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Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

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Il fallito colpo di Stato in Turchia รจ un segnale che rivela fino a che punto in questi ultimi anni il confronto tra le forze armate e il presidente Recept Taiyyp Erdogan si sia logorato fino a degenerarsi totalmente. Ora il leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo sembra avere mano libera per attuare le sue riforme senza ostacoli.

Eppure, la Turchia appare oggi piรน che mai spaccata al suo interno e isolata rispetto ai suoi alleati tradizionali, fino al punto di rinnegare, quasi del tutto, la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti. Rispolverando un precedente della storia kemalista, Ankara pare infatti avere riscoperto lโ€™importanza del peso geopolitico del suo piรน importante vicino regionale: la Federazione Russa, con la quale potrebbe anche giungere a nuovi patti, capaci forse di mutare considerevolmente il quadro mediorientale.

Il golpe delle ombre

Ai piรน attenti osservatori non รจ forse sfuggito come i segnali anticipatori di quello che poi sarebbe divenuto il (tentativo di) colpo di Stato messo in atto da alcuni settori delle forze armate turche lo scorso venerdรฌ 15 luglio fossero tutti presenti. Tra i vertici militari si erano levate voci di dissenso, via via sempre piรน forti. Soprattutto a partire dal dibattito precedente la riforma costituzionale del 2010, la quale, tra gli altri provvedimenti, aveva notevolmente ridimensionato il peso e lโ€™influenza delle forze armate turche quali censori delle scelte dellโ€™esecutivo. Le cronache recenti avevano narrato perfino di un curioso precedente. Nel marzo scorso, lโ€™esercito turco, attraverso un comunicato stampa, aveva dovuto smentire voci di una possibile deposizione di Erdogan riferite da media americani. Ad aprile inoltre, la giustizia turca aveva ribaltato, per mancanza di prove, la sentenza di condanna contro gli esponenti di Ergenekon – la presunta rete occulta, composta da militari, agenti dellโ€™intelligence e altri appartenenti alla classe dirigente turca – che nel 2009 avrebbe tramato contro le istituzioni, nel tentativo (presunto) di rovesciarle. Veniva cosรฌ delegittimato lโ€™impianto accusatorio teorizzato da Erdogan contro la supposta โ€œspectreโ€ turca.

Benchรฉ Erdogan si sia affrettato a indicare come mandante morale del golpe il leader religioso islamico Fethulla Gul (il quale peraltro ha respinto le accuse al mittente), dal 1999 residente negli Stati Uniti, altri osservatori hanno insinuato che Erdogan sia il vero e proprio beneficiario di un colpo di Stato i cui particolari resterebbero ancora avvolti nellโ€™ombra. Forse anche nel tentativo di fugare simili dubbi, il ministro turco del Lavoro e della Sicurezza sociale, Suleyman Soylu, ha accusato esplicitamente gli Stati Uniti di avere appoggiato lโ€™iniziativa dei militari ribelli, i quali si sarebbero avvalsi dellโ€™uso logistico della base area (NATO) di Incirlik (sud est della Turchia), allโ€™interno della quale sono stati effettuati arresti di ufficiali turchi.

Il ritorno del Sultano

Al di lร  delle speculazioni e delle versioni partigiane, un dato appare immediatamente percepibile: il potere (personale) di Erdogan sembra oggi destinato, almeno in apparenza, a rafforzarsi considerevolmente. Lโ€™epurazione allโ€™interno delle forze armate e nella magistratura (giร  iniziata negli anni precedenti, seppure in misura diversa) sembra destinata a non dovere piรน incontrare ostacoli significativi. Lโ€™antica ambizione nutrita da Erdogan, di riformare alle radici lo Stato, abbandonando la forma parlamentare, per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale, pare oggi piรน realizzabile che mai. Lโ€™uscita di scena di Ahmet Davutoglu insieme al repulisti generale sembra garantire al presidente turco mano libera nellโ€™attuare la sua personale, ovvero โ€œsultanaleโ€, visione dellโ€™esercizio del potere politico nella (debole) democrazia turca.

Pur tuttavia, alcune incognite permangono. Anzitutto questo ennesimo giro di vite nei confronti dei militari e della magistratura potrebbe generare nuove tensioni in grado di riversarsi perfino allโ€™interno dello stesso partito di Erdogan, come le dimissioni (aprile 2016) dellโ€™ex primo ministro, Davutoglu, sembrano avere rivelato. Lโ€™ex premier, oltre ad essere considerato un fedelissimo di Erdogan, era stato lโ€™ideologo, dapprima come ministro degli Esteri, di quella โ€œprofonditร  strategicaโ€, che negli ultimi anni ha portato la Turchia ad affrontare operazioni geopolitiche da molti commentatori internazionali giudicate oggi avventure ambigue.

Nuovi scenari per Ankara

Sebbene infatti la situazione del quadro economico in Turchia da alcuni anni stia registrando risultati apparentemente lusinghieri – PIL 2015 a 4%, rispetto al 2,9% dellโ€™anno precedente [fonte: Turkstat]- essa non ha trovato eguale riscontro nella crescita della stabilitร  politica interna. Le forze armate, in particolare, hanno continuato ad esercitare una sorta di diritto di ingerenza nelle questioni domestiche, fondando questa loro pretesa sul concetto di โ€œnemico internoโ€, tra cui, in particolare, lโ€™irtica (il pensiero religioso, islamista, reazionario) e lโ€™irredentismo curdo, ovvero due realtร  capaci, secondo alcuni alti esponenti militari, di minacciare seriamente la visione kemalista dello Stato. La spaccatura rivelatasi il 15 luglio scorso allโ€™interno dellโ€™establishment militare turco puรฒ, forse, essere letta (anche) come il riflesso di una lacerazione giร  in atto nel Paese, ovvero quella che oppone (con toni che sembrano sempre piรน avvicinarsi alle tinte della guerra civile) Ankara ai curdi delle regioni sud-orientali della Turchia.

Le accuse rivolte da Ankara agli Stati Uniti rivelano inoltre in che misura Erdogan possa nellโ€™immediato futuro inaugurare un nuovo corso nel campo della politica estera. Alcuni indizi lo lascerebbero, plausibilmente, presagire. Giร  nel giugno scorso turchi e israeliani avevano ristabilito, tramite un accordo bilaterale, piene relazioni diplomatiche dopo un periodo di incomprensione reciproca dovuta in massima parte alla contrapposizione di interessi geopolitici divergenti. Poco prima del golpe inoltre si erano intravisti segnali di disgelo tra Turchia e Russia, le cui relazioni diplomatiche avevano toccato il minimo storico a seguito della crisi siriana e dellโ€™abbattimento di un caccia russo Sukhoi Su-24 effettuato dallโ€™aviazione militare turca il 24 novembre 2015.

Un nuovo corso che, se analizzato attraverso la lente della storia, pare riproporre, per quanto paradossalmente, una via giร  seguita dalla geopolitica kemalista nei momenti in cui la Turchia soffrรฌ le vicissitudini della piรน profonda emarginazione internazionale. Come nel 1921, quando il neonato governo nazionalista firmรฒ (16 marzo) il Trattato di Mosca e il Trattato di Kars (13 ottobre) con la Russia sovietica, nel tentativo di stabilizzare il suo estero vicino, per concentrarsi sulla guerra dโ€™indipendenza e sulle sfide di politica interna dopo il collasso dellโ€™Impero ottomano.

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