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TematicheAmerica Latina“Bukelizzazione” dell’America Latina?

“Bukelizzazione” dell’America Latina?

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Il Presidente salvadoregno Bukele è passato dall’essere il leader che attirava l’attenzione internazionale a suscitare timori e critiche. Questo a causa di episodi come l’occupazione dell’Assemblea Legislativa da parte delle Forze Armate, l’annuncio della sua ricandidatura nonostante i dubbi sulla legittimità costituzionale e, più in generale, per via della restrizione dei diritti costituzionali come risposta alla crisi di sicurezza del Paese. Nonostante tali contraddizioni, in molti Paesi della regione il bukelismo è oggetto di grande attenzione; in cambio di risultati tangibili e immediati in materia di sicurezza, infatti, molti sarebbero disposti a seguire l’esempio di Bukele, accettando i rischi dell’arretramento democratico.

“Siamo in guerra”, ha detto il Presidente ecuadoriano Noboa senza mezze misure mercoledì 10 gennaio. Tra il 7 e il 9 gennaio, infatti, ci sono stati una serie di eventi che hanno gettato il Paese nel caos. José Adolfo Macías, noto come Fito, è evaso da un carcere nella città di Guayaquil. Come risposta a questo evento, il Presidente Daniel Noboa ha dichiarato lo stato di emergenza per 60 giorni per “gravi disordini interni” causati non solo dalla fuga di Fito, ma anche dalla violenza dentro e fuori le carceri – una reazione al piano di Noboa di costruire due carceri di massima sicurezza sul modello del mega complesso carcerario di Nayib Bukele – e dal caso Metastasis, un’indagine su una presunta rete criminale che coinvolge giudici, pubblici ministeri e alti funzionari. Lo stato di emergenza prevede misure che includono un coprifuoco notturno dalle 23:00 alle 05:00, la possibilità per il governo di dispiegare le forze militari per le strade e nelle carceri, nonché la limitazione di alcuni diritti dei cittadini, tra cui la possibilità di riunirsi.

La risposta del governo ecuadoriano fa parte di una tendenza più ampia in America Latina. Analogamente all’espansione del potere esecutivo durante la War on Terrorism, molti presidenti sfruttano le emergenze per militarizzare l’apparato di sicurezza nazionale e dichiarare stati di eccezione durante i quali le libertà civili sono limitate o sospese. Queste azioni tendono ad eludere il controllo legislativo e giudiziario, a invadere le competenze di altri livelli di governo e a minare le tutele legali offerte ai cittadini contro gli abusi del governo. Spesso queste misure godono di un ampio sostegno popolare, nonostante le loro conseguenze per la democrazia. 

In un contesto simile, l’approccio di Noboa richiama in certa misura le politiche attuate da Bukele in El Salvador. Tuttavia, l’approccio salvadoregno, grazie al quale il tasso di omicidi è sceso del 70% lo scorso anno, ha comportato costi particolarmente elevati.

Il modello Bukele

In diversi Paesi dell’America Latina si sta diffondendo la tentazione di applicare la strategia politica di Bukele per contrastare le organizzazioni criminali, che sono spesso in controllo di ampie porzioni dei territori nazionali. Con una dura strategia di sicurezza, in pochi anni Bukele è riuscito a trasformare El Salvador da uno dei Paesi più insicuri della regione a uno di quelli con il tasso di omicidi più basso. Tuttavia, sebbene i risultati della sua politica siano palpabili – e inaspettati – il prezzo che il Paese sta pagando è alto sia in termini di riduzione delle libertà costituzionali sia di continua violazione dei diritti umani.

Che cos’è il modello Bukele? Si può dire che è la versione estremizzata del paradigma “meno diritti, più sicurezza”. Bukele ha infatti adottato una serie di misure per affrontare la violenza nel suo Paese, tra cui lo stato di emergenza in vigore quasi ovunque dal marzo 2022 e, in particolare, il super carcere costruito in soli 7 mesi e denominato Centro de Confinamiento del Terrorismo (CECOT), le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e che riflette lo stile di governo di Bukele: presentata come una grande opera governativa, sottolinea l’indifferenza verso i diritti umani, l’approccio improvvisato alle sfide strutturali e un esempio concreto del suo populismo. All’interno di questa struttura, concepita per ospitare 40.000 persone, sono detenuti “i terroristi di alto profilo all’interno delle gang”, come gli storici ranfleros (capi), i palabreros (boss locali) e i gatilleros (uomini armati) delle principali gang (Mara Salvatrucha (MS-13), Barrio 18 Revolucionarios e Barrio 18 Sureños). «Ogni individuo appartenente a un gruppo criminale entrerà», ha dichiarato pubblicamente Osiris Luna Meza, direttore generale dei centri penali e una figura chiave nelle trattative con le bande, secondo quanto emerso dalle indagini delle autorità giudiziarie di El Salvador e degli Stati Uniti.

