0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheItalia ed EuropaLe altre vie del potere marittimo

Le altre vie del potere marittimo

-

Tutto ciò che rientra tra le accezioni di potere suscita reazioni che spaziano dall’interesse per ciò che costituisce il core del suo esercizio in qualsiasi accezione si manifesti, dalla più pura demagogia ai più forti ed ambivalenti sentimenti di timore e desiderio. L’intento è quello di lanciare un sasso nello stagno, cercando di impattare un punto di caduta più distante del solito increspando le acque altrimenti immobili.

Quanto differisce il potere esercitato sulle acque salate da quello stigmatizzato da Max Weber? Nulla: il potere rimane intrinseco nella capacità di un attore di esercitare, anche con la forza, un controllo sulle azioni degli altri soggetti politici, anche senza il loro consenso, condizionandone le decisioni. È un’idea, è impalpabile, eppure spinge come l’elica di un motore a pieni giri. Proviamo allora a vedere, come una provocazione, il potere marittimo sotto vesti che non siano solo quelle strettamente navali, ma che abbraccino gli aspetti geostrategici, geoeconomici e geoculturali, un incandescente melting pot in cui ogni singolo componente è indispensabile alla creazione della lega finale, e dove il fattore tempo, di per sé irrecuperabile, si rivela fondamentale. Il potere, sotto qualunque angolazione, va letto in un’ottica conflittuale, convenzionale o ibrida che sia ma comunque di attrito, inquadrato in un contesto ove spicchi l’impossibilità di giungere ad una compensazione razionale tra i tre aspetti richiamati, un impedimento tale da condurre allo scontro. 

Efficienza economica, hard power strategico e humus culturale nazionale si sviluppano lungo un arco temporale che costringe ciascun attore a partecipare ad un gioco che evidenzia i propositi di ogni nazione che intende diffondere la sua influenza. Ogni gioco chiede una strategia, ogni strategia un equilibrio che non può contemplare sempre lo stesso vincitore, e dove le tendenze compendiano demografia, accesso alle risorse, pandemie, globalizzazione. Quel che è certo è che qualsiasi attore privo di ambizioni geopolitiche è destinato al fallimento iniziale, perché condizionato dalle sue stesse carenze politiche destinate a diventare oggetti di conquista da parte di altri attori più motivati. I passaggi geografici obbligati come gli stretti condizionano i sistemi nazionali di tutti gli stati, cui è demandato il compito o di preservarne il controllo o di crearne di nuovi lasciando intatte le catene logistiche. Il potere marittimo è quindi anche destinato al controllo costiero volto a monitorare e contenere le spinte politico-commerciali che arrivano dalle potenze continentali; è un potere che si esprime anche nella ricerca e nel mantenimento di nuove e più cospicue fonti di ricchezza volte sì a sostenere il progresso tecnologico ma per cui risulta indispensabile garantire libertà e sicurezza delle liquide linee di comunicazione. 

La difficoltà nell’esprimere l’esercizio del potere, in particolare proprio quello marittimo, non fa che accelerare declino e fine dei Paesi incerti, ed ascesa e potenziamento delle nazioni giovani ed affamate. La necessità proiettiva di qualunque forma di potenza rimane un requisito imprescindibile basato sui mezzi disponibili che devono adattarsi ai più diversi ambienti: operativi, convenzionali, asimmetrici. È fuori di dubbio che questa capacità costituisce elemento basilare, che trascende gli aspetti più strettamente militari: qualsiasi proiezione di potenza, in quanto espressione di ingegno, logistica e non solo di forza, non può essere vincolata all’aspetto bellico, ma deve poter essere attagliata a qualsiasi tipo di competizione tra diverse volontà. Mentre la Guerra fredda bipolare aveva cristallizzato le dinamiche connesse alle proiezioni di potenza, multilateralismo e globalizzazione hanno condotto ad altre conclusioni, con lo spostamento dei conflitti dalla sfera politica a quella economica. Considerare il mondo post bipolare alla stregua di un’oasi pacifica, istituzionalizzata e multilateralista è stato un errore; la stessa economia riporta ad immaginare aspetti bellici e con proiezioni di potenza condotte oltre i confini nazionali; tutto questo mentre l’economia si pone in rapporto sia con le FA sia con l’evoluzione della politica internazionale, tanto che comprimendo gli spazi destinati agli aspetti militari, ha preservato lo scopo di accumulare potenza e benessere. La proiezione di potenza può avere un flessibile double use, che spazia dagli aiuti umanitari, fino all’esercizio della deterrente leva diplomatica. 

