American Jobs Plan: il piano infrastrutturale per il rilancio dell’economia americana

Annunciato il 31 marzo a Pittsburgh, il New Deal di Joe Biden segna un rinnovato protagonismo in campo economico con l’obiettivo dichiarato di creare milioni di posti di lavoro e riportare la spesa federale in ricerca, innovazione ed infrastrutture al 3% di PIL e poter così affrontare le due grandi sfide che attendono gli USA: il cambiamento climatico e le ambizioni cinesi.

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Un nuovo New Deal

Il pacchetto di investimenti annunciato durante la campagna elettorale da parte di Joe Biden si è tramutato in un dettagliato programma presentato a Pittsburgh il 31 marzo scorso. Ammonta a circa 2,3 trilioni di dollari la cifra che la nuova amministrazione statunitense intende investire nell’American Jobs Plan, parte dell’agenda Build Back Better, la strategia per rilanciare l’economia e soprattutto l’occupazione in un’America lacerata dai conflitti interni. Definito da Joseph Stiglitz come un deciso rovesciamento di paradigma dopo decenni di politiche vincolate al neoliberismo, il gigantesco investimento infrastrutturale che va dalla banda larga alle autostrade, passando per ferrovie, rete energetica e città intelligenti, rappresenta lo strumento in grado di garantire sicurezza economica che per il nuovo presidente equivale alla sicurezza nazionale, sostenendo inoltre la classe media provata da un decennio di disoccupazione prolungata e da una pandemia che ha ulteriormente rivelato le fragilità dell’economia statunitense. A ciò si aggiunge l’esigenza di adeguare le infrastrutture statunitensi, costruite perlopiù nell’immediato dopoguerra ed oramai non più in grado di supportare adeguatamente le esigenze del paese. L’American Society of Civil Engineers aveva evidenziato questo problema nel suo rapporto più recente (2017), identificando il divario infrastrutturale di 2 trilioni di dollari (1,67 trilioni di euro) da colmare entro il 2025 per non perdere 4 trilioni di dollari (3,3 trilioni di euro) di PIL. “Non è un piano che resta ai margini – ha detto Biden – è un investimento irripetibile per l’America, di quelli che si vedono una volta in una generazione”.  Uno sforzo tale da permettere agli Stati Uniti di muovere una classifica che li vede al tredicesimo posto tra i paesi del G20 per le spese dedicate alle infrastrutture. Una carenza che rischia di avere delle ripercussioni sia sul fronte occupazionale che su quello delle esportazioni per i prossimi venti anni. 

Certamente l’approccio utilizzato da Biden ricorda per la dimensione tanto il New Deal di Franklin Delano Roosevelt e la Great Society di Lyndon Johnson, piani straordinari ideati per affrontare momenti storici straordinari. Il primo grande programma fiscale in cinque decenni che si concentrerà sugli investimenti, invertendo la tendenza per cui la spesa si concentrava su forti aumenti in programmi come Medicare e Medicaid, facendo diminuire al 2% le spese per le opere infrastrutturali. Se ciò era accettabile quando gli Stati Uniti erano il leader indiscusso del mondo nella scienza e nella tecnologia, oggi con la Cina che tenta di superarli non è più rinviabile il cambio di rotta.

fonte: Global Infrastructure Hub (We Build Value)

