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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoAnalogie storiche e scenari della guerra in Ucraina

Analogie storiche e scenari della guerra in Ucraina

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Nell’Italia dei talk show h24 anche la guerra in Ucraina risulta maneggiata con la stessa tendenza alla polarizzazione che ha contraddistinto l’approccio all’altrettanto spinoso tema del contrasto al COVID-19. Il risultato è che ci troviamo spesso di fronte allo scontro tra due opposte tifoserie. La prima, quella dei realisti d’accatto, oscilla tra l’accusa a Volodymyr Zelensky di essere corresponsabile della continuazione delle ostilità e, paradossalmente, il molto poco realista refrain sul conflitto come inevitabile risultato dell’allargamento della NATO a est nel post-Guerra fredda. La seconda tifoseria, quella degli psichiatri politici, si mostra invece disposta a rinunciare a qualsiasi spiegazione che non chiami in causa la follia di Vladimir Putin o la sua reductio ad hitlerum.

Tali posizioni da un lato non aggiungono nulla alla conoscenza degli eventi e alla possibilità di afferrarne le possibili evoluzioni, dall’altro impediscono di sviluppare spiegazioni utili affinché il nostro Paese assuma una posizione chiara e coerente su una vicenda internazionale il cui impatto continuerà a farsi sentire anche negli anni a venire. Cosa rispondere, pertanto, a quanti nella fase in corso chiedono lumi su cosa aspettarsi nei prossimi mesi? La soluzione migliore per evitare di scendere sul fragile terreno dei “futurologi”, categoria che abbraccia trasversalmente gli esperti appartenenti a entrambe le tifoserie, è quella di guardare alla storia. Sebbene questa non si ripeta mai negli stessi termini, ci può insegnare molte cose utili attraverso le analogie. Ripercorrendo la storia dell’URSS/Russia sono principalmente quattro gli scenari che in fasi diverse sono diventati possibili.

Il primo, superato dagli eventi già qualche giorno dopo il 24 febbraio, è quello “georgiano”.  Nell’agosto 2008 Mosca inviò le sue forze armate in Ossezia del Sud e, in assenza di sostegno militare americano alla Georgia, diede l’ordine di avanzare verso Tbilisi. I soli cinque giorni di guerra determinarono il tramonto della stella politica di Mikhail Saakashvili e indussero i successivi governi del Paese caucasico a una politica più realista nei confronti dell’ingombrante vicino russo. Nel caso dell’Ucraina, nei primissimi giorni di guerra, il Cremlino sembrava puntare a ottenere un mutamento di rotta del governo ucraino in senso filo-russo, grazie a una politica del rischio calcolato (brinkmanship) avviata sulla base della mancata concessione dell’autonomia al Donbass. L’obiettivo sembrava raggiungibile facendo leva su una rapida dimostrazione di forza, resa ancor più impressionante dal contestuale mancato intervento degli Stati Uniti a fianco del Paese partner, ma l’intervento di una serie di fattori imprevisti ha costretto la Russia ad alzare ancora di più il tiro.

È nella seconda settimana di guerra, infatti, che ha assunto consistenza lo scenario “ungherese”. Il riferimento è ovviamente alla rivolta del 1956, quando il governo di Imre Nagy prospettò una transizione verso la democrazia multipartitica e l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. L’Unione Sovietica fece ricorso alle armi per sedare la rivolta e deporre il governo ostile, per instaurarne uno fedele guidato da Janos Kadar. Mutatis mutandis, l’offensiva russa diretta verso Kiev avrebbe dovuto deporre l’esecutivo di Zelenski e sostituirlo con uno filo-russo, magari guidato da quel Viktor Yanukovich già defenestrato nel 2004-2005 e nel 2014. Complici gli evidenti problemi di pianificazione, comando e controllo e capacità nella dimensione aerea, uniti alla tenace resistenza ucraina, anche quest’orizzonte sembra ormai svanito.

La materializzazione sia di uno scenario “finlandese” che di uno “afgano”, invece, sembra ancora ugualmente verosimile. L’uno richiama alla memoria la Guerra d’inverno che oppose l’Armata rossa alle forze della Finlandia all’inizio della Seconda guerra mondiale. Quella che allora appariva una sfida impari vide un’incredibile resistenza dei finlandesi legata a due fattori che giocavano in loro favore, ovvero le motivazioni di chi lotta per proteggere la propria casa o i propri cari e la conoscenza del territorio. Ciò nonostante, al termine di circa tre mesi di combattimenti e nonostante le gravissime perdite subite, l’URSS ne uscì vincitrice e annesse una fetta di territorio dove abitava il 12% circa della popolazione finlandese. Il rischio che corre oggi l’Ucraina è che, al netto di un’inaspettata performance militare, la fine del conflitto potrebbe passare per dolorosissime perdite di suolo nazionale. Nella prospettiva migliore, il Donbass e – definitivamente – la Crimea. In una prospettiva intermedia, tutti i territori del sud dell’Ucraina utili a trasformare il mare di Azov in un lago russo. Nello scenario più fosco, infine, la perdita di quella che il Cremlino definisce la Novorossija, ovvero quella lingua di terra che va dal Donbass fino al confine con la Transnistria.

L’ultimo scenario ipotizzabile, che rappresenta una sorta di incubo strategico per Mosca, richiama gli eventi che sconvolsero l’Afghanistan tra il 1979 e il 1989. Qui le truppe sovietiche furono costrette a una guerra logorante contro un nemico fortemente motivato e ben armato dagli Stati Uniti e da altri Paesi che per ragioni diverse sostenevano i mujaheddin sunniti. Dopo un decennio, i costi della vittoria per l’URSS divennero così alti da far apparire irrazionale il suo conseguimento e la indussero a optare per la ritirata con conseguenze esiziali sulla tenuta del Patto di Varsavia e del regime sovietico stesso. Similmente, se in Ucraina le truppe russe non riuscissero a prevalere nel giro di qualche settimana e le trattative producessero solo fumate nere, l’impasse sul campo potrebbe protrarsi per un tempo indefinito e generare esiti imprevisti dal Cremlino quando ha preso la decisione di invadere l’Ucraina. La delegittimazione politica, interna ed esterna, provocata da uno scenario simile a quello afgano potrebbe persino innescare un processo di regime change come già accaduto alla fine degli anni Ottanta. 

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