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Quali prospettive per l’America Latina dopo la conferenza di Bogotá?

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Il summit tenutosi nella capitale colombiana segnala nuovi spazi per la diplomazia latinoamericana. Il No alle armi all’Ucraina e i nuovi legami con la Cina nel silenzio disinteressato di Washington.

Mentre nelle ultime settimane l’attenzione mediatica veniva catalizzata dall’incontro del G7 a Hiroshima e dal ‘contro-vertice’ voluto dalla Cina a Xi’an, un altro incontro internazionale di alto profilo si è tenuto negli stessi giorni in Sudamerica, venendo tuttavia oscurato dalla concomitanza con gli altri prestigiosi summit.

Il 25 aprile scorso, infatti, si è aperta a Bogotá la conferenza internazionale sulla crisi venezuelana convocata dal Presidente colombiano Gustavo Petro, a cui hanno partecipato i rappresentati di 19 paesi e quelli dell’Unione Europea. Scopo dell’incontro era consolidare il processo di mediazione tra il governo venezuelano del Presidente Maduro e i suoi oppositori, sia interni sia internazionali, in vista delle elezioni presidenziali previste per il 2024.

La vicenda venezuelana, tra bracci di ferro e false partenze

Arrivato alla guida del paese dopo la morte, nel 2013, del suo predecessore e mentore, il popolare leader bolivariano Hugo Chávez, durante la sua presidenza Maduro ha visto il Venezuela precipitare in una crisi economica e umanitaria senza precedenti, scatenata dal crollo del prezzo del petrolio nel 2015 e aggravata dalla corruzione interna e dall’embargo promosso dagli Stati Uniti contro il suo regime, fautore di una politica estera anti-americana. Nel 2018 Maduro è stato rieletto alla presidenza ma il Parlamento, controllato dalle opposizioni, non ne ha riconosciuto la legittimità e ha proclamato Presidente il deputato Juan Guaidò, come capo di un governo parallelo riconosciuto dagli Stati Uniti. 

Il tentativo di rovesciare Maduro tuttavia non è andato a buon fine, anche per l’incapacità e la corruzione delle forze di opposizione. Il cambio della situazione internazionale e in particolare la necessità di assicurarsi nuove disponibilità di petrolio dopo lo scoppio della crisi russo-ucraina hanno indotto Washington a cercare un posizionamento meno aggressivo verso Caracas. A dicembre 2022, in Messico le opposizioni hanno accettato, con la mediazione norvegese, un accordo di principio con Maduro per sbloccare i fondi congelati dalle sanzioni statunitensi e avviare un processo di riforme in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Come conseguenza, l’autoproclamato governo provvisorio è stato disciolto; scelta non accettata da Guaidò che, ormai solo, ha cercato di partecipare, non invitato, alla conferenza di Bogotá solo per essere fermato dalla polizia colombiana ed espulso negli Stati Uniti.

La conferenza si è conclusa con un’intesa di massima sul programma delle riforme elettorali da attuare con la supervisione dell’Unione Europea e con un appello alla fine delle sanzioni contro Caracas per ragioni umanitarie, posizione espressa dal Presidente Petro in persona ma condivisa anche da altre nazioni della regione come il Brasile e il Messico. Nonostante la modesta schiarita nei rapporti, tuttavia, Washington non appare per il momento incline a dare seguito a tale invito, ammorbidendo la sua linea verso un paese che giudica un alleato della Russia e della Cina.

Tra il vecchio ‘vincolo esterno’ della Dottrina Monroe e nuove tentazioni sinofile

L’attivismo di Petro e dei suoi colleghi mostra una vivacità diplomatica venata di suggestioni autonomiste, che supera i meri confini geografici del Sudamerica per investire direttamente il rapporto tra Washington e l’America Latina nel suo complesso.

Gli Stati Uniti, che sotto la leadership di Biden avrebbero, nelle aspettative, dovuto costruire un rapporto più disteso con i paesi della regione dopo gli anni turbolenti di Trump, appaiono poco interessati a dialogare con le controparti latinoamericane. Quando, per esempio, nel giugno 2022 gli USA hanno ospitato a Los Angeles il IX° Summit delle Americhe, Washington ha provocato un incidente diplomatico escludendo con l’accusa di autoritarismo proprio il Venezuela, assieme a Cuba e Nicaragua, provocando un boicottaggio immediato di molte delegazioni latinoamericane in segno di protesta. La mossa di Biden è apparsa in contraddizione con quanto fatto durante il mandato come vicepresidente di Barack Obama, la cui amministrazione ha concluso lo storico disgelo con Cuba, iniziato proprio con l’inclusione dell’isola al Summit Panamericano del 2015. 