Gli obiettivi del piano

Con un simile progetto Biden si pone l’obiettivo di ricostruire gli Stati Uniti partendo dalla base, destinando 115 miliardi di dollari all’ammodernamento di strade e ponti, 85 miliardi al sistema di trasporto pubblico. Assegnando 80 miliardi di dollari alla rete ferroviaria ed includendo la realizzazione di nuove rotte da Riverside, in California, a Las Vegas; dal Kansas ad Oklahoma City; da Detroit a Toronto; da Nashville, nel Tennessee, a Savannah, in Georgia. Amtrak la società pubblica di trasporto ferroviario sostiene che le rotte aggiuntive apriranno nuove opportunità economiche permettendo l’accesso al trasporto tra città e stati confinanti. I fondi, quindi, migliorerebbero infrastrutture obsolete soprattutto nel corridoio nord-orientale, quello a maggior traffico. Altri 42 miliardi saranno utilizzati per i porti e gli aeroporti, 100 miliardi per lo sviluppo della banda larga e 111 miliardi per il rifacimento del sistema idrico (di questi, 45 miliardi specificamente per l’eliminazione del piombo dai condotti dell’acqua). Ammontano invece a 300 i miliardi stanziati per lo sviluppo di settori industriali avanzati, ad esempio quello farmaceutico mentre circa 400 miliardi andranno a rinvigorire i piani di assistenza per gli anziani ed i disabili, migliorando mansioni e salari per milioni di lavoratori sottopagati. Per non parlare del settore delle rinnovabili per il quali si predisporranno 100 miliardi di dollari per raggiungere l’ambizioso obiettivo di emissioni zero già nel 2035. In questa direzione andranno anche le risorse per il potenziamento della rete di trasmissione elettrica attraverso strumenti di tax credit con lo scopo preciso di costruire almeno 20GW di capacità di trasmissione ad alto voltaggio, sviluppando energia pulita attraverso l’estensione decennale dei crediti di imposta sugli investimenti (ITC) e quelli sulla produzione (PTC) per rinnovabili e storage. Ed ancora: 213 miliardi per l’edilizia civile e commerciale, 180 miliardi a supporto della ricerca e sviluppo in nuove tecnologie. Sovvenzioni, queste ultime, mirate a promuovere l’aumento della capacità di produzione di batterie negli Stati Uniti permettendo di realizzare una catena di fornitura affidabile e indipendente. Infatti la dipendenza quasi totale del paese dalle importazioni di materiali e attrezzature per batterie e sistemi di accumulo di energia è già stata al centro dell’attenzione del presidente da quando è entrato in carica a gennaio. Un’autonomia divenuta indispensabile per non doversi affidare ai rivali geopolitici nelle materie prime e nelle componenti critiche essenziali alla sicurezza nazionale. Se il COVID-19 ha insegnato qualcosa all’America, secondo il generale John Adams, vi è senza dubbio il controllo delle supply chain dei prodotti farmaceutici e dei metalli come acciaio e alluminio. Rendere più resilienti le infrastrutture statunitensi oltre ad unificare e mobilitare il paese, consentirà così di affrontare le due grandi sfide che l’America dovrà  fronteggiare: la crisi climatica e le ambizioni cinesi. 

fonte: American Society of Civil Engineers (We Build Value)

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Come verrà finanziato l’American Jobs Plan

L’aspetto più delicato di questo investimento massiccio in opere pubbliche è quello legato al reperimento dei fondi necessari che già ha provocato accese polemiche. Oltre al maggior debito si farebbe ricorso ad un aumento della tassazione per le società portandola al 28%, dopo che il Tax Cuts and Jobs Act di Trump l’aveva fatta scendere al 21%. Sacrifici necessari secondo l’ex-presidente della Federal Reserve e attuale Segretario al Tesoro Janet Yellen per garantire la possibilità di recuperare le risorse da investire nel bene pubblico, rispondendo in maniera efficace alla crisi. Naturalmente una simile impostazione viene contestata da chi ritiene che le proposte fiscali per il sostegno dell’American Jobs Plan oltre a fondarsi su ipotesi errate, porterebbero l’aliquota combinata con quella dello stato federale al 32,34%, la più alta tra i paesi dell’OCSE, mettendo così gli Stati Uniti in una situazione di svantaggio competitivo proprio rispetto alla Cina. Tuttavia questo non sarà l’unico strumento a disposizione di Biden nella realizzazione del suo mastodontico piano infrastrutturale dato che, come oramai noto, diverse multinazionali con sede negli Stati Uniti hanno sfruttato un sistema complesso facendo affidamento su incentivi governativi e manovre di offshoring per evitare di pagare le tasse federali. Uno studio del 2019 dell’Istituto sulla tassazione e la politica economica ha rilevato infatti che almeno 60 delle più grandi società statunitensi non hanno pagato tasse federali sul reddito nel 2018. Tra queste nomi familiari quali Amazon, Chevron, Netflix e General Motors. Sebbene manchi ancora l’approvazione del Congresso, in cui per inciso i Repubblicani hanno preannunciato una dura battaglia, per finanziare l’American Jobs Plan  l’idea sarebbe quella di ridurre alcune tecniche di offshoring, costringendo così le aziende statunitensi a pagare aliquote fiscali molto più elevate sui guadagni generati all’estero. In una simile prospettiva deve essere colta la proposta della Yellen per l’introduzione di un’aliquota minima globale da applicare alle multinazionali che potrebbe in questo contribuire a scoraggiare il dannoso spostamento dei profitti e soprattutto per recuperare la disponibilità finanziaria in grado di puntellare gli imponenti piani dell’amministrazione Biden per sostenere l’economia, favorendo al contempo il rilancio dell’America. Somme ingenti che andranno spese facendo attenzione ai limiti produttivi reali dell’economia, evitando un eccessivo protezionismo e consentendo agli investimenti nella infrastruttura fisica e umana di migliorare nel tempo la capacità produttiva dell’economia USA, lasciando al contempo una forza lavoro più istruita, ferrovie più efficienti, strade meno congestionate, tecnologie migliorate ed un rinnovato status per la potenza egemone.

fonte: The Tax Foundation