La capacità di integrazione delle diverse forze come parti di una guerra congiunta nelle sue accezioni terrestre, marittima, aerea, riassume il senso della proiezione di potenza effettiva, posta su piani diversi caratterizzati da obiettivi politici, livelli di forza, ambienti operativi, in cui spicca la proiezione di potere dal e verso il mare grazie a flotte potenti, capaci di garantire la protezione delle forze, al controllo politico militare degli stati costieri, dei traffici, delle comunicazioni, della ricchezza. Non c’è dubbio che le forze aeronavali debbano essere pronte ad operare su rotte pericolose e relativamente lontane dalle aree d’interesse, e che le forze anfibie debbano potersi sostenere senza il pieno supporto del controllo aeronavale, minacciato dai rinnovati mezzi tecnologici. Oggi, la dimensione marittima è essenziale perché una nazione assurga sia al ruolo unipolare ed egemonico di superpotenza, sia di media potenza regionale. In un domani neanche troppo lontano, il dominio spaziale si aggiungerà quale nuova dimensione con cui fare i conti, ma considerando sempre che le dinamiche talassocratiche non verranno mai meno: la nazione che cercherà di controllare in via monopolistica il cosmo dovrà necessariamente ricalcare le peculiarità marittime, individuando i key points marittimi di Mahan proiettati nello spazio. Il potere marittimo, sia in forma potenziale che effettiva, si congiunge quindi con una politica economica che persegue scopi geostrategici non disgiunti dai flussi commerciali assicurati dalle libere vie marittime. Il mare del resto è ambiente dove le attività umane si integrano, si svolgono spesso contemporaneamente e nello stesso punto, con espansioni commerciali, infrastrutturali, con la nascita di rivalità e di conflitti armati. Se la guerra economica incarna il desiderio di proporsi volitivamnete verso l’esterno, è evidente che il potere esercitato sul mare è propedeutico al controllo dei suoi accessi, tanto da creare dipendenze dai mercati dell’egemone, posto così in grado di condizionare benessere e progresso tecnologico; a questo va aggiunto l’aspetto strategico che ogni Nazione dovrebbe avere sempre presente unitamente agli obiettivi, secondo uno schema logico che vede l’evoluzione dell’esercizio del potere inquadrata nell’accezione più vera ed oggettiva teorizzata dal realismo. 

La competizione tra USA e Cina, con l’esasperazione delle forme economiche globalizzate, ha rivalutato l’importanza di detenere un potere marittimo in grado di garantire l’accesso ai mercati, procedendo di fatto alla conquista dei territori possessori delle risorse. Economia e cannoniere, in fondo e con un occhio ad un contenimento delle forze tale da non provocare reazioni tali da far avverare le previsioni di Carl Schmitt circa l’avvento di una guerra totale asimmetrica e di annientamento, continuano a trovare punti di contatto come in passato, da geopolitica a geoeconomia ma con un occhio sempre attento alle capacità navali d’altura, alla flotta mercantile, alle infrastrutture, tutti elementi ben considerati dal Dragone nella sua espansione commerciale dettata dalla BRI, che pone in rilievo l’interdipendenza tra forza e ricchezza. Per un egemone, dunque, il principio di sicurezza nazionale non può essere disgiunto dal potere economico vincolato a quello marittimo, il tutto volto alla concretizzazione di una naturale politica di potenza. In teoria non può esistere esecutivo non interessato alle possibilità che mare e commercio offrono seguendo la via più vantaggiosa e di minor resistenza: se l’acqua è il più grande mezzo di circolazione naturale, il denaro è il più efficace strumento di scambio dei prodotti. Senza voler scendere in particolari che vogliono il Mediterraneo più o meno allargato, per quanto ci riguarda basterebbe tenere a mente la triangolazione geoeconomica, geostrategica e culturale in termini di efficacia, sicurezza e controllo, esportazione dello stile italiano forgiato dall’ENI di Enrico Mattei. Che l’Italia sia un Paese marittimo, del resto, è la geografia a dircelo, non una mera partigianeria che, altrimenti, non troverebbe riscontro nei dati che formano il PIL nazionale. Il potere marittimo, che piaccia o meno, così come l’economia, non può essere scisso dall’esercizio di una valida politica di potenza che non può non essere sorretta da strumenti tecnologici e bellici evoluti affidati alla Marina, lo strumento bellico elettivamente più vicino alle evoluzioni delle relazioni internazionali.  

Corsi Online

Articoli Correlati

La Croazia entra nell’Eurozona mentre si riaccendono le antipatie con la Serbia

A seguito dell’approvazione della Commissione Europea del primo giugno, la Croazia è un passo più vicina all’adozione ufficiale dell’euro....

L’Italia e gli Stati dell’Unione Europea alla prova del decoupling dalla Russia: cronaca di una mancata pianificazione strategica

L’escalation che sta interessando l’Ucraina rappresenta il capitolo più recente di un conflitto in corso da otto anni tra...

Dall’Intermarium al Trimarium. L’Europa centro-orientale tra nuove iniziative e vecchi schemi

Il concetto dell’Intermarium, letteralmente “la terra tra i mari”, rappresenta una delle più significative teorizzazioni geopolitiche relative allo spazio...

Le politiche migratorie dell’Unione Europea dagli anni Novanta ad oggi: il ruolo centrale degli strumenti di esternalizzazione

Per decenni Paesi di emigrazione, gli stati membri dell’UE hanno compreso la necessità di sviluppare una politica migratoria e...