In generale, gli Stati Uniti sembrano essere stati presi alla sprovvista da quella che alcuni osservatori hanno definito “Pink Tide 2.0”, cioè l’ondata di dissenso che, negli ultimi cinque anni, ha portato al potere governi di sinistra in molti paesi della regione (Messico, Bolivia, Colombia, Argentina, Perù, Cile, Brasile, Honduras) e che assomiglia all’analogo movimento che interessò la regione negli anni Duemila. La distanza tra gli USA e i nuovi esecutivi ha portato ad altri momenti imbarazzanti: quando Washington ad inizio 2023 ha richiesto ai paesi latinoamericani di fornire armi all’Ucraina ha incassato solo una raffica di rifiuti e anche qualche invito (da parte del Presidente brasiliano Lula e dello stesso Petro) a cercare una soluzione negoziata invece di alimentare il conflitto.

Mentre gli Stati Uniti conservano una vasta influenza nel continente, il minor engagement con gli attori della regione lascia liberi questi ultimi di guardare altrove: ad esempio, il Brasile ha dimostrato una volontà evidente di mantenere solidi legami con la Russia e la Cina, con le quali condivide la leadership del Gruppo BRICS; mentre l’Argentina ha scelto di aderire alla Nuova Via della Seta cinese, siglando con Pechino importanti accordi commerciali

La (non) strategia di Washington

Gli Stati Uniti, distratti dalle crescenti tensioni su due fronti, quello europeo con la Russia e quello nell’area dell’Indo-Pacifico con la Cina, non sembrano poter dedicare all’America Latina le dovute attenzioni. Il caso haitiano può servire da esempio: dopo l’assassinio del Presidente Jovenel Moïse nel 2021, Haiti è precipitata in una caotica guerra civile tra gang rivali. Nonostante questa crisi così prossima ai propri confini e l’impatto diretto che la tragedia haitiana sta avendo sugli States, con decine di migliaia di profughi che cercano rifugio oltre i confini americani solo per essere bloccati dalle forze di frontiera, Washington è rimasta sostanzialmente inerte di fronte al problema. La storia avrebbe detto diversamente: nel 1915, dopo l’assassinio di un altro Presidente haitiano, gli USA occuparono il paese con lo scopo di stabilizzarlo per quasi vent’anni, fino al 1934; nel 1994, con l’Operazione Uphold Democracy, i Marines intervennero nuovamente per deporre la giunta militare che tre anni prima aveva deposto il legittimo Presidente Jean-Bertrand Aristide; infine, nel 2004 i militari americani intervennero per mettere in sicurezza il piccolo paese caraibico dopo un altro golpe. La storia dell’interventismo americano nelle vicende haitiane stride con l’attuale mancanza di interesse di Washington verso la crisi umanitaria che sta attanagliando il suo vicino.

L’assenza di una chiara politica nei confronti dell’America Latina da parte dell’Amministrazione Biden alimenta questa disaffezione. Durante il viaggio del Presidente USA in Messico lo scorso gennaio, il suo omologo Andrés Manuel López Obrador ha esplicitato apertamente questo sentimento, incoraggiando il leader americano a mettere da parte «questo abbandono, questo disprezzo e questa dimenticanza per l’America Latina e i Caraibi». La risposta di Biden è stata però ancora più eloquente circa le priorità di Washington in questo frangente storico, con il Presidente che ha replicato che «sfortunatamente la nostra responsabilità non si limita all’Emisfero Occidentale». 

In questo scenario l’iniziativa colombiana dispiegatasi alla Conferenza di Bogotá con il placet degli altri attori regionali prospetta un tentativo di individuare in maniera autonoma una “soluzione sudamericana” alla crisi in Venezuela e, potenzialmente, alle altre dispute dell’area. Analogamente, la scelta di rafforzare i propri legami economici con nuovi partner come la Cina indica una volontà, non è chiaro quanto realistica, di costruire una nuova architettura regionale non centrata su Washington.

L’inclinazione della leadership americana, distratta da altre crisi internazionali, a considerare l’America Latina soprattutto come un tema di politica interna in relazione all’immigrazione e al traffico di droga rischia di mettere gli USA in una condizione d’impotenza, come la débâcle sulle armi all’Ucraina e, precedentemente, sulle sanzioni alla Russia hanno mostrato. Ma senza l’elaborazione di una strategia di engagement verso i paesi latinoamericani il trend “autonomista” andato in scena a Bogotá può solo accentuarsi.

Nel 1933 il Presidente Franklin Delano Roosevelt invocò una politica del «Good Neighbor», del “buon vicinato”, per instaurare un rapporto più salutare tra gli Stati Uniti e le altre nazioni americane. A novant’anni di distanza, Washington deve riflettere sul tipo di relazione che desidera con l’America Latina se non vuole correre il rischio che siano altri a scegliere per lei.

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