Nonostante il governo affermi di non aver mai negoziato con le gang, in realtà varie indagini confermano che Bukele e i suoi funzionari, ancor prima di arrivare alla presidenza, abbiano concluso accordi non ufficiali con gruppi criminali. Dopo la sua elezione nel 2019, Bukele ha continuato a negoziare segretamente con i leader delle gang, i quali avrebbero accettato di ridurre la violenza per migliorare l’immagine politica del governo in cambio della rinuncia allo strumento dell’estradizione ed altri benefici, come rivelato dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. L’insoddisfazione delle organizzazioni criminali per l’aumento degli arresti avrebbe poi causato la rottura dell’accordo e la conseguente striscia di omicidi – 87 morti in soli tre giorni. L’interruzione delle trattative ha portato allo stato di emergenza in cui si trova El Salvador dal 27 marzo 2022. Questo ha conferito alla Policía Nacional Civil de El Salvador e all’Esercito il potere di detenere chiunque considerino sospetto, senza necessità di un ordine del tribunale. Questa politica ha portato all’arresto di oltre 65.000 persone e più di cento morti in circostanze sospette all’interno delle carceri.

Un altro punto fondamentale del “modello Bukele” è l’uso strategico dei social network. Il loro utilizzo non solo ha giocato un ruolo chiave nella gestione della comunicazione politica, ma ha anche contribuito a plasmare l’immagine del presidente salvadoregno come un leader forte e deciso nella lotta contro le organizzazioni criminali. La sua abilità nell’utilizzo dei social network, infatti, non si limita alla sola promozione delle politiche di sicurezza, ma si estende anche alla delegittimazione degli oppositori e al consolidamento del sostegno pubblico. Il successo di questa tattica di comunicazione ha generato interesse da parte di altri leader latinoamericani che, trovandosi ad affrontare sfide simili legate alla criminalità organizzata, cercano di emularla. Il pericolo della “bukelizzazione” si estende così oltre i confini di El Salvador, suggerendo un cambiamento di paradigma nella gestione della sicurezza, con un utilizzo intensivo dei social network come strumento di influenza e controllo politico.

A quasi due anni dallo stato di emergenza emergono tre fatti incontrovertibili. Primo, la strategia di Bukele ha avuto un certo grado di successo, se misurato sulla base del tasso di omicidi registrato nel Paese, ora ai minimi storici. La seconda certezza è che questa “vittoria” sulla criminalità è stata ottenuta a spese del sistema democratico salvadoregno, con uno stato di emergenza divenuto persistente e attacchi continui ai diritti fondamentali. Allo stesso tempo, però, il grande appoggio dei cittadini segnala quali siano, in questo momento, le priorità della popolazione locale.

Sta iniziando una convergenza regionale?


Il fenomeno Bukele mette in luce la centralità che la sicurezza ha assunto tra le principali preoccupazioni dei cittadini latinoamericani. Il recente rapporto del Latinobarómetro offre una chiara fotografia della situazione: le società latinoamericane sono insoddisfatte e cercano disperatamente nuove soluzioni. I dati evidenziano infatti una “recessione democratica” caratterizzata da un sostegno limitato al sistema democratico (48%) e da un aumento del “sostegno” all’autoritarismo e dell’indifferenza verso il tipo di regime politico.

Questa insofferenza è testimoniata dal fatto che, ad eccezione di due casi (Bolivia e Paraguay), in quasi tutte le elezioni tenute dal 2019 nella regione, siano state premiate le forze di opposizione e “punite” quelle di governo. Non sorprende, dunque, che l’instabilità sia diventata la cifra distintiva di questo periodo. I cittadini latinoamericani, quasi consapevoli di non essere i detentori del potere decisionale, sono alla ricerca di soluzioni ai loro problemi. In questo contesto, leader come Bukele (che spesso si definiscono apolitici, ma che incarnano in realtà posizioni reazionarie di destra), emersi al di fuori della classe politica tradizionale, rappresentano una risposta a questa ricerca di alternative, contribuendo all’insorgere del populismo e delle autocrazie.

In questo scenario, caratterizzato da governi che non riescono a soddisfare le aspettative, si scatenano disordini contro il sistema politico e cresce il successo degli “outsider”. Ed è qui che Nayib Bukele emerge come un esempio paradigmatico: si presenta come un leader vicino alle esigenze della popolazione, con un linguaggio accessibile alla giovane demografia della regione e con la capacità di fornire “risultati concreti” su questioni centrali. La palese violazione dei diritti umani, presentata come pragmatico realismo e l’assenza di censura internazionale alimentano l’appeal del manodurismo alla Bukele, rendendolo un modello attraente per potenziali imitatori. 

Ad esempio, in uno spot elettorale del settembre 2023, l’ex candidata alla presidenza argentina Patricia Bullrich, dichiarò che una delle sue prime iniziative, una volta in carica, sarebbe stata la costruzione di un carcere di massima sicurezza. Bullrich in quel video cercava di emulare, con risultati discutibili, il video virale della presentazione del Centro de Confinamiento del Terrorismo (CECOT) di Bukele, diventato il simbolo del manodurismo del presidente salvadoregno. O ancora in Honduras, la Presidente Xiomara Castro ha promulgato uno stato di eccezione parziale, motivato dal grave problema di sicurezza causato dai gruppi criminali, per affrontare la crescente pressione dei cittadini, attratti dall’approccio salvadoregno. Un altro caso emblematico è quello dell’Ecuador, che in pochi anni è passato da essere uno dei Paesi più sicuri della regione ad uno dei più pericolosi. Geograficamente stretto tra Colombia e Perù, è passato dall’essere un Paese di transito a centro di produzione e distribuzione di cocaina, diventando il principale porto di spedizione verso Europa e Stati Uniti. Questa inversione di tendenza ha portato a un aumento significativo della violenza, spingendo l’ex Presidente Guillermo Lasso a dichiarare lo stato di emergenza 20 volte in meno di tre anni, con scarsi effetti. Il neopresidente Noboa, come detto, ha fatto lo stesso e ad oggi c’è il timore che possa seguire l’esempio di Bukele.

Il paradosso del “modello Bukele”: successo apparente e minacce nascoste

Nel contesto della crisi di legittimità che colpisce la maggior parte dei Paesi latinoamericani, il Presidente salvadoregno emerge senza dubbio come un’eccezione. Non è un caso che in Cile, ad esempio, Bukele si posizioni secondo tra i leader mondiali meglio valutati o che in Perù il vicepresidente del Congresso, Hernando Guerra García, abbia suggerito la necessità per il suo Paese non di un solo Bukele, ma di due, per affrontare il problema dell’insicurezza. 

L’attrazione per il “modello Bukele” è spiegabile a partire dai limiti delle politiche di sicurezza implementate negli anni passati in America Latina. Con il 9% della popolazione mondiale e il 33% degli omicidi, l’America Latina è infatti riconosciuta come il continente più violento al mondo e parte del problema risiede nelle preferenze pubbliche che favoriscono soluzioni rapide, fortemente incentrate su pratiche punitive rispetto a politiche più efficaci a lungo termine. In questo contesto, l’approccio bukelista sembra un successo: diminuzione dei tassi di omicidi, recupero di spazi pubblici, minore presenza di gang e quindi riduzione dei crimini. Tuttavia, sebbene una strategia di sicurezza dura possa essere popolare in regioni con alti livelli di insicurezza e violenza, il suo alto costo umano, con violazioni dei diritti umani e repressione indiscriminata, solleva dubbi sul suo impatto a lungo termine. L’incarcerazione di massa e le detenzioni prolungate senza accuse non affronteranno i problemi strutturali alla base della formazione delle bande: all’interno delle comunità persistono problemi come la carenza di acqua potabile, l’accesso ineguale all’istruzione e alla sanità, e l’aumento dei costi del paniere di beni di prima necessità, questioni che il governo Bukele non è stato in grado di risolvere. Tuttavia, il “modello Bukele”, si alimenta grazie alla sensazione che non esistano alternative efficaci. La storia ha dimostrato che modelli simili sono difficili da debellare e la normalizzazione di queste pratiche costituisce una minaccia per le democrazie latinoamericane.

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