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Ankara scettica su Finlandia e Svezia nella NATO ma è sempre la solita storia

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La paventata scetticità della Turchia su un certo allargamento a Nord della NATO può portare a conclusioni affrettate sulla posizione del Paese nei confronti dell’Alleanza. La dichiarazione di Ankara, seguita da commenti della stessa Presidenza turca, è piena di rimandi alla storia moderna ed a paralleli contemporanei che non sono dichiarazioni di ostilità, ma richiesta agli Stati Uniti di attenzione e considerazione. La mossa di Ankara è l’unica razionale e possibile, e non comporta un avvicinamento a Mosca: la Turchia non ha bisogno di aiuti e protezioni nel coltivare la relazione con la Russia, che gestisce con successo in vario modo e senza intermediari sin dalla caduta dell’Impero Ottomano, ma ha invece assoluto bisogno di recuperare le attenzioni di Washington in un quadrante dove Polonia, Romania ed Ucraina (dalla quale comunque non si discosta e nei confronti della quale vuole restare equidistante con Mosca) rischiano di diluire il suo peso specifico. La questione è interna ed esterna: il Governo turco deve presentare l’appartenenza alla NATO come utile ad una opinione pubblica assolutamente non affezionata all’Alleanza e deve farlo esaltando il ruolo che nella stessa ha il Paese; ha bisogno di definire il suo “spazio vitale” e di rimetterci dentro, e presto, la Siria settentrionale.  

  1. punti per una prima ed iniziale lettura della posizione turca, attraverso la stampa locale:   
  1. La Svezia e la Finlandia “ospitano organizzazioni terroristiche” (questo primo punto è riportato dal quotidiano Hürriyet). Il rimando palese è ad organizzazioni dell’irredentismo kurdo (vengono esplicitamente menzionati PKK e DHKP-C). Altre organizzazioni che sono legate all’universo Gülen, divenuto il simbolo per antonomasia di una certa opposizione, appartenente alla stessa natura e tradizione politica e sociale dell’AKP, hanno sede in Scandinavia. In Svezia si pubblica – ad esempio – il quotidiano “Nordic Monitor”, profondamente critico verso il Governo turco e già autore di diverse inchieste anche a sfondo spionistico con evidenti rimandi ai Servizi di sicurezza ed all’ambiente diplomatico. Tuttavia, queste organizzazioni – centro delle attenzioni del Governo turco – non vengono menzionate. Mentre Ankara conosce bene di avere maggior  leva contro le organizzazioni centrate sull’irredentismo politico del PKK (in quanto classificate come “terroristiche” in Europa) sa di dover spingere perché si riconosca ad ogni livello la identità fra le organizzazioni kurde turche e quelle nord-siriane per le ragioni che seguono. Interessante notare come la Presidenza turca menzioni anche esplicitamente i Paesi Bassi come anfitrioni delle stesse Organizzazioni;
  2. Ankara si oppone alla posizione OFAC sugli investimenti in Siria del nord. L’Office for Financial Assets Control statunitense ha permesso gli investimenti nella Siria settentrionale occupata, senza sanzioni. Ecco un altro interessante rimando alla realtà delle organizzazioni kurde. Anche qui, Ankara asserisce che “PKK e YPG” (il ramo siriano del PKK, appoggiato da Washington) “sono la stessa cosa”. Qui si manifesta palesemente il fastidio e la difficoltà turca di accettare la politica americana che si sostanzia in una limitazione alla Turchia di operare nel suo estero vicino. Ankara ha invaso il Nord della Siria per ragioni che non risalgono al conflitto del 2011, ma a molto indietro (una possibilità da parte della Turchia di agire militarmente fino a 35 chilometri all’interno del territorio siriano fu già siglato da Ankara e Damasco nel 1988, a testimonianza dell’enorme importanza che la Siria settentrionale ha per la Turchia). La cosa si è ultimamente proposta sul campo iracheno con un’operazione che la Turchia ha svolto contro i kurdi filo iraniani (nota in inglese come Claw Lock) – questa operazione è stata esplicitamente richiamata dalla Presidenza il 13 maggio
  3.  La Grecia (leggi: il mare)  Ankara asserisce di non voler “ripetere l’errore” fatto con l’accesso alla NATO della Grecia per la sua “nota attitudine contro la Turchia”. Il parallelo è interessante perché è la stessa Presidenza turca a leggerlo in relazione al prossimo incontro (del 16 prossimo) fra i Presidenti statunitense e greco. Ankara aggiunge (ecco il punto) che presterà molta attenzione “agli statements di Biden”. Il pensiero va immediatamente ai corridoi energetici del Mediterraneo Orientale, abbandonati da Washington. Lo scacchiere energetico del Levante è cosa di enorme importanza per Ankara, che aveva su questo invitato il Presidente istraeliano Herzog.

 

Conclusioni

La Turchia ha un’opinione pubblica contraria alla NATO ma il Governo sa che l’appartenenza atlantica è un fulcro del post—ottomanesimo. Se i rapporti con Mosca e Kiev devono, nelle intenzioni di Ankara, restare equidistanti, Ankara ha assoluto bisogno che la posizione di Washington nei suoi confronti si addolcisca. Sentendosi assediata a Sud (Siria Settentrionale), ad Est (Iraq nella sua espressione kurda filoiraniana), ad Ovest (Intesa grecostatunitense, pressioni statunitensi nei confronti della Russia) e da dentro (distanza tra l’elettorato e la NATO, inflazione galoppante, situazione economica), l’unica via d’uscita è minacciare di fare qualcosa di sgradevole agli Stati Uniti, e di farlo dove ne ha potere – opporsi all’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia -, al fine di recuperare peso e chiedere qualche contropartita. Ma stimolare Washington non vuol dire buttarsi nelle braccia di Mosca.

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