948 andarono semplicemente a istituzionalizzare un regime di segregazione che di fatto era già presente in Sud Africa. Lo sviluppo che interessò il paese tra le due guerre comportò un’industrializzazione senza precedenti, ponendo la problematica della crescente urbanizzazione che vedeva protagonisti i neri, i quali si riversavano nelle città per lavorare. L’apartheid, infatti, non fu un mero regime di segregazione razziale, ma un vero e proprio sistema di sfruttamento di manodopera a basso costo, la quale doveva essere costantemente disponibile così da alimentare lo sviluppo dello Stato trainato dal capitale britannico e dagli interessi degli afrikaner. Norme volte a porre in atto una segregazione spaziale vennero applicate sin dal 1913, quando il Natives Land Act estese il sistema delle riserve indigene anche alla regione dell’Orange Free State e al Transvaal. Tale legge lasciava agli africani solo il 7% del territorio, riservando le aree più produttive ai bianchi. Privare i neri della terra da coltivare non fece che alimentare il processo di urbanizzazione, costringendo i membri di tali comunità a spostarsi nei grandi centri urbani per lavorare al servizio delle imprese dei bianchi. Il Group Areas Act, approvato dal Parlamento sudafricano nel 1950, aveva lo scopo di separare ulteriormente i bianchi dai neri, inserendosi nella scia della legislazione volta a garantire ai bianchi le aree più sviluppate. Leggi come queste andavano a integrarsi al progetto volto a garantire il cosiddetto “sviluppo separato”, implementato in particolare durante l’amministrazione di Hendrik F. Verwoerd (1958-1966). Nel 1964 il Laws Amendment Act ampliò la legislazione sul tema istituendo uffici del lavoro per controllare i flussi di manodopera nelle grandi città. I cosiddetti “urban blacks non avrebbero potuto godere di un diritto di residenza permanente nelle città ma, essendo considerati lavoratori migranti, venivano obbligati a vivere in alloggi di fortuna nei ghetti alle periferie dei centri urbani. 

Le conseguenze di tale politica sono visibili ancora oggi e Johannesburg ne è un esempio lampante. Questa moderna metropoli, nata sulle ali di un capitalismo sfrenato e violento volto a sfruttare le riserve aurifere della regione, porta ancora le cicatrici dell’epoca della segregazione, con le ormai tristemente famose townships di Soweto e Alexandra afflitte da criminalità e sovrappopolazione. Altre città, come Città del Capo, Port Elizabeth e Durban, non fanno eccezione.

Quando l’African National Congress (ANC) salì al potere nelle elezioni del 1994, l’obiettivo del partito era quello di creare una “Nazione Arcobaleno”, che sarebbe appartenuta a tutti coloro che vi abitavano. Ma la storia è sempre piuttosto complicata e l’ANC non è stato in grado di mantenere le promesse fatte nel corso degli anni. In particolare, l’ineguale distribuzione dei terreni agricoli, altro retaggio dell’era dell’apartheid, ha spinto le persone ad abbandonare le aree rurali per trasferirsi negli spazi urbani in cerca di opportunità. I neri che durante il regime di apartheid erano rimasti nelle campagne hanno sperimentato di conseguenza una nuova e ancor più rapida urbanizzazione alla ricerca di alloggi migliori, lavori migliori e vite migliori, andando però ad affollare ulteriormente le già precarie periferie delle grandi città. Di conseguenza, una proliferazione di insediamenti informali ha continuato a diffondersi in tutto il Paese, perpetuando una situazione che non poteva far altro che peggiorare. 

Tra cambiamento climatico e disuguaglianze

Sebbene l’ANC abbia cercato di offrire migliori condizioni di vita ai poveri e sia riuscita a creare una classe media nera più numerosa, il Sudafrica è oggi il Paese più diseguale del mondo, secondo la Banca Mondiale (2022). La maggior parte dei sudafricani vive ancora in condizioni precarie, dato che il 10% della popolazione possiede più dell’80% della ricchezza e l’etnia è ancora un fattore chiave nel determinare il livello di disuguaglianze, mentre la segregazione spaziale è, come detto, ancora ampiamente visibile nel Paese.

Comprendere i motivi alla radice del sovrappopolamento delle aree attorno alle grandi città sudafricane risulta fondamentale per capire in che modo le recenti alluvioni nella provincia del KwaZulu Natal sono state così devastanti. Il cambiamento climatico ha avuto un impatto diretto su un’area pericolosamente affollata, dove migliaia di persone vivono in alloggi di fortuna, senza adeguate garanzie per affrontare i disastri naturali. Di conseguenza, questi insediamenti informali sono stati spazzati via dall’acqua, e con loro migliaia di vite umane.

Il Presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha dichiarato lo “stato di calamità” e ha assicurato una risposta adeguata a una tragedia che “ha implicazioni che vanno ben oltre la provincia del KwaZulu Natal”. Il Presidente Ramaphosa ha anche sottolineato la volontà di costruire un Paese più resiliente in termini di disastri ambientali, con migliori tecnologie di previsione e migliori infrastrutture. Ma per evitare che tragedie simili si ripetano, è necessario attuare una politica volta ad affrontare le disuguaglianze e fornire alle persone un piano di urbanizzazione migliore, che si svincoli totalmente dall’eredità dell’apartheid.

Conclusione

Come sottolineato, i recenti disastri ambientali in Sud Africa sono stati causati dal cambiamento climatico i cui effetti sono stati però esacerbati dalla storia. Se è vero che la regione del KwaZulu Natal è particolarmente esposta alle intemperie derivanti dalla crisi climatica, l’eredità dell’apartheid ha svolto un ruolo fondamentale nell’aggravare il bilancio finale in termini di perdite di vite umane. La segregazione spaziale e la conseguente urbanizzazione sfrenata hanno, infatti, contribuito a creare le condizioni ottimali per il disastro ambientale e umano delle ultime settimane. Una serie sconfinata di insediamenti informali, privi delle adeguate garanzie di sicurezza, forma l’anello terribilmente fragile attorno alle principali aree urbane del paese. Un’adeguata politica volta ad affrontare definitivamente l’eredità della segregazione spaziale sembra essere l’unica via, assieme a politiche di resilienza ambientale più efficaci, per evitare che tragedie simili possano ripetersi